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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

mercoledì 17 dicembre 2008

Moro è caduto per aver troppo sentito e troppo osato

Nel 30° anniversario dell'assassinio di Aldo Moro, Agostino Saviano pubblica, nel suo "Viaggio nella memoria", una lettera inedita del futuro statista che lascia presagire il suo tragico destino. Nel libro anche un commento di Agostino Spataro che rievoca quei giorni terribili dall'interno della Camera dei Deputati.

Nelle avvincenti pagine autobiografiche del suo "Viaggio nella memoria" Agostino Saviano rievoca taluni episodi accadutigli in un particolare momento della sua lunga vita, nel vivo del secondo conflitto mondiale.Un viaggio a ritroso dentro una guerra tremenda ai cui esiti erano affidate da un lato le sorti della dittatura nazi-fascista e dal lato avverso le speranze di dignità dei popoli. Una scommessa risolutiva in cui la posta erano la libertà e il suo contrario.Una vicenda umana, la sua, comune a tantissimi altri commilitoni, a milioni d'europei che vissero la guerra chi al fronte e chi in città e paesi bombardati e annichiliti dalla fame e dalle violenze di ogni tipo.
Insomma, un bel tratto di strada nel solco di una grande tragedia che portò Saviano dalla sua Arzano alle aspre montagne d'Albania, dalla Puglia alle sterminate steppe della Russia fra le vittime e i sopravvissuti della disastrosa spedizione militare italiana.
Lungo questo tormentato percorso incontrerà tanta gente. Alcuni cadranno sul campo, molti si sperderanno per il mondo, taluni affioreranno dal fantastico gioco dei ricordi.E fra quest'ultimi, il primo della lista è certamente il giovane sergente-allievo Aldo Moro che l'Autore incontrò, casualmente, in terra di Bari.
Con Moro, che era già presidente nazionale della Fuci, Saviano spesso parlò delle libertà negate e delle smisurate ambizioni imperialiste del fascismo. Posizioni coraggiose, purtroppo isolate, che attireranno contro Saviano la dura reazione del sistema. Fra i due si stabilì una comunione di sentimenti antifascisti a quel tempo molto rari e rischiosi, soprattutto all'interno delle forze armate.
Sentimenti ed umori che, sfidando le occhiute maglie della censura, sono giunti a noi in forma d'epistola che Saviano ha gelosamente conservato e che oggi ci rende come il dono più pregiato di questo suo libro di memorie.
Al solo sentir il fratello Franco parlare di una lettera inedita di Aldo Moro ebbi come un sussulto, pensando a ben altre lettere che lo statista scrisse durante quei terribili 55 giorni di prigionia, prima di essere assassinato dalle Brigate rosse. Si tratta, invece, di corrispondenza fra commilitoni che la guerra aveva allontanato. Una lettera del settembre 1942, sincera ed amichevole, dalla quale traspare il disagio, l'avversione contro una guerra assurda e contro la dittatura che l'aveva provocata."Alla tua anima, sconvolta, smarrita e desolata per aver troppo capito - scrive Moro a Saviano- ho osato avvicinare la mia che conosceva uno stesso dolore..." Un passaggio molto significativo nel quale, oltre al richiamo ad un comune sentire, si può apprezzare il senso di una rara sensibilità politica e morale che quando non è temperata dall'autocensura può sfociare nel dramma.Giacché il "troppo capire" può diventare un azzardo, quando capir non si deve, né troppo né poco, ma solo obbedire ed eseguire! Ieri come oggi. Specie se il troppo capire ti spinge ad osare oltre certi limiti.
Forse un giorno sapremo, o sapranno, la verità. La verità sul caso Moro è ancora lontana. Un caso o un affaire come lo definì Leonardo Sciascia col quale più volte ebbi a parlare quando veniva a Montecitorio.Lo scrittore aveva ragione: quel tragico evento non poteva essere ridotto ad un "caso", perché caso non era, ma un delitto politico complesso, ideato e programmato in tutti i suoi aspetti militari e politici.
Forse, un giorno, sapremo (o sapranno) tutta la verità sull'affaire Moro. Tuttavia, credo si possa senz'altro affermare che Egli è caduto per avere troppo capito e troppo osato.
E qui mi fermo, perché desidero aggiungere al ricordo di Agostino Saviano alcune mie impressioni sull'atmosfera che si respirava in Parlamento durante quei 55 giorni e sulla figura e sul ruolo dell'on. Aldo Moro col quale- chiarisco- non ho avuto alcuna relazione diretta, ma solo qualche scambio di saluti.Confesso che io, approdato giovanissimo in Parlamento nel 1976 sull'onda della clamorosa avanzata elettorale del Pci, percepivo il gruppo dirigente della Dc come un blocco dominante composito, talvolta anche rissoso, che, al bisogno, sapeva far quadrato a difesa di un potere gretto, fine a se stesso che si voleva conservare al governo, in eterno.Un punto di vista piuttosto diffuso, giacché un po' questo era il volto del potere democristiano, soprattutto in Sicilia e nel meridione.
Erano quelli i tempi del "governo dell'astensione" (del Pci). Una formula per molti di noi deludente, indigeribile anche perché basata, sostanzialmente, solo su un'intesa riservata, quasi sulla parola, fra Berlinguer e Moro.
Quell'accordo, tuttavia, produsse un clima di rasserenamento, di relativa fiducia tra i partiti, soprattutto fra Dc e Pci che insieme disponevano di quasi l'80% della rappresentanza parlamentare. Insieme i due partiti rappresentavano l'anima popolare della società italiana, una vera superpotenza politica capace di riformare finalmente il Paese. E le riforme- si sa- suscitano grandi speranze ma anche grandi paure in chi se ne sente minacciato.Preoccupazioni che si propagarono anche nel cuore dei principali centri decisionali internazionali.Saranno state la sorpresa e/o la paura del cambiamento o altro, fatto sta che taluni settori della classe dirigente italiana si mostrarono poco convinti, quando non ostili, nell'affrontare un passaggio così innovativo.
Cercai di capire questo travaglio. Ogni occasione era buona per scandagliare atteggiamenti e comportamenti della classe dirigente. Una mattina, partecipando ad una seduta della commissione esteri della Camera, mi trovai davanti tutti i segretari e i presidenti dei partiti, di governo e d'opposizione: Berlinguer, Craxi, Zaccagnini, Rumor, Piccoli, De Martino, Spinelli, Ugo La Malfa, Pajetta, La Pira, Malagodi, Tanassi, Giolitti, Colombo, Forlani, Aldo Moro... Li scrutai da vicino, ad uno ad uno. Osservai i loro sguardi, i loro tic, i movimenti minimi del viso, delle mani. Volevo capire cosa si nascondesse dietro quei volti formali, impenetrabili. Arroganza, paura, inquietudine, solitudine? Insomma, la prospettiva che s'andava ad aprire come e quanto influenzava i loro comportamenti, le loro stesse personalità?L'esame fu necessariamente sommario. A parte La Pira, che già poteva considerarsi avviato verso la beatitudine celeste, mi colpirono soprattutto Berlinguer e Moro per la loro espressione sofferta, quasi mesta. Era un po' il loro carattere, ma - credo- vi influisse la consapevolezza del peso delle responsabilità che s'erano assunte in quel frangente.
In quel consesso di capi-partito e di corrente vidi le stimmate di un potere fatto di voti e presidenze. Moro e Berlinguer, invece, m'apparvero spogli di poteri siffatti e perciò leader autentici che fondavano il loro carisma sulla forza delle idee e dell'etica.
Un solo esempio. Aldo Moro capeggiava una fra le più piccole correnti democristiane, eppure era stato l'architetto delle grandi svolte politiche della "balena bianca" ed ora stava realizzando la sua ultima, più impegnativa fatica per il completamento del disegno democratico tracciato dalla Costituzione. Glielo hanno impedito ricorrendo alla strage, ad un delitto atroce.
Quella mattina alla Camera
La notizia della strage e del sequestro giunse veloce e terribile a Montecitorio di prima mattina. Ricordo lo smarrimento di capi e gregari democristiani, il nostro sgomento. Nel "transatlantico" le urla di pochi soverchiavano i silenzi atterriti di tanti.
Antonello Trombadori, deputato ed ex gappista romano, correva come un pazzo avanti e indietro gridando "al muro, al muro". Perfino un uomo misurato come Ugo La Malfa giunse ad invocare in Aula la pena di morte.
Il giorno non fu scelto a caso: quel 16 marzo 1978 la Camera era stata convocata per votare la fiducia al quarto governo Andreotti. Per la prima volta, dopo trent'anni, il Pci entrava nella maggioranza anche se non rappresentato nel governo. Un altro voto difficile, per noi, ma necessario per realizzare il secondo passaggio dell'intesa strategica fra Moro e Berlinguer.
I nemici occulti di tale strategia decisero di fermarla al secondo passaggio, giacché al terzo, che avrebbe visto i comunisti al governo, sarebbe stato altamente rischioso.
Un disegno funesto, devastante, ideato da forze potenti, tutt'ora ignote, ben più potenti delle Br che l'hanno eseguito. Almeno così in molti leggemmo la vicenda sulla quale pesano ancora tante stranezze operative e alcuni interrogativi riguardanti la sua gestione politica, per altro molto riservata ed accentrata.
Aldo Moro fu colpito in quanto unico leader in grado di traghettare la Dc verso questa svolta decisiva. Salvando lui si sarebbe dovuto salvare anche il progetto politico di cui era co-protagonista, ufficialmente condiviso da circa il 90% delle forze parlamentari.
Perché, dunque, non si tentarono tutte le possibili vie di salvezza? La cosiddetta "fermezza", anche se invocata in buona fede, non era in fondo una condanna a morte del sequestrato? Interrogativi angoscianti che in quei giorni convulsi non trovarono risposte esaurienti.
Perciò, mi parve quantomeno illogico respingere la "trattativa" che avrebbe consentito, se non altro, di scoprire le carte dei sequestratori. Se fosse stato un bluff, come molti temevano, le Br avrebbero confermato il diffuso sospetto di essere al servizio di un disegno più grande di loro, mirato soltanto all'eliminazione fisica dell'on. Aldo Moro.
Purtroppo, le cose andarono per un altro verso. Moro verrà barbaramente assassinato. Il danno fu grande per la sua famiglia e per la democrazia italiana che, d'allora, appare sempre più contratta, fiacca, vacillante.
Concludo con un passaggio illuminante, pedagogico direi, contenuto nella lettera a Saviano, in cui Moro conferisce un senso altissimo al sacrificio umano "mi pare che nella vita per fare qualcosa di grande e di buono, e perciò di duraturo, occorra saper pagare di persona, facendosi attori e veri partecipi poi del grande dramma."
Parole dolenti nelle quali si possono intravedere i segni premonitori del suo tragico destino.

Agostino Saviano"VIAGGIO NELLA MEMORIA"(a cura di Francesco Saviano)prefazione di Rosa Aura SeverinoEdizioni Arte Stampa- Montecatini, ottobre 2008

giovedì 4 dicembre 2008

Moro, la DC e il dialogo sconfitto

Gli Anni 2000 sono risultati così diversi dagli Anni 1900 che di questi si perde la memoria. In un tempo in cui il presente è tutto, il futuro è un problema, il passato non è più un maestro di vita, ciò che è stato perde i suoi diritti. Il tempo comincia con l’oggi e del «doman non v’è certezza». È perciò un atto meritorio dell’Università Luiss di Roma dedicare domani un convegno alla figura più drammatica dell’Italia nella guerra fredda: Aldo Moro. Di guerra fredda morì, perché tentò di dare forma politica al Paese, alla maggioranza italiana di allora, composta da cattolici e da comunisti. Dai «due vincitori» delle elezioni, come disse a Benevento dopo il voto del ’76.

Ma il caso Moro ha, per la sua potenza simbolica, un fascino particolare. È un dramma perfetto: personale, familiare, di sinistra, politico, istituzionale. Moro cercò di creare negli interstizi della guerra fredda un’eccezione italiana in cui un partito comunista, il più grande dell’Europa occidentale, accettava con il suo segretario la tesi che il socialismo si poteva costruire all’ombra della Nato. Forse era troppo ardito sperare che il partito di Togliatti rompesse i vincoli con l’Urss, troppo radicato il mito del «socialismo realizzato» da noi: un Paese credente, in cui il comunismo, assunta la forma d’una religione popolare, si conciliava con il culto della Madonna e dei santi. Gramsci aveva voluto proprio questo. L’Italia era stata un’eccezione ai tempi della guerra fredda perché il Paese è sede del Papato e Roma intendeva parlare anche col potere sovietico e non diventare un avamposto dell’Occidente. Ma l’ipotesi che la sede romana del cattolicesimo fosse così forte da essere una tale eccezione, era un concetto troppo ardito. Sia vera o falsa la tesi di Giovanni Galloni che vede nell’assassinio di Moro la vendetta di Kissinger, è certo che le Br eseguirono su lui una sentenza che aveva l’approvazione di Washington e di Mosca.

La storia di Moro non è inclusa nella storia Dc se non in parte. La sua vita politica e anche quella nel carcere Br fu tesa a mostrare che l’idea del dialogo, con cui Paolo VI affrontava il postconcilio, era politicamente praticabile. Moro non intese il dialogo come cedimento: evitò l’errore di Dossetti e Fanfani di fare della sinistra Dc la chiave del rapporto col Psi, poi col Pci. Anche le lettere dal carcere sono la testimonianza di una vita politica e del dialogo come principio che l’ispirava. La sua coerenza nell’estrema sventura fu intesa come debolezza. Di una cosa Moro volle essere garante: che tutta la Dc fosse presente nei governi che nascevano con una maggioranza prima col Psi e poi col Pci. Il criterio che guidò Moro nel dialogo fu l’unità della Dc. Ma il dialogo era una categoria politica sufficiente? Una scelta papale che interpretava il Vaticano II aveva la forza di diventare un fatto spirituale e politico in Italia? La vicenda di Moro ci dice di no. Le sorti di cattolici e comunisti si bipartirono definitivamente dopo la sua morte.

Ricordo che la prima lettera di Moro fu indirizzata al ministro dell’Interno, Cossiga, e che vi era il chiaro appello a non farsi incantare dalla «ragion di Stato». Fu per questa parola che, chiamato dal direttore del Secolo XIX Afeltra cui la lettera era giunta a dare un consiglio sulla sua autenticità e quindi sulla sua pubblicazione, risposi che il termine «ragion di Stato» era della penna di Moro. Sua la tesi che i conflitti presenti nella società non fossero conflitti di Stati, ma conflitti nei popoli e che, per salvare la democrazia, occorreva usare uno strumento che desse dignità politica alle parti coinvolte, anche se non erano governi in esilio o forme istituzionali o paraistituzionali. Il dialogo teorizzato da Paolo VI come forma di presenza della Chiesa nelle modernità diveniva per Moro uno strumento politico di cui non solo la comunità internazionale, ma nessun singolo Stato era in grado di fare a meno. La ragione di rivoluzione è la più radicale delle ragioni di Stato: e le implacabili Br non risposero all’atto solenne con cui Paolo VI cercò di coinvolgerle nel dialogo da esse cercato con le istituzioni mediante l’appello diretto ai brigatisti di salvare Aldo Moro «senza condizioni», cioè senza trattativa delle Br con lo Stato. Le Br non consideravano la Chiesa come potere, volevano il riconoscimento del potere reale: quello dello Stato italiano che non ebbero.

Gianni Baget Bozzo
www.lastampa.it
3-12-2008