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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

giovedì 5 giugno 2008

Andreotti visto da vicino - di Eugenio Scalfari

Il divo Giulio. Sono andato a vedere il film su Andreotti che ha meritatamente vinto il premio della giuria al Festival di Cannes ed ora è in programmazione nelle sale con buon successo di pubblico.
Il regista Sorrentino è bravissimo, usa la macchina da presa mirabilmente, sia quando la tiene fissa sul personaggio sia quando la muove con un ritmo frenetico su oggetti, paesaggi, interni, comprimari, con un gusto di calligrafia e di citazioni colte di livello eccezionale. L'attore protagonista, Servillo, è il migliore di quanti lavorano in Italia e non teme confronti neanche sul mercato internazionale. Comprimari, comparse, luci, impaginazione grafica: tutto da approvare, sicché era giusto quanto hanno scritto i critici da Cannes quando si rallegrarono del rilancio del cinema italiano rappresentato da 'Gomorra' e da 'Il Divo'. Ma, detto tutto questo, il film non mi ha convinto. Nonostante il regista, l'attore e tutto il resto.
Giulio Andreotti è un personaggio problematico, enigmatico, difficilissimo da classificare e da incasellare. Non somiglia a nessun altro. Nella galleria dei politici italiani è un 'unico'.
Avendone scritto più volte nel corso di mezzo secolo credo di aver trovato un solo precedente che possa servire da pietra di paragone: Talleyrand. La tipologia è analoga: gusto del potere, cinismo, cattolicesimo, tradizione, trasgressione, ironia. Certo Talleyrand aveva alle spalle una grande famiglia e la Francia. Visse tra la Rivoluzione dell'Ottantanove, il Terrore, Napoleone, la restaurazione, la monarchia borghese di Filippo d'Orleans.
Andreotti non può vantare nulla di simile. Se si vuole, può rappresentare il Talleyrand dei poveri, ma lo stigma è quello.
Tutto questo per dire che un'interpretazione artistica che voglia mettersi al livello del personaggio non può che essere problematica quanto lo è lui; un'opera aperta che lasci allo spettatore di cavarne una conclusione e un senso.
Ma il film non lascia questo spazio, è schierato dalla prima all'ultima scena. Sostiene una tesi e la porta fino in fondo dalle immagini di presentazione a quelle di coda con l'elenco dei processi, delle condanne, delle assoluzioni, elencate con una oggettività che parla da sola e sottolinea la tesi come per dire: sempre assolto nonostante tutto quello che finora avete visto. Del resto una delle bravure andreottiane, nel film come nella vita, è stata quella di non lasciar tracce, segno di innocenza o indizio grave di colpevolezza?
Può sembrare strano che sia proprio io a criticare il film perché troppo schierato contro. Nel corso di mezzo secolo di giornalismo mi sono infatti trovato più volte alle prese col personaggio Andreotti, con i governi da lui presieduti, con discussioni e polemiche sorte intorno a lui. Di solito sono stato apertamente e duramente critico nei suoi confronti, ma soprattutto ho cercato di decifrarne l'enigma che resisteva. In alcune occasioni non marginali mi è capitato anche di trovarmi su posizioni prossime alle sue. Per esempio quando nel 1972 toccò il culmine la guerra chimica (così fu definita) e vide schierati da una parte Eugenio Cefis alla guida della Montedison e dall'altra Girotti (Eni) e Rovelli. 'L'Espresso' condusse in quegli anni una campagna fortemente polemica nei confronti di Cefis, il libro 'Razza padrona' ne fu una delle tappe. In quella occasione incontrammo come oggettivo alleato Andreotti, allora presidente del Consiglio.
Un'altra vicinanza oggettiva vi fu nei mesi della prigionia di Aldo Moro, sulla linea da tenere verso le Br. E ancora, più tardi, sulla politica antimafia che nei primi anni Novanta Andreotti finalmente adottò dopo un lungo periodo di 'distrazione' o addirittura di collusione gestita dai suoi uomini in Sicilia.
Lui aveva in comune un solo tratto caratteriale con Moro, uno solo ma importante: tutti e due erano 'inclusivi'. Per rinforzare il potere erano pronti a includervi gli avversari o almeno alcuni di essi. Non a caso il primo governo con il Pci dentro la maggioranza fu voluto da Moro ma con Andreotti presidente del Consiglio.
Quando Moro fu rapito, lo stesso giorno in cui quel governo si presentava alle Camere e cominciò il suo calvario che si sarebbe concluso con la morte, il disegno politico del presidente della Dc fu di includere le Brigate rosse nel sistema democratico. Riconoscere il partito armato, salvare la propria vita e dare alla lunga un'altra gamba alla democrazia italiana.
Andreotti era già andato più oltre: non avendo gli scrupoli morali di Moro aveva di fatto incluso nel sistema anche la mafia. Salvo Lima gestì questa situazione ai tempi in cui era la famiglia Badalamenti a comandare a Palermo. La mafia come supporto dello Stato per mantenere l'ordine pubblico. E come serbatoio di voti e di preferenze per la Dc e per la corrente andreottiana. In cambio mano libera sugli appalti, sulla gestione degli enti locali a cominciare da Palermo, da Trapani, da Caltanissetta. Ma quando la mafia decise di entrare nel commercio in grande stile della droga, lì Andreotti cambiò registro. Lima ci rimise la pelle. Claudio Martelli, allora ministro della Giustizia, fu l'intelligente esecutore di quella svolta.
Chi è dunque Andreotti? Un uomo di potere, innamorato del potere. Pessimista sull'Italia e sugli italiani. Governarli è necessario, trasformarli impossibile. Cattolico devoto quanto miscredente se lo si guarda in un'ottica cristiana. Figure come De Gasperi, Moro, Fanfani, Dossetti, Andreatta, Scoppola non avevano niente a che fare col suo modo d'esser cattolico.
C'è un passaggio illuminante nel film, quando lui dice: bisogna saper fare anche il male per arrivare al bene, io lo so fare e anche Dio lo sa.

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