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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

martedì 10 giugno 2008

IL LIBRO DI GOTOR SU MORO UN CASO DI IGIENE STORIOGRAFICA

Miguel Gotor, docente di Storia moderna all’Università di Torino, si è sempre occupato di santi, eretici e inquisitori vissuti tra il Cinque e il Seicento, concentrandosi sulle logiche che legano il culto, la devozione popolare e l’esercizio del potere. Oggi con “Lettere dalla prigionia”, edito da Einaudi, sembra essere passato ad un altro argomento, che però con il popolo, gli eretici ed inquisitori, ha molte cose in comune…

Come mai dopo che si è scritto tanto su Moro ha sentito l’esigenza di scrivere questo libro?
Uno stimolo importante è stato quello di cercare di restituire a Moro una dimensione più autentica e completa che non fosse solo ed esclusivamente legata alla sua condizione di carcerato. Moro paradossalmente è rimasto prigioniero non solo delle BR ma anche del “caso Moro” e della sua tragica fine. Un dato su tutti, sono passati 30 anni e in un Paese come l’Italia dove si biografa tutto, anche Fabrizio Corona, non esiste una biografia di Moro che racconti la sua vita a prescindere da quel tragico esito. E in questo senso mi sembrava che fosse importante, per compiere un’operazione di igiene storiografica, ripartire dai documenti e in particolare dalle lettere, anche perché questa vicenda ha ancora tanti aspetti da chiarire.

Qual è la lettera più significativa, tra quelle politiche, per capire il “caso”?
Quella a Francesco Cossiga del 29 marzo, perché è in grado di rivelare il meccanismo censorio che viene messo in atto dai brigatisti al fine di creare un’immagine distorta di Aldo Moro nell’opinione pubblica italiana. Nella lettera Moro chiedeva di avviare una trattativa che mirasse a uno scambio di prigionieri attraverso l’intermediazione del Vaticano: spiegava che doveva restare assolutamente segreta, affinché la situazione drammatica in cui si trovava potesse avere uno sbocco positivo. E invece 24 ore dopo, le BR la divulgarono facendo credere a Moro che era stato lo stesso Cossiga a renderla nota. Colsero l’occasione propagandistica e la sfruttarono per esporre al pubblico ludibrio la DC, la “cosca democristiana”. È interessante notare che allo stesso tempo quella lettera fu distribuita congiuntamente a un’altra per Nicola Rana, il collaboratore di Moro, nella quale Moro ribadiva la ragione della segretezza della missiva e stabiliva un luogo segreto in cui fosse possibile ricevere delle risposte dall’esterno per organizzare un canale di comunicazione. Il dato di fatto è che le BR tacquero sull’esistenza di questa seconda lettera.

Quale lettera invece, tra quelle famigliari, è fondamentale per capire Moro?
Nelle lettere ci sono dei passaggi di un’intensità unica che fanno di questo epistolario uno dei più belli e significativi del XX secolo, probabilmente insieme a quello di Gramsci. Tutto si gioca sui rapporti di affetto e su un interessantissimo dialogo con la fede. Una fede che si trasmette attraverso i corpi, i volti, le mani, il toccamento dei congiunti che è come se misteriosamente facessero da tramite a un dialogo con Dio. “Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali”: non c’è certezza, la sua non è una fede scontata che si appaga dei dogmi, ma è intensa perché complessa e mai banale, carica di dubbi e di umanità.

Riguardo alle missive, gli esponenti della DC e dal PCI, affermarono che erano “pilotate” e che Moro era “un altro”, “matto”: viene quindi operato un processo di disumanizzazione che di fatto sminuisce il valore dell’ostaggio. Perché le BR avallarono con i loro comportamenti questo schema, non rendendo pubbliche quelle parti del carteggio che avrebbero facilmente demolito tale strategia?
Delle 97 lettere, le missive che uscirono dalla prigione probabilmente furono 36, e di queste solo 8 furono recapitate direttamente all’Ansa e ai giornali, mentre altre 28 ai rispettivi destinatari i quali, ad eccezione di Craxi e di Giovanni Leone, decisero di mantenerle riservate. Questa azione di disinformazione del Govern, funzionale a sminuire il più possibile il valore dell’ostaggio, venne avallata dalle BR per due motivi: pubblicare le lettere avrebbe rivelato il volto di un Moro umano che ha parole di dolore e di disperazione nei confronti della scorta, e questo era dannoso per il loro progetto di destabilizzazione, e inoltre il recapito stesso li avrebbe esposti a rischi enormi. Certo è che le 8 lettere distribuite alla stampa, furono chiaramente funzionali a produrre nell’opinione pubblica l’immagine di un uomo politico cinico e indifferente, attaccato alla sua vita più che alle sorti dello Stato. Il Moro che noi ci ricordiamo in fin dei conti è il Moro di quelle 8 lettere e basta.

Dopo aver visto “Il Divo”, il Senatore Giulio Andreotti si è indignato molto soprattutto per come Sorrentino ha raccontato il “caso”.
Mi ha colpito e ho condiviso la lettera che Tullio Kezich ha scritto ad Andreotti sul “Corriere della Sera”, invitandolo a rivedere il giudizio dato a botta calda sul film. Paradossalmente sono proprio i processi che Andreotti ha subito, l’ipertrofia giudiziaria e la debolezza politica, che hanno caratterizzato gli ultimi 20 anni della storia repubblicana, a rendere impossibile un film di inchiesta su Andreotti. Sorrentino lo racconta con una maestria eccezionale: è molto efficace la rappresentazione di Moro ranicchiato in un angolo che appare di continuo e che sembra, anzi vuole, raffigurare il senso di colpa…

Cinque processi e due commissioni parlamentari di inchiesta, la vicenda giudiziaria si è esaurita?
Che ci siano ancora molte cose da chiarire lo palesano alcuni dati di fatto, come quello (da me dimostrato nel libro) che alcune lettere hanno certamente subito un processo di censura e di mutilazione, in punti molto significativi, come quando Moro parla delle borse (scomparse) o quando esprime un giudizio sul Papa, oppure il fatto che non esistano gli originali delle sue lettere. Sono dati di partenza per fondare delle interpretazioni su questa vicenda che certamente non si esaurisce nella verità giudiziaria che si è stabilita, anche perché allora i magistrati lavorarono con una conoscenza parziale delle varie realtà. Chi sostiene altrimenti, assume una posizione politica, di lotta politica: uno ne prende atto, ma le ragioni della lotta politica sono altre da quella della ricerca storica. Sono ambiti autonomi.

Con il caso Moro hanno fallito tutti?
La morte di Moro ha reso inutili tante cose, tanto è vero che oggi nessuna parte (brigatisti, DC e Stato) ha interesse a raccontare i tentativi, le azioni e gli errori che hanno prodotto un esito così tragico. Non hanno fallito tutti, ma tanti. Le BR non hanno fallito, per esempio. Non sono d’accordo con chi sostiene che con la morte di Moro abbiano subito la loro più grande sconfitta politica. Lo dicono alcuni dati quantitativi: la potenza di fuoco delle BR da dopo il sequestro all’82 è cresciuta in maniera esponenziale. Si è passati da qualche omicidio a decine e decine di attentati. Ciò vuol dire che il loro bacino di reclutamento era aumentato in modo notevole di militanti disposti a rischiare il carcere o la vita. Inoltre le BR sono riuscite in un altro straordinario successo: hanno avuto la capacità di soffiare sul fuoco dell’antipolitica, del qualunquismo e della mollezza repubblicana. Insomma sono riusciti nell’impresa di far credere a gran parte dell’opinione italiana che Moro è morto non solo perché l’anno ucciso loro, ma soprattutto perché l’hanno ucciso i partiti, le istituzioni e le congiure di palazzo… Questa è la più grande vittoria delle BR sul piano propagandistico.
L’interpretazione di coloro i quali oggi ci dicono che con la morte di Moro le BR sono state sconfitte, è l’opinione di quanti tradiscono o il loro desiderio o le loro scelte personali di allora in un giudizio collettivo che vorrebbero storico e definitivo.

di Marta Saviane

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