Si è verificato un errore nel gadget
Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

martedì 22 dicembre 2009

La crudeltà dell’ergastolo



Il testo di Aldo Moro riprodotto nel libro "Contro l’ergastolo") è una lezione tenuta il 13 gennaio 1976 presso la Facoltà di Scienze politiche di Roma, dove insegnava dal 1963. In quella occasione aveva toccato temi fondamentali della sua concezione del diritto. L'intero corso di Istituzioni di diritto e procedura penale è stato pubblicato (a cura del compianto Franco Tritto) dall'editore Cacucci di Bari nel 2005. M.S.

La pena, che è rivolta verso il passato, ha la sua ragione e la sua misura nel fatto di disordine che si è verificato e [quindi] nell’esigenza di chiarimento della situazione, di cancellazione del disordine che il verificarsi del reato ha proposto. Questo vuol dire che la pena si indirizza come riaffermazione del bene, come riaffermazione dell’ordine, come riproposizione dell’ordine sociale, [la pena] si presenta come una sanzione, un rimprovero, come un castigo nei confronti di quello che è accaduto e che, accadendo, ha messo in moto il sistema delle reazioni giuridiche. Quindi, la pena è una retribuzione, è un ricambio, un ricambiare appunto, il male che si è verificato con la commissione del reato, con un castigo, con un rimprovero, se volete con un male, qual è la pena, come la limitazione della libertà del soggetto. Quindi, nell’idea della pena c’è che essa sia meritata, che essa sia giustificata, che essa sia richiesta da quello che è accaduto; non richiesta da quello che potrebbe avvenire, non richiesta in relazione alla visione che si ha della vita sociale in quanto caratterizzata da atti di disordine, di aggressione, possibili nella vita sociale, ma è richiesta, è giustificata, è meritata in rapporto a quello che è accaduto ed è richiesta, giustificata, meritata in testa dal soggetto che ha commesso il reato sul quale si esplica, con la sua forza restauratrice dell’ordine, la pena.

Quindi, c’è l’idea di un legame; non solo di un legame giuridico tra reato e pena, ma di un legame, per così dire, morale, per cui il soggetto che ha commesso il reato ha con ciò stesso posto la necessità e la giustizia di una pena che lo colpisca. E, quindi, si può dire che, intanto è concepibile una pena come noi l’abbiamo descritta, quale castigo, quale rimprovero, quale sanzione, quale reazione al fatto illecito che si è verificato, in quanto questo fatto illecito costituisca un atto dell’uomo, un’estrinsecazione della sua personalità, una scelta, una scelta dell’uomo che lo espone al rischio della reazione giuridica. Ha scel to l’uomo e, conseguentemente, egli ha meritato il castigo giuridico, il castigo sociale che lo colpisce (…). Non v’è dubbio che nel diritto appare evidente, ad ogni passo, una scelta di civiltà. Io non nego che si possa scegliere diversamente, che si possa anche concepire il diritto come l’espressione di un meccanismo sociale, di un meccanismo storico dominato dal principio della necessità, ma dico che ogni istituto giuridico ha certamente un suo presupposto ideale al quale esso fa riferimento.

E questo presupposto ideale, naturalmente, qualifica istituti giuridici e induce a considerarli come determinanti e, quindi, si riempie di contenuto il diritto, si qualifica proprio in rapporto ai presupposti etico-sociali dai quali prende le mosse, [quindi] se in questo caso il diritto prende le mosse dall’idea della libertà e della responsabilità umana, evidentemente questo illumina, chiarisce tutta intera la natura del fenomeno giuridico penale. Se prende le mosse, invece, da un’idea arida, da un’idea neutrale, dall’idea dell’uomo inserito nel meccanismo della natura, nel meccanismo della storia, senza capacità personali di scelta, senza merito, evidentemente il diritto risulta qualificato e colorito in altro modo. Noi respingiamo questa neutralità del diritto di fronte ai grandi problemi dell’umanità e riteniamo che il diritto, invece, sia qualificato dal suo collegamento con alcune grandi idee, con alcuni grandi valori, con alcuni dati della civiltà umana.

Tra questi dati, fondamentale è il dato della libertà. Cioè, l’uomo agisce, l’uomo sceglie, l’uomo determina, l’uomo è responsabile, l’uomo merita il premio come merita la condanna, il rimprovero, la pena. Ed è incredibile che in un’epoca come la nostra, nella quale si è in movimento verso grandi attuazioni di giustizia e di civiltà umana, un’epoca nella quale l’uomo è chiamato a dare prova di sé con le sue scelte coraggiose nel senso della giustizia, della libertà e della dignità umana, proprio in questa epoca, si possa immaginare l’uomo inserito in un meccanismo, per così dire, naturalistico (…). La pena non può essere una reazione, quale che sia, una reazione smodata o una reazione insufficiente; la pena, che deve compensare il reato, che deve cancellare il reato, non può essere scelta a caso, sulla base di una visione tutta soggettiva che abbia colui il quale è chiamato ad applicare la pena. No, chi è chiamato ad applicare la pena ne trova, come sapete, la ragione, il fondamento, il modo di essere, la misura, in ciò che è stato commesso (il reato), nella gravità, nella entità dell’azione che è stata compiuta, la quale può essere evidentemente più o meno grave, più o meno rappresentativa della personalità del soggetto, e questo è quello che serve per definire la natura e l’entità della pena (…).

E, per quanto riguarda questa richiesta della pena, di come debba essere la pena, un giudizio negativo, in linea di principio, deve essere dato non soltanto per la pena capitale che istantaneamente, puntualmente, elimina dal consorzio sociale la figura del reo, m a anche nei confronti della pena perpetua: l’ergastolo, che priva com’è di qualsiasi speranza, di qualsiasi prospettiva, di qualsiasi sollecitazione al pentimento ed al ritrovamento del soggetto, appare crudele e disumana non meno di quanto lo sia la pena di morte. Ed è, appunto, in corso nel nostro ordinamento - che conosce ancora la pena dell’ergastolo, anche se non conosce più la pena di morte - una riforma che tende a sostituire a questo fatto agghiacciante della pena perpetua - (“non finirà mai, finirà con la tua vita questa pena!”) - una lunga detenzione, se volete, una lunghissima detenzione, ma che non abbia le caratteristiche veramente pesanti della pena perpetua che conduce ad identificare la vita del soggetto con la vita priva di libertà.

Questo, capite, quanto sia psicologicamente crudele e disumano. Qualunque cosa il soggetto faccia (si penta, magari, com’è pur possibile) non si può immaginare una modifica della sua vita che sia influente sul suo modo di essere, in presenza di una pena che è uguale alla vita della persona. Ci si può, anzi, domandare se, in termini di crudeltà, non sia più crudele una pena che conserva in vita privando questa vita di tanta parte del suo contenuto, che non una pena che tronca, sia pure crudelmente, disumanamente, la vita del soggetto e lo libera, perlomeno, con sacrificio della vita, di quella sofferenza quotidiana, di quella mancanza di rassegnazione o di quella rassegnazione che è uguale ad abbrutimento, che è la caratteristica della pena perpetua. Quando si dice pena perpetua si dice una cosa estremamente pesante, estremamente grave, umanamente non accettabile. Quindi ci dev’essere un’adeguatezza, ci dev’essere una proporzione della pena nei confronti del reato, e si conferma quel riferimento al reato di cui ho parlato: la pena proiettata verso il passato, giustificata dal passato, dall’episodio criminoso, misurata, nel suo modo di essere, dal passato, ma con questo arricchimento, cioè che il reato chiede una pena giusta.

Ma il reato, umanamente considerato, esclude quelle forme di pena che per definizione vadano nel crudele e nel disumano come, appunto, nei casi che io vi ho citato (…). Risolto il problema della qualità della pena, resta il problema della sua quantità, che è un problema estremamente delicato, un problema raffinato di giustizia: l’idea della proporzionalità dice che la pena deve essere commisurata al reato, misurata al reato, adeguata al reato. Quindi la pena non dev’essere, se il reato è grave, troppo leggera, cioè sproporzionata, inadeguata a far vivere quel rimprovero sociale dal quale ci attendiamo la restaurazione dell’ordine giuridico. Non deve essere, però, neppure quantitativamente troppo pesante sì da rappresentare un carico che per la sua eccessività diventa per ciò stesso, esso pure, crudele e disumano e, quindi, non dà alla pena quella risposta pacata, giusta, appassionata che è propria della pena. Ricordatevi che la pena non è la passionale e smodata vendetta dei privati: è la risposta calibrata dell’ordinamento giuridico e, quindi, ha tutta la misura propria degli interventi del potere sociale che non possono abbandonarsi ad istinti di reazione e di vendetta, ma devono essere pacatamente commisurati alla necessità, rigorosamente alla necessità, di dare al reato una risposta quale si esprime in una pena giusta.

E io vorrei insistere sulla considerazione che si tratta di un commisurare la pena non solo in termini quantitativi ma anche in termini qualitativi. Cioè, proprio la struttura della pena, come fatto che tocca la personalità del soggetto, è strettamente legata al fatto che quella pena giustifica e richiede (…). Ritorniamo, sotto questo profilo, all’indicazione contenuta nella nostra Costituzione, la quale ci dice che la pena non può consistere in trattamenti crudeli e disumani. Quindi dal reato, ragione e fondamento della pena, non viene solo la richiesta di una certa quantità della pena che sia adeguata, che sia corrispondente alla gravità del reato; ma viene anche una richiesta in senso negativo: cioè il reato non richiede, non immagina, come pena proporzionata, adeguata al reato, quella che si esprime in trattamenti crudeli e disumani. Cioè, in una parola, non esige il reato e, quindi, non consente il reato che vengano posti in essere trattamenti crudeli o disumani. Che vuol dire “trattamenti crudeli o disumani”? Vuol dire trattamenti, vuol dire interventi, vuol dire atti di incidenza del potere pubblico sulla persona, che vadano al di là della necessità di limitare la libertà umana.

UN LIBRO CONTROCORRENTE
Come dimostra lo stralcio della lezione tenuta da Aldo Moro nel 1976 che appare in questa pagina, c’era un tempo in cui il dibattito sulla giustizia non era avvelenato da leggi ad personam e dall’esclusivo attacco ai giudici e agli organismi di garanzia come il Consiglio superiore della magistratura. Il confronto tra giuristi poteva perciò misurarsi sulla categoria di pena e spingersi fino a prevedere l’abolizione dell’ergastolo. Verso una riconsiderazione “dei delitti e delle pene”, per citare il famoso trattato di Cesare Beccarla del 1764, spingeva pure l’humus politico e sociale degli anni Settanta che apriva la grande stagione delle riforme e dei diritti. Nulla di paragonabile ai riflessi securitari e repressivi che dominano la scena dell’Italia dei nostri giorni. Va quindi segnalata come iniziativa controcorrente quella di Stefano Anastasia e Franco Corleone di confezionare un agile libretto dal titolo secco Contro l’ergastolo e dal sottotitolo che già indica un percorso intellettuale: “Il carcere a vita, la rieducazione e la dignità della persona”.

In 142 pagine, casa editrice Ediesse, 8,00 euro, dove compaiono tra gli altri il testo integrale della lezione di Moro e gli interventi che lo analizzano di Mino Martinazzoli e Francesco Saverio Fortuna, c’è un condensato di ragionevoli motivazioni per riaccendere i riflettori su un tema che è stato espulso dal dibattito politico e giuridico. L’intento dei curatori del libro è esplicito. Confidano che il loro lavoro “possa suscitare un nuovo moto di ribellione verso la riduzione dei principi costituzionali a espressioni derisorie e beffarde”. Il richiamo è alla Costituzione repubblicana che nelle sue parti dedicate alla giustizia contiene come idea-forza la riconsiderazione rieducativa della pena e in questo quadro pone, almeno in prospettiva, la deduzione dell’ipotesi di abolizione dell’ergastolo. La tesi del libro, illustrata nei saggi di Alessanro Margara, Patrizio Gonella, Salvatore Senese, Guido Calvi, Giuseppe Mosconi, è che l’ergastolo rappresenti una vera e propria negazione dei principi costituzionali sulla finalità rieducativa della pena: se la si abbandona, non c’è la possibilità, fosse solo teorica, di un ritorno alla libertà. L’ergastolo, si argomenta in questo volumetto, trasforma perciò “il soggetto in oggetto, privandolo della sostanza stessa della propria umanità, di quel residuo di libertà e di responsabilità su di sé e sul proprio futuro che nessuna pena può legittimamente cancellare”.

Maria Luisa Boccia attualizza la discussione a partire dal sentimento di “paura” - verso i migranti, verso i diversi - che è diventato vero e proprio strumento di governo: “Sono convinta che se sapremo parlare il linguaggio dell’amore per la vita e per la libertà potremo spezzare la spirale paura/sicurezza che porta ad un ricorso crescente al penale, all’innalzamento delle pene ed inasprimento del regime carcerario”. Adriano Sofri, che ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza del carcere, analizza con acume le riflessioni sul diritto e l’ergastolo di Moro. Ne trae una conclusione da condividere: “Ciascuno può misurare quanta strada sia stata fatta da allora, da quel 1976, a oggi, fine di decennio del nuovo secolo e millennio: all’indietro. Proclama retorico sempre più pigro di una minoranza politica, il ripudio dell’ergastolo è affidato pressoché solo al grido di certi fondi di cella, e al coraggio di lotte isolatissime”. È vero. Le buone ragioni, non solo in Italia, spesso animano le minoranze ma senza quest’ultime la politica si riduce a ben poca cosa. Forse al solo esercizio di un potere che va perdendo etica e capacità di persuadere. Di diritti e di carcere troppo spesso non discute neppure la sinistra.

(A.G.)
www.terranews.it

giovedì 10 dicembre 2009

De Rosa: Il patriarca «popolare»

Per Gabriele De Rosa cultura e impegno civile erano strettamente connessi. E, forse, per un uomo dal carattere e dalla biografia battagliera, era l’unico modo di vivere la vita pienamente e senza rimpianti. Ufficiale dei granatieri a El Alamein, membro della Resistenza nella Roma occupata dai nazisti, primo biografo "autorizzato" da don Luigi Sturzo, di cui raccolse dalla viva voce le memorie e i ricordi, portava in quell’ambiente accademico, di cui era membro e protagonista, una passione civile, un’attenzione al tempo presente, un’analisi profonda e un amore per i poveri e i perseguitati davvero unici. Pur essendo un frequentatore di archivi e un ricercatore finissimo e rigoroso, tutto in lui era così distante dallo stereotipo del topo di biblioteca, prigioniero di carte e documenti. Anche a livello fisico: corporatura imponente, sguardo severo, andatura fiera, voce baritonale. Per non parlare del suo carattere: uno spirito forte, libero, indipendente, profondamente ironico, spigoloso a volte, ma capace di momenti di grandissima dolcezza.

Non fu dunque un caso che da giovanissimo riuscì a imporsi nell’ambiente accademico in anni in cui nelle università dominava l’egemonia comunista: e, non avendo una scuola alle spalle, divenne rapidamente lui stesso un caposcuola. Insieme a pionieri come Fausto Fonzi e Pietro Scoppola restituì alle vicende del movimento cattolico italiano, per molti anni trascurate dalla storiografia, il ruolo e la dignità che a esse spettano nella storia italiana. E se nel mondo cattolico c’era chi si lamentava che i manuali di storia dei licei erano tutti orientati a sinistra, De Rosa non si associava ai piagnistei e rispondeva alla sua maniera: scrivendone lui uno.

Fu dunque naturale per lui, ex cattolico-comunista "convertito" dall’incontro folgorante con Sturzo al cattolicesimo democratico, seguire con interesse e passione le alterne vicende politiche italiane e della Dc. Schierandosi, da uomo libero e mai da gregario, con le componenti della sinistra democristiana più attente all’evoluzione della politica, alle riforme sociali e ai temi del rinnovamento. Battendosi per il dialogo, ma erigendo sempre un muro di intransigenza nei confronti del decadimento morale, del malcostume, della corruzione e della contiguità tra politica, mafia e poteri occulti.

Per De Rosa, che da intellettuale aveva collaborato strettamente con Aldo Moro – preparandogli, tra l’altro, la traccia per il famoso e bellissimo discorso in memoria di don Sturzo tenuto al teatro Eliseo nel 1959 – la candidatura al Senato, nelle liste della Dc, nel 1987, fu quasi uno sbocco obbligato. Erano i tempi in cui, a Palazzo Madama, lo scudocrociato faceva eleggere un piccolo numero di intellettuali cattolici, i cosiddetti esterni. De Rosa, che si trovò subito a fianco di personalità come Roberto Ruffilli, Niccolò Lipari, Leopoldo Elia, non era però un esterno. Ma, a ben vedere, nemmeno un interno. Già in quegli anni la sua forza, il suo prestigio, la sua competenza andavano ben oltre lo schieramento a cui pure, con convinzione, apparteneva. Era, davvero, un monumento vivente.

Lo conobbi in quegli anni, giovane praticante giornalista alla Discussione, il settimanale della Dc. Flavia Nardelli, segretario generale dell’Istituto Sturzo, di cui De Rosa era presidente, mi propose di occuparmi dell’ufficio stampa di un convegno, fissandomi un incontro con il Professore. La figura di De Rosa era circondata da un’aura di timore. Entrai nella sua stanza trepidante.

Mi scrutò, con quell’inconfondibile espressione tra il burbero e il bonario, mi indicò una sedia e cominciò a chiedermi notizie sulla Dc. Contrariamente alle aspettative era affabile ed estremamente cordiale. Ma la cosa che mi stupì di più era che avesse perso molto tempo (la conversazione durò più di un’ora) ad ascoltare le opinioni di un giovane alle prime armi. Lui era fatto così.

La crisi di Tangentopoli, la decimazione giudiziaria della classe dirigente democristiana, obbligò De Rosa a impegnarsi ancora più a fondo nella politica attiva. Fu proposto per l’incarico, faticoso e, in quella stagione tormentata, delicatissimo di presidente dei senatori democristiani. Un ruolo che non avrebbe mai cercato, ma che accettò con spirito di servizio, mostrando equilibrio, competenza, onestà e altissima dignità in un momento in cui tutto gli stava franando intorno. Di lì a poco la Dc, dopo aver eletto segretario Mino Martinazzoli, chiuse i battenti.

Sulle sue ceneri rinacque il Partito Popolare Italiano, che avrebbe dovuto rappresentare il meglio della tradizione politica cattolica, depurata dalle scorie di troppi anni di permanenza al potere. De Rosa si buttò a capofitto, con entusiasmo, nella nuova impresa. E aprì le porte dell’Istituto Sturzo al battesimo ufficiale della nuova formazione politica, di cui divenne presidente. Come sappiamo, il secondo Ppi ebbe vita breve e travagliata. In quel periodo i contatti tra il Professore e me, cronista parlamentare, si intensificarono notevolmente.

Ricordo come fosse oggi quando, deferito ai probiviri e sospeso dal partito per aver appoggiato Gerardo Bianco contro Buttiglione, si sfogò amaramente con me in Transatlantico. E qualche tempo dopo mi disse: «Abbiamo fatto lo stesso errore, quello di considerare possibile la rinascita di un partito sturziano in Italia, dove di personalità come Sturzo ormai non ce n’è nemmeno l’ombra».

Amareggiato dalle successive vicende politiche, che considerava una vera involuzione della democrazia italiana, uscì dalla vita parlamentare. Ma non per questo smise di fare politica. Con due obbiettivi principali: difendere la figura unica e irripetibile di don Luigi Sturzo dai ricorrenti tentativi di appropriazione indebita; combattere il revisionismo storico di chi voleva negare, in toto, la dignità e il valore etico della Resistenza. Di fronte a questi atteggiamenti il vecchio e leone di El Alamein tornava a ruggire con la forza di sempre.

Giovanni Grasso
www.avvenire.it

giovedì 26 novembre 2009

CASO MORO: OSSERVATORE, ZACCAGNINI FECE TUTTO IL POSSIBILE

A venti anni dalla morte di Benigno Zaccagnini, l’Osservatore Romano rende omaggio a questo laico cattolico di Ravenna, prima partigiano e poi esponente della sinistra dc, ministro del Lavoro e infine, 1975 all’80, segretario del partito dopo la caduta di Fanfani causata dalle lacerazioni seguite al referendum sul divorzio.

Chiamato dal suo amico Aldo Moro a quella responsabilita’, Zaccagnini, ricorda il giornale della Santa Sede, dovette affrontare ‘la prova del tragico rapimento e del crudele omicidio del leader democristiano nei tristi giorni della primavera del 1978′. ‘Resta ancora oggi impresso nella nostra memoria il suo volto sofferente di quei mesi, la voce commossa, rotta frequentemente dal singhiozzo e dal pianto’, scrive l’Osservatore affermaando che, contrariamente a quanto sostenuto in alcune ricostruzioni giornalistiche per le quali era succube della linea della fermezza imposta dal Pci, ‘con l’animo dilaniato, Zaccagnini tento’ tutto il possibile per salvare la vita all’amico fraterno, nel rispetto della legalita’ e delle istituzioni repubblicane, minacciate nella loro stessa sopravvivenza, per la prima volta dalla fine della lotta al nazifascismo, con un attacco violentissimo e inaudito’.

‘La tragedia dell’amico e sodale che aveva ispirato negli anni il suo impegno politico - sottolinea il giornale diretto dal prof. Giovanni Maria Vian - segno’ il declino della segreteria di Zaccagnini che preferi’ abbandonare la scena pubblica scegliendo di conservare unicamente l’incarico di senatore della sua Romagna. Il forte legame con Ravenna, dalla quale non volle mai allontanarsi e l’ininterrotta, fedele, collaborazione con gli arcivescovi della sua citta’ incisero - conclude l’articolo citando tra questi il card. Ersilio Tonini che per il stgertario dc propone l’avvio di un processo di beatificazione - in maniera indelebile sulla sua personalita’, impregnandone intimamente lo spirito: uno spirito politico orientato da una fede cristiana solida e genuina e maturato in circostanze storiche incomparabilmente diverse da quelle attuali’. (AGI)

martedì 17 novembre 2009

On-line l'archivio della Rivista Studium

Una nuova risorsa e' presente sul sito internet delle Edizioni Studium (www.edizionistudium.it). E' stato portato a termine l'inserimento in un database on line dei dati bibliografici relativi a tutti gli articoli presenti sulla rivista 'Studium' dal 1906 al 2009. Con una veloce ricerca si potranno cosi' conoscere tutti i dati relativi alle pubblicazioni di uno specifico autore o su uno specifico argomento e rintracciare i relativi articoli nell'annata e nel fascicolo di riferimento. Il lavoro, iniziato e progettato a partire dal 2006, a cento anni dalla nascita della rivista, e' stato dunque concluso da poche settimane, durante la centesima annata pubblicata (la non coincidenza e' dovuta ad un'interruzione delle pubblicazioni durante la prima guerra mondiale). La catalogazione sistematica degli articoli presenti sulla rivista 'Studium' nel periodo che va dalla sua fondazione ai giorni nostri viene messa a disposizione degli studiosi gratuitamente, nell'ambito di un'ottica di comunicazione e collaborazione culturale proprie dell'editrice e della rivista sin dai tempi della loro nascita. ''La costante fedelta' al valore della cultura, della ricerca, del pensiero, in una prospettiva cristiana ha portato cosi' l'editrice a rendere disponibile agli interessati un utile strumento per indagare la vita e lo sviluppo di una storica componente del pensiero spirituale e cattolico come e' stata per piu' di cento anni la rivista 'Studium'"', si legge in un comunicato stampa. Da una banca dati del genere e' possibile conoscere e rintracciare alcuni importanti scritti di diverse personalita' che hanno dato un contributo essenziale alla vita e alla storia del nostro Paese. Si puo' pensare, in tal senso, agli interventi di padre Agostino Gemelli, presente con diversi testi, spesso molto ampi e appassionati, dal 1906, primo anno di pubblicazione della rivista (con un contributo su 'I progressi delle scienze biologiche innanzi al pensiero cattolico'), al 1936 (con uno scritto sulla 'Responsabilita' dei medici cattolici'); a quelli di Giorgio La Pira, pubblicati tra il 1940 ('La responsabilita' del pensiero') e il 1950 ('Chiesa e uomo'); a cavallo tra guerra e dopoguerra come quelli scritti da Aldo Moro tra il 1942 ('Problemi dell'Universita'') e il 1952 ('Le basi della civilta'').

Un'analisi delle lettere di Moro: «Due volte prigioniero», di Rocco Quaglia

I terribili giorni del rapimento di Aldo Moro, allora presidente della Democrazia Cristiana, da parte delle Brigate Rosse, hanno lasciato una impronta indelebile nella memoria collettiva italiana, perché fu evidente tutta la debolezza dello Stato e si approfondirono le divisioni non solo tra schieramenti opposti, ma all’interno di alcuni partiti, la Dc in primis. Da allora sono stati versati fiumi di inchiostro, che hanno sviscerato non solo le dinamiche politiche e sociali di quei tragici cinquantacinque giorni del 1978, ma anche gli aspetti psicologici dell’uomo che il suo stesso partito non voleva riconoscere nelle lettere che inviava dalla sua prigione.

Rocco Quaglia, psicoterapeuta e docente universitario a Torino, prova ora ad analizzare quelle lettere alla luce di una analisi psicologica che rivela come l’isolamento dell’esponente democristiano fosse più profondo di quanto si possa pensare. «Due volte prigioniero» è infatti il titolo di questo «ritratto psicologico di Aldo Moro nei giorni del rapimento», come recita il sottotitolo. Perché il presidente Dc era insieme recluso ed escluso dal dialogo - e dalla trattativa - che egli tentava di iniziare con i suoi compagni di partito. I quali cercarono di far passare la tesi che Moro non era in possesso della sua libera volontà e che se mai era vittima della sindrome di Stoccolma, vale a dire del fenomeno di lento scivolamento verso le ragioni dei propri carcerieri da parte di persone tenute in ostaggio.

Quaglia analizza molte lettere di Moro e arriva alla conclusione che non solo esse esprimevano la vera volontà dell’uomo politico, ma volevano dire altro rispetto a quanto sostenevano i suoi amici e alleati politici: il leader democristiano era, secondo l’autore, in possesso della sua libera volontà, e voleva non solo e non tanto salvare se stesso, ma rimettere in equilibrio quanto il suo rapimento aveva compromesso: lo Stato e la sua famiglia. Quaglia interpreta le sue richieste di ascolto delle proposte di scambio brigatiste come possibilità per la democrazia di sopravvivere senza violenti traumi (si era nel periodo in cui l’allora Partito comunista era praticamente entrato nell’aera di governo dopo decenni di opposizione talvolta durissima) e per la sua famiglia di mantenere un equilibrio che rischiava di saltare trascinandola nel dolore e nell’angoscia.

In questa prospettiva è da leggere il rivolgersi di Moro al nipotino Luca, troppo piccolo per capire quello che stava succedendo: quel bambino rappresentava la vita, quella di Moro, quella della sua famiglia e quella dello Stato che rischiava di essere spazzata via, con conseguenze sociali e familiari nefaste. Quaglia analizza psicologicamente anche i brigatisti, che, se da una parte agitarono l’immaginario di una certa area giovanile, dall’altra emergono con «le loro fragili personalità, e le loro povere storie di bambini spauriti». A più di trent’anni di distanza da quei fatti, questo libro rappresenta un contributo al tentativo di storicizzare un evento che presenta ancora lati oscuri e inquietanti.

di Marco Testi
www.romasette.it

domenica 8 novembre 2009

Il falsario di Stato: uno spaccato noir della Roma degli anni di piombo di Nicola Biondo, Massimo Veneziani




Tony Chichiarelli è il protagonista e vanta due primati straordinari della nostra Storia: è autore della più grande rapina mai compiuta in Italia (35 miliardi di lire nel 1984) e del falso meglio riuscito: il comunicato n. 7 delle Brigate rosse del 18 aprile 1978, in cui si annunciava il "suicidio" di Aldo Moro, operazione ideata da Steve Pieczenik, l'esperto americano chiamato ad aiutare Cossiga a risolvere il sequestro Moro, per tendere una trappola ai brigatisti. Ma chi è Tony Chichiarelli? Solo dopo il suo omicidio nel 1984, le indagini rivelano un percorso fatto di traffici di droga e quadri falsi, ricatti e violenze, Brigate Rosse, Banda della Magliana e servizi segreti. Ma più di tutto questo, la storia affonda le sue radici nel rapimento e nella morte più misteriosa del XX secolo: quella del presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro.

Edizione 1° anno 2008
Editore: Cooper - Lingua: italiano - Collana: The Cooper Files
Pagine: 199 - Traduttore:
ISBN: 8873941079 - EAN: 9788873941079

mercoledì 28 ottobre 2009

E' morto Corrado Simioni, l'uomo di Hyperion. La notizia nascosta per un anno

Dopo diversi tentativi andati a vuoto, ho deciso di riprovare ed ho ricomposto il numero di un Bed and Breakfast nel Sud della Francia. Questa volta, finalmente, qualcuno mi ha risposto. Era la voce di un uomo che parlava perfettamente l’italiano.

«Buon giorno, sono Giovanni Fasanella, un giornalista. Vorrei la signora Archer.»

«Mia sorella non c’è, è in viaggio…»

«Posso dire a lei?»

«Sì, dica pure a me.»

«Mi dispiace…ma dovrei verificare una notizia… Ho saputo che suo cognato, Corrado Simioni, è morto…»

«Sì, purtroppo.»

«Quando?»

«Ottobre di un anno fa.»

«Com’è successo?»

«No, mi dispiace, non posso dirglielo. Dovrà parlare con mia sorella, tornerà fra qualche giorno.»

«Posso chiederle solo come mai la notizia è rimasta coperta per un anno… In Italia nessuno ne ha mai scritto. E in Francia?»

«Neppure. Evidentemente non era un personaggio così importante come si è voluto far credere.»

E invece, Corrado Simioni, il fondatore della scuola parigina di lingue Hyperion, era un personaggio molto importante, notissimo negli ambienti intellettuali sia francesi che italiani. Da noi si è parlato a lungo di lui perché sospettato di essere il “cervello politico” delle Brigate Rosse. In Francia perché era stato il braccio destro di un mitico personaggio, quasi un monumento, come l’Abbé Pierre. Curioso, davvero curioso che della sua morte nessuno abbia mai saputo e scritto per un anno.

Lo avevo cercanto a lungo, perché volevo incontrarlo. Ma nessuno sapeva in quale parte della Francia vivesse. Chi diceva a Parigi, chi in un castello della Normandia, chi in una villa sulla Costa Azzurra… Alla fine, quasi due anni fa, l’avevo rintracciato grazie a un amico che si era “appassionato” alla sua figura leggendo alcuni dei miei libri, in particolare “Che cosa sono le Br” (con Alberto Franceschini) e “Guido Rossa, mio padre” (con Sabina Rossa). Simioni si era “rifugiato” nella campagna di Truinas, nella Drome, Sud-Est francese, dove gestiva un B&B insieme alla sua compagna Giulia Archer. Un «luogo magico», come lui stesso amava definirlo: un casale d'epoca vicino alla sorgente di un fiume e ad antiche rovine. Avevo telefonato diverse volte, mi aveva sempre risposto Giulia Archer, dicendomi che il suo compagno era in viaggio. Un giorno, però, trovai lui e gli chiesi di vederlo. Era sospettoso, sembrava quasi che avesse paura di parlarmi, mi disse che aveva avuto un infarto e lasciò tutto nel vago. Quella fu la prima ed unica volta che riuscii a parlare al telefono con Simioni. Avevo deciso comunque di andare a trovarlo in quel «luogo magico». Ma il telefono del suo B&B squillava sempre a vuoto.

Diversi giorni fa, ho avuto la notizia della sua scomparsa via e-mail, su Facebook. Era di un altro mio lettore. Anche lui aveva voluto conoscere Simioni ed era andato in vacanza a Truinas per tre estati di seguito. Erano diventati quasi amici. Dopo la sua morte, non era più tornato. Gli ho chiesto qualche riscontro. Mi ha fatto avere l’atto di cessazione dell’attività di B&B, stipulato il 31 dicembre del 2008 presso la camera di commercio di Roman sur Isere, per l’avvenuto decesso dell’unico socio, Corrado Simioni. Volevo un altro riscontro. L’ho avuto parlando, dopo molti tentativi, con il fratello di Giulia Archer.

Negli ultimi tempi, le condizioni di salute di Simioni si erano un po’ aggravate. Per le cure si faceva arrivare medicine da diverse parti del mondo. Persino dalla Cina. Se n’è andato, a quanto pare, così come aveva vissuto, appartato, nascosto, portando via con sé i suoi segreti. Questa volta per sempre.

di Giovanni Fasanella
http://www.facebook.com/home.php#/note.php?note_id=318563920141&id=1413627216&ref=mf

sabato 24 ottobre 2009

Giulio e il volto del potere

Vi segnalo un articolo su "L'Espresso" di questa settimana di Giuseppe D'Avanzo su Giulio Andreotti:

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/giulio-e-il-volto-del-potere/2113102/8

lunedì 19 ottobre 2009

Moro e il Pci (’78): le carte dei servizi inglesi

Segnalo il blog di Giuseppe Casarrubea che ha tradotto una selezione di documenti britannici sul caso Moro, desecretati dal Foreign Office nel gennaio di quest’anno e attualmente consultabili negli Archivi Nazionali di Kew Gardens e in parte presso l’Archivio Casarrubea di Partinico (PA).


http://casarrubea.wordpress.com/2009/10/18/moro-e-il-pci-78/

venerdì 2 ottobre 2009

Lo Stato e il diritto secondo Aldo Moro (Lezioni di Filosofia del Diritto, Cacucci 2006)

Posto la recensione che l'amico Gian Franco Lami ha scritto in occasione della ristampa delle lezioni baresi di Filosofia del diritto, testo fondamentale per entrare nel "complesso" pensiero di Moro.

Sono state stampate, in una nuova veste grafica, dall'editore barese Cacucci, le lezioni di Filosofia del Diritto tenute da Aldo Moro negli anni 1942-43 e 1944-45. Non si tratta di una ricostruzione storico-filologica, né di un semplice contributo, per quanto validamente offerto dai professori Francesco Bellino, Pietro Pepe e Francesco Saponaro, alla memoria dell'uomo politico e dell'accademico. Si tratta, in effetti, della rinnovata proposta di una concezione giuridica coraggiosa, dai contenuti fortemente caratterizzanti il ruolo dell'ordinamento e delle istituzioni, nel nome di una rifondazione morale della politica e del diritto. E direi che mai, come nel periodo che stiamo vivendo, un suggerimento del genere dovrebbe essere raccolto e condiviso dalle persone di buona volontà. Quella che Moro chiamava, alla maniera di Von Jehring, la "lotta per il diritto", fu da lui personalmente combattuta, attraverso le riflessioni maturate in un periodo di tensioni a dir poco epocali, quale fu il periodo del Fascismo italiano, in tempo di guerra. La sua sensibilità di giurista non gl'impedì, tuttavia, nei momenti di massima confusione popolare, d'innalzare un appello alla virtù, al piacere della libertà. Il termine di "legge" non viene mai slegato, nelle pagine del nostro libro, dal termine di "verità", quindi, dal riferimento a un'ideale necessità, nella quale Dio torni a dare un senso, nel molteplice e nel caotico susseguirsi dei fatti umani. Un Dio, dunque, sia egli "trascendente o immanente", purché si dimostri in grado di confermare la promessa d'amore, sottesa alla congerie di rapporti, di cui la società si alimenta. Per questa strada, che mette allo scoperto le ragioni profonde e il compito della norma, si rinviene la funzione davvero universale nonché della giustizia, dello Stato stesso. E' universale, infatti, la vocazione dell'umanità intera alla giustizia, com'è universale la vocazione dello Stato alla "comunità internazionale". Oltre il puro individualismo, oltre il cieco particolarismo, Aldo Moro vedeva, già all'alba di nuove intese mondiali, la "suprema legge etica" che ne avrebbe potuto e dovuto regolare l'azione. Lo Stato, tuttavia, non sarebbe rimasto più lo stesso, dopo la cura etica che la dottrina di Moro proponeva. Anch'esso doveva abbandonare la dimensione puramente amministrativa, soddisfacente le sole manie dell'interesse egoistico e materiale, per trasformarsi nella "società di persone morali", nel veicolo dell'universalità dell'umano valore "in ciascuno e in tutti". Esso si sarebbe presentato perciò come sintesi dell'idea liberale e di quella sociale, di liberalità e di socialità, in un processo continuo di fondazione e rifondazione di tali princìpi, ove l'autonomia è in grado di realizzarsi nella comunione con gli altri. Non meraviglia perciò che il rapporto statale venga subito collegato, dalla lezione morotea, alla famiglia e alla Chiesa, pur senza trascurare il residuo vitale della società, a cominciare dal mondo del lavoro e dalle rappresentanze sindacali. Impresa ardua, per il diritto, quella di dare forma a una vitalità sociale avvertita, come aveva appena enunciato il filosofo Giovanni Gentile, "in interiore homine". Del resto, a riprova del fatto che, funzionale all'uomo, è la pienezza di vita morale, Moro confermava il valore di una "legge" che aiuta, tramite la regolamentazione dei rapporti interindividuali, a ritrovare nel tempo l'equilibrio personale, sempre soggetto a perdersi. E non è motivo di scandalo se, al cuore delle sue rivelazioni di uomo di Stato e di diritto, Moro manteneva fermo il principio della libertà e la libertà di coscienza, in specie. In ciò, ipotizzava la vittoria definitiva della moralità e dell'amore, sulla violenza e sulla legge stessa - della quale non è solo possibile, bensì anche auspicabile "liberarsi".

Gianfranco Lami
www.cittadinolex.kataweb.it

mercoledì 23 settembre 2009

Lo psicologo: Moro non era un pauroso

Va in libreria oggi, che sarebbe stato il giorno del 93° compleanno di Moro, «Due volte prigioniero. Un ritratto psicologico di Aldo Moro nei giorni del rapimento», interessante volume Lindau (pp. 210, euro 16) firmato da Rocco Quaglia: psicologo, psicoterapeuta e docente di psicologia dinamica all’università di Torino. Dal testo riprendiamo qui parte dell’introduzione. Per la prima volta le lettere inviate dallo statista durante la prigionia vengono esaminate non come testi politici da decifrare, ma come gli scritti di un uomo che ogni giorno si confronta con la morte, con il senso della propria esistenza e di quella delle persone più care. In questo modo il volume evidenzia come Moro fu «due volte prigioniero»: delle Brigate Rosse e dell’immagine che di lui venne ostinatamente diffusa, vale a dire di una persona incapace di dominare l’emotività e preda dell’istinto di sopravvivere.

Vi è un equivoco che attraversa l’intera vicenda del sequestro Moro, e genera una diversa disposizione nei confronti dell’uomo, suscitando nei suoi riguardi una maggiore o minore disponibilità a entrare in empatia. Moro non voleva morire, e tale volontà era accompagnata, come rileva Leonardo Sciascia, da una preoccupazione quasi ossessiva per la famiglia.

Ha Moro usato «l’argomento famiglia nel sentimento, nella sentimentalità, nel pietismo in cui gli italiani lo usano»? Se assumiamo questa prospettiva, come in un dipinto di Caravaggio, vedremo le ombre prevalere sulla luce. Proviamo, invece, a pensare: Moro voleva vivere; in questo caso, è la luce che travolge e sorprende le ombre. L’espressione «non voler morire» contiene paura, e la famiglia diventa opportunità; «voler vivere» desta desideri, e la famiglia diventa motivo. Tentare di comprendere quel che era «noto» a Moro, nell’invocare la famiglia come ragione fondamentale della sua lotta per la vita, è proposito e argomento principale di queste pagine.

Moro reagisce al trauma dell’eccidio e alla violenza della «deportazione» non opponendosi né rassegnandosi. Non indulge nell’autocommiserazione, non si chiude nella depressione, non reagisce con comportamenti disordinati, non ricorre a modi interattivi di compiacenza, ma avanza le pretese dei propri ragionamenti. Ugualmente distanti da lui sono le immagini di vittima e di martire. La risposta di Moro è espressione di una personalità integrata, equilibrata e aderente alla realtà. Il prigioniero non veste né l’abito del penitente, né quello dell’impavido: a dettare i suoi comportamenti non è un infantile amore di sé, ma un affetto che si chiama responsabilità impegnata.

La preoccupazione primaria di Moro era una soltanto, salvare la sua famiglia dal dolore di una tragica
esperienza di lutto, e ciò esigeva la difesa della propria vita. Quanti intimamente hanno creduto che Moro eleggesse la famiglia a pretesto per salvare la propria vita dimostrano di essere molto lontani dall’affettività dello statista. Egli divina che la sua morte ucciderà altri: tutte le persone che ama, e tutte le persone che lo amano; antivede che la sua morte travolgerà il suo partito, e che «una pagina agghiacciante nella storia d’Italia» sarà scritta. Tutti i suoi timori si sono verificati, niente è stato più lo stesso, né per i suoi familiari, né per i «tanti fedelissimi delle ore liete».

Un’esistenza avvertita come impegno per l’altro motiva Moro a combattere per controllare le proprie angosce, per conservare l’unità della sua persona, per non rinunciare al diritto alla vita. Di quale vita? Non quella del politico, ma di una vita che, nelle relazioni familiari, ha trovato il significato più genuino, in particolare nella relazione tra un nonno e un nipote. È un traguardo di vita, questo, che si raggiunge «in tanti anni e in tante vicende, [quando] i desideri sono caduti e lo spirito si è purificato».

La vita è concretamente nelle relazioni, dove si può toccare, udire, vedere, non nei principi, o nelle idee di un’astratta legalità. D’altronde, preferire la vita per non sottrarsi a un compito, per risolvere un problema «grave e urgente», a costo di disilludere e deludere, comporta il superamento di ogni narcisismo e di ogni infantile bisogno di approvazione. Moro appare consapevole di sacrificare il suo amor proprio e di immolare coram omnibus la propria immagine; tuttavia, antepone il bene dell’altro al proprio, sfidando incomprensione, dileggio e ostracismo morale.

Ora, in nessuna lettera redatta da Moro è possibile cogliere una sola espressione di paura per la sua persona, dovuta alla morte; costante, invece, è l’ansia per la «famiglia». «È noto che i gravissimi problemi della mia famiglia sono la ragione fondamentale della mia lotta contro la morte». Non è tuttavia soltanto la famiglia, in cui era soprattutto la persona di riferimento, a preoccupare Moro, ma tutto quello che in trent’anni aveva costruito per il Partito, l’altra sua grande famiglia, di cui si sentiva ugualmente padre e responsabile. La stessa ossessiva preoccupazione per il nipote Luca, ringiovanito di un anno, rimanda alle ansie dello statista per l’anno 1976: un tal errore, più volte rinnovato, richiama l’attenzione su quel problema «noto» e irrisolto, che sta investendo, appunto, «la famiglia democristiana».

Il 20 giugno 1976 si erano svolte le elezioni politiche: il Pci seguiva dappresso la Dc, e l’onorevole Moro annotava: «I vincitori sono stati due, e due vincitori in una sola battaglia creano certamente problemi». Il 1976 è stato definito l’anno dello scampato pericolo, un pericolo che rischiava di stritolare il Paese tra i due blocchi, allora, contrapposti e imperanti. Moro è dunque in ansia non soltanto per i familiari, ma anche per la «famiglia», che regge le sorti di un Paese alquanto «scombinato».

Al segretario del suo partito scrive: «Le inevitabili conseguenze [della mia morte] ricadranno sul partito e sulle persone»; e ancora, come intrecciando le sorti delle due famiglie: «Con il mio è il grido della mia famiglia ferita a morte […]. Non creda la Dc di avere chiuso il suo problema, liquidando Moro».
Il prigioniero Moro sapeva che le sue lettere non erano state accolte: le condizioni di costrizione consentivano di confutare il loro valore. Si trattava, per Moro, di scegliere tra la difesa di un onore in linea con la ragione di Stato – sacrificando la propria famiglia – e la difesa di un Paese, che sapeva in «cattive» e «non oneste mani» – sacrificando la sua immagine di uomo e di statista. Moro scelse la vita, sapendo che soltanto in questo modo avrebbe vinto anche in caso di morte. A una memoria celebrata, preferì il ricordo di sé in chi lo amava, e non lasciò nulla d’intentato per salvare tutto quello che poteva essere salvato, salvando se stesso.

Moro, dunque, si dichiarò «in piena lucidità e senza avere subito alcuna coercizione della persona». Protestò la sua completa padronanza di sé sia per favorire le trattative, sia per tranquillizzare la famiglia. La risposta del governo arrivò immediata e spietata: Moro è divenuto un altro, la prova è nella sua dichiarazione di sanità mentale.

Alle logiche di potere e di opportunità dello Stato, Moro antepose quelle dell’uomo. È quanto emerge dalla lettura del suo epistolario, a condizione che si sappia restituire all’individuo la sua reale dimensione, costituita di cose quotidiane e di rapporti affettivi. Ogni altra dimensione è ingannevole e fallace: nei ruoli pubblici gioca sovente la «maschera». Nessuna «ombra» si aggira nelle lettere di Moro, da esse si evince che tutti i suoi ruoli, con gli studenti, con i collaboratori, con gli uomini della scorta, con lo Stato, ricalcavano i naturali ruoli della famiglia; inoltre, vi è un Moro che, in tutte le sue relazioni e scelte, sa essere e operare come un genitore responsabile e un «servitore» affidabile.

Proprio perché fino in fondo sano di mente, Moro ha potuto sfidare tutti i pregiudizi retorici, fino al punto da rendersi irriconoscibile agli «amici», e diventare così un nemico pericoloso e insano. Quanti, infatti, lo avevano conosciuto per «comunanza di formazione culturale, di spiritualità cristiana e di visione politica» hanno dichiarato: «Non è l’uomo che conosciamo».

Moro non era cambiato, stava semplicemente applicando a se stesso valori e umanità che aveva fino ad allora fatto valere per gli altri. Per la sua spiritualità cristiana non poteva disprezzare la vita, poiché non era per una testimonianza resa a Dio che era chiamato a offrirla: quella morte era inutile, perché la Democrazia cristiana, per lui, non era «cristiana». Moro non poteva neppure deprezzare la vita per un astratto principio, barattando il male concreto che avrebbe inferto ai familiari contro gli alti riconoscimenti che la sua figura avrebbe ricevuto. L’equivoco nasce dunque dalla dimensione genitoriale del sentimento di Moro.
Rocco Quaglia

martedì 22 settembre 2009

'Io boss, cercai di salvare Moro' - testimonianza di Francesco Fonti raccolta da Riccardo Bocca

Si chiama Francesco Fonti, e il suo nome in queste settimane rimbalza tra giornali e televisioni. Grazie al dossier che ha consegnato alla Direzione nazionale antimafia, pubblicato da "L'espresso" nel 2005, i magistrati della Procura di Paola e la regione Calabria hanno individuato il 12 settembre scorso, al largo della costa cosentina, il relitto di un mercantile carico di bidoni: il primo passo verso una verità che riguarda il traffico internazionale di scorie tossiche e radioattive. Un intreccio tra politica, servizi segreti e malavita organizzata."Soltanto un aspetto, per quanto grave, della mia attività", lo definisce Fonti (condannato a 50 anni di carcere, prima di iniziare la collaborazione con i giudici). E sempre Fonti, in queste ore delicate, decide di rivelare al nostro giornale un altro capitolo della sua vita criminale: il ruolo che avrebbe avuto nel tentativo di salvare la vita al presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro, rapito il 16 marzo 1978 dalle Brigate Rosse e trovato morto nel centro di Roma il 9 maggio seguente. Un compito, dice, affidatogli dal boss Sebastiano Romeo, dietro richiesta di una parte della Dc. Ecco il drammatico racconto, in prima persona, di quelle tre settimane.

"Il mattino del 20 marzo 1978 si presenta nel mio appartamento a Bovalino, sulla costa jonica in provincia di Reggio Calabria, Giuseppe Romeo, fratello del boss Sebastiano che in quel momento è al vertice della famiglia di San Luca: "Sebastiano ti vuole incontrare immediatamente", dice Giuseppe. E sono parole che non prevedono repliche. Sebastiano non è soltanto il mio capo, ma anche uno degli uomini più potenti della 'ndrangheta. Dunque non discuto e obbedisco, ritrovandomi poco dopo seduto al tavolo ovale del suo salone. Sono preoccupato, non so cosa aspettarmi, ma lui non perde tempo: "Ciccio, hai visto questa brutta storia di Aldo Moro?", dice. "Ecco, dobbiamo intervenire. Devi salire di corsa a Roma. Devi individuare, tramite i nostri paesani e i contatti che hai con questi cazzi di servizi segreti, dove si nascondono i brigatisti che hanno rapito il presidente".
Non mi lascia aprire bocca, Sebastiano. È innervosito dall'allarme nazionale procurato dal caso Moro, un clamore che sta disturbando gli affari della nostra organizzazione. "Ho ricevuto pressioni a due livelli", spiega: "Mi hanno chiamato Riccardo Misasi e Vito Napoli (figure di spicco della Democrazia cristiana calabrese, ndr), ma anche certi personaggi da Roma...". Non precisa chi sono, queste persone. Ribadisce, invece, che la missione è di importanza straordinaria, e non avrebbe accettato un mio fallimento.
Con questa premessa parto per la Capitale il giorno dopo. Salgo sulla mia Renault 5 Alpine grigia metallizzata e scarico i bagagli all'hotel Palace di via Nazionale, dove ho già soggiornato e dove consegno documenti falsi intestati a un inesistente Michele Sità. Poi mi metto in contatto con un agente del Sismi che si fa chiamare Pino: un trentenne atletico, alto circa un metro e ottanta, con capelli corti pettinati all'indietro. L'ho conosciuto anni prima tramite Guido Giannettini, il quale ha cercato di blandirmi per ottenere informazioni sulla gerarchia interna della 'ndrangheta. Visto il solido rapporto tra me e Pino, gli chiedo cosa sappiano i servizi del caso Moro, e se abbiano scoperto dove si trovano i carcerieri delle Br. Lui risponde vago, dicendo che è una storiaccia, e che neppure lui è riuscito a capire come stiano le cose. In compenso, mi invita a parlare con il segretario della Democrazia cristiana Benigno Zaccagnini, il quale sta lavorando sotto traccia per aiutare Moro. Un'ipotesi diventata, poche ore dopo, un vero appuntamento.

Al termine di una giornata convulsa (durante un ultimo controllo alla Fiat 130 su cui viaggiava Moro, è stata trovata una terza borsa non elencata nel verbale della prima perquisizione) rivedo infatti l'agente Pino, che nel frattempo ha parlato con Zaccagnini. E mi dice di presentarmi il giorno dopo, alle 10 della mattina, al Café De Paris di via Veneto. Specificando: "In mano devi tenere la "Gazzetta del sud"", di cui mi consegna una copia. "In questo modo, il segretario ti riconoscerà facilmente".
Il mattino del 22 marzo, mentre al Viminale si riunisce il Comitato tecnico operativo gestito dal ministro dell'Interno Francesco Cossiga, arrivo puntuale all'appuntamento. Mi siedo a un tavolino nel dehors del Cafè de Paris, e aspetto circa dieci minuti. Dopodiché arriva il segretario Zaccagnini: dà un'occhiata attorno, mi individua e si accomoda di fronte a me. Forse, penso, ha qualche indicazione chiave da riferirmi. Ma non è così: "È un brutto momento per la coscienza di tutto il mondo politico", inizia senza neppure avermi detto buongiorno. Si vede che è imbarazzato, e irritato, per essere costretto a incontrare uno come me. "Mi creda", prosegue, "non avrei mai immaginato un giorno di sedermi davanti a lei in qualità di petulante. Non sono mai sceso a compromessi, ma se sono venuto a incontrarla, significa che il sistema sta cambiando. Faccia in modo che quella di oggi non sia stata una perdita di tempo, ma piuttosto una svolta decisiva. Ci dia una mano e la Dc, di cui mi faccio garante, saprà sdebitarsi". Poi sorseggia un sorso d'acqua, si alza per andarsene e aggiunge: "Noi non ci siamo mai incontrati... Se ci saranno notizie che vorrà darmi di persona, le dirà all'agente Pino".

La mia risposta, visto l'atteggiamento scostante del segretario, è gelida. Mi limito a comunicargli che mi sono attivato per recuperare le informazioni utili. E aggiungo: "Sicuramente le nostre ricerche saranno fruttuose, e le saranno comunicate da me in prima persona". Parole che pronuncio con convinzione. Non posso sapere che questa sarà la prima e unica volta che incontrerò Benigno Zaccagnini, e tantomeno che nelle settimane seguenti succederanno fatti anche per me sorprendenti.

A partire dall'incontro con un malavitoso capitolino, noto con il soprannome di "Cinese" per i baffetti alla mongola. Non so quale sia il suo vero nome, ma è certamente inserito nella celebre banda della Magliana. Me lo spiega il referente romano di Cosa nostra, Pippo Calò, il quale garantisce che può essermi utile: "Quelli sanno tutto?", dice. E aggiunge che, in quelle stesse ore, anche Cosa Nostra sta lavorando per i politici romani all'individuazione dei carcerieri di Aldo Moro. "So bene che le promesse dei politici non vengono mantenute", mi dice, "ma dobbiamo aiutarli per cercare di ottenere l'annullamento degli ergastoli inflitti ai nostri uomini". Da parte mia, ho forti perplessità a trattare con la malavita romana, perché in Calabria si dice che con i romani si può mangiare e bere, ma non fare affari. Parlano troppo. Si vantano e cacciano tutti nei guai. Così, quando incontro il Cinese tramite Bruna P., una donna con la quale ho una relazione, e che ha un negozio di biancheria intima dove ricicla soldi della Magliana, sono molto prudente. Ci vediamo il25 marzo, giorno in cui le Br diffondono il loro secondo comunicato, in una birreria di via Merulana, a poche decine di metri da piazza San Giovanni. E il mio interlocutore non tarda a fare lo sbruffone: "Lo sanno tutti dove sono nascosti Mario Moretti e tutti gli altri!", ride. Impugna un boccale di birra da un litro, e nonostante la delicatezza del tema parla a voce alta nel locale affollatissimo: "I rapitori di Moro si trovano in un appartamento in via Gradoli, dalle parti della Cassia", dice. Non mi indica il numero esatto, ma in ogni caso non ha dubbi: "Se lo volessero trovare, Moro, non ci vorrebbe niente. Però chi lo vo' trovà, a quello?", conclude con un'altra risata.

Inutile dire che rimango perplesso: da una parte mi fa divertire, come si comporta il Cinese, dall'altra temo di buttare il mio tempo. Com'è possibile, mi domando, che tutta la malavita di Roma sia al corrente di dove si trova il covo delle Brigate rosse? Ci vogliono ben altre conferme, penso, prima di contattare Zaccagnini; e anche per questo decido di parlare con Angelo Laurendi, un 'ndranghetista di Sant'Eufemia D'Aspromonte che conosco da tempo e che spero possa darmi notizie interessanti. Una speranza, purtroppo, infondata, ma questo non significa che la nostra chiacchierata sia inutile. Angelo, infatti, mi accompagna sulla sua Lancia Appia nel comune di Ciampino, e per la precisione in un negozio di mobili il cui proprietario è Morabito di Reggio Calabria, un 'ndranghetista di cui non conosco il nome di battesimo. È comunque in quel momento un uomo tarchiato, sulla quarantina abbondante, con la barba scura e una piccola cicatrice sullo zigomo. Mi accoglie cordiale e rispettoso in ufficio, e quando domando se gli risulta di un appartamento delle Brigate rosse in via Gradoli, annuisce: "Voi potete stare sicuro che qualcosa c'è, in via Gradoli", dice. "Mi hanno detto che i brigatisti gestiscono un appartamento, lì, e probabilmente c'entra con Moro".
A questo punto, capisco che l'indicazione datami in prima battuta dalla banda della Magliana non è così improbabile. Perciò ricontatto l'agente Pino, gli faccio credere di non sapere ancora nulla, e insisto per ottenere nuovamente aiuto. Una richiesta che non può rifiutare, visto il nostro legame, tant'è che dopo avere premesso che sono in atto vari depistaggi, mi suggerisce di parlare con l'appuntato dei carabinieri Damiano Balestra, addetto all'ambasciata di Beirut sotto il comando del colonnello del Sismi Stefano Giovannone, il quale gli ha raccomandato di salvare a tutti i costi il presidente Moro (non a caso, in una sua lettera durante la prigionia, Moro invoca proprio l'intervento di Giovannone, ndr). "Balestra ha ottime fonti", dice l'agente Pino. E non sta esagerando. Ne ho la riprova quando ci vediamo tutti e tre (io, Pino e Balestra) negli ultimissimi giorni di marzo, davanti a un bar nel quartiere romano dell'Alberone, dalle parti di via Tuscolana. È pomeriggio, e parliamo a bordo della Lancia di Pino. Il discorso dell'appuntato Balestra è chiarissimo: "Io sto dando l'anima", dice, "per arrivare alla liberazione del presidente, ma continuo a sbattere contro un muro. Ogni informazione che ricevo è vera e falsa allo stesso tempo. Non distinguo più tra chi mi vuole aiutare e chi cerca di farmi girare a vuoto. In più c'è la guerra politica, con i socialisti che vogliono vivo Moro, e gran parte della Dc che finge di volerlo liberare". Poi sussurra: "In questo covo di cui si vocifera, in via Gradoli 96, non abita nessuno. O almeno, così dice chi ha verificato (un primo sopralluogo in via Gradoli 96 è avvenuto il 18 marzo: sono stati perquisiti tutti gli appartamenti tranne quello affittato dalle Br,dove l'inquilino non ha risposto al campanello e gli agenti se ne sono andati,ndr)". In ogni caso, insiste Balestra, ha la certezza che in quella casa bazzichino i brigatisti, anche se non sono stati fermati.

È qui che capisco quanto la mia trasferta romana rischi di essere inutile. Il dramma di Moro campeggia sulle prime pagine dei giornali, i partiti si mostrano formalmente costernati, ma dietro le quinte si consuma qualcosa di inconfessabile. Chi si batte veramente, con tutte le forze, per individuare i covi delle Br, non viene appoggiato. Anche se è una persona seria come il democristiano siciliano di corrente fanfaniana Benito Cazora (scomparso nel 1999, ndr); un parlamentare che cerca di incontrare chiunque possa svelargli dove si nascondano i brigatisti e dove sia segregato Moro. Tra gli altri, il deputato parla con un certo Salvatore Varone, 'ndranghetista che noi chiamavamo Turi, ma che si presenta a Cazora come Rocco, incontrandolo in varie occasioni delle quali non conosco i particolari.

Posso invece riferire, per quel che mi riguarda, che contatto l'onorevole Cazora tramite Morabito di Ciampino, il quale dice che questo parlamentare "sta impazzendo per avere informazioni sul presidente Moro". Fisso quindi un incontro con lui a Roma, nel ristorante Rupe Calpurnia, dove noi 'ndranghetisti abbiamo festeggiato il compleanno dell'affiliato Rocco Sergi. Il nostro dialogo è breve e teso, e si svolge in presenza degli 'ndranghetisti Morabito e Laurendi. Cazora è angosciato, in effetti. Mi spiega che ha già parlato con un altro calabrese, Rocco, e che è perplesso perché ha fatto lo spaccone: "Sostiene", mi dice Cazora, "che può recuperare informazioni visto che i calabresi a Roma sono 400 mila, e perciò possono controllare il territorio'. Io, dentro di me, penso che sono strane frasi, per uno come Varone che nella 'ndrangheta conta come il due di picche. In ogni caso, non faccio commenti perché non so chi frequenti Varone. Mi limito a informare il deputato che mi sto muovendo, dietro un mandato politico, per trovare il covo dei brigatisti, anche se non ho notizie certe. Al che lui risponde: "Mi auguro sinceramente che abbiate più fortuna di me, grazie alle vostre amicizie". Intanto i giorni passano, e la situazione si fa sempre più drammatica. Il 29 marzo le Brigate rosse recapitano il terzo comunicato, con allegata una lettera di Aldo Moro per il ministro dell'Interno Cossiga. Il 4 aprile tocca a un quarto comunicato, trovato con l'angosciante missiva in cui Moro si rivolge a Zaccagnini (sulla trattativa per la liberazione, il presidente scrive: "Tener duro può apparire più appropriato, ma una qualche concessione è non solo equa, ma anche politicamente utile. Come ho ricordato in questo modo civile si comportano moltissimi Stati. Se altri non ha il coraggio di farlo, lo faccia la Dc che, nella sua sensibilità ha il pregio di indovinare come muoversi nelle situazioni più difficili. Se così non sarà, l'avrete voluto e, lo dico senza animosità, le inevitabili conseguenze ricadranno sul partito e sulle persone", ndr). È evidente, dopo simili parole, che il dramma del sequestro rischia di incanalarsi verso la peggiore conclusione, e io stesso temo di fallire la missione. Ma mentre il clima si invelenisce, e le speranze di salvare Moro diminuiscono, mi ricontatta l'agente Pino per farmi sapere che Giuseppe Sansovito, numero uno (piduista, ndr) del Sismi, ha espresso il desiderio di parlarmi. E così accade. Di lì a poco, Pino mi porta dal capo a Forte Braschi, e dopo un dialogo interlocutorio Santovito mi chiede se ho notizie precise riguardo a un appartamento in via Gradoli 96. Gli rispondo che, in effetti, ho sentito questo indirizzo da amici, e lui commenta: "Tutto vero, Fonti: è giunto il momento di liberare il presidente Moro". In ogni caso, aggiunge congedandomi, "teniamoci in contatto tramite Pino".

La mattina dopo, quella di domenica 9 aprile (o di lunedì 10, non vorrei sbagliarmi), lascio la Capitale e mi precipito a San Luca da Sebastiano Romeo. Sono soddisfatto perché non soltanto so dove probabilmente sono nascosti i brigatisti, ma c'è anche il preannuncio datomi dal colonnello Santovito della futura liberazione del presidente Moro. Quando però incontro Sebastiano, lui ascolta con attenzione il mio resoconto per una mezz'ora, dopodiché mi stronca: "Sei stato bravo", riconosce. "Peccato che da Roma i politici abbiano cambiato idea: dicono che, a questo punto, dobbiamo soltanto farci i cazzi nostri". Una frase assurda, imprevedibile, che lì per lì incasso in silenzio, ma che di fatto vanifica il mio lavoro nella Capitale. Sono stanchissimo, amareggiato. Ho indagato come si deve, a Roma, e adesso dovrei fottermene come se ne fotte l'intera classe politica. Ci provo con tutto il cuore, ma non ci riesco: sono un 'ndranghestista di primo livello con tanto di sgarro (indispensabile per accedere al massimo livello dell'organizzazione, ndr), ma sono anche una persona che sa dire di no, a volte: e questa è una di quelle volte. Dopo l'incontro con Romeo, dunque, torno a Bovalino e telefono alla Questura di Roma, presentandomi al centralinista come Rocco. "Andate a Roma, in via Gradoli al numero 96", scandisco, "e troverete i carcerieri di Aldo Moro". "Da dove sta chiamando?", domanda il centralinista allarmato. "Chi parla? Chi è lei?", insiste. Ovviamente non rispondo; abbasso la cornetta e provo a non pensarci più.
Una promessa impossibile da mantenere. Poco dopo, il 18 aprile 1978, il covo di via Gradoli 96 viene scoperto per una strana perdita d'acqua. Dei brigatisti, come logico viste le premesse, non c'è traccia. E a questo punto so bene il perché: non c'è stata la volontà di agire. C'è invece, molti anni dopo, nel 1990, il mio incontro nel carcere di Opera (provincia di Milano, ndr) con il capo delle Br Mario Moretti, colui che ha ammesso di avere ucciso il presidente Moro, assieme al quale frequento casualmente un corso di informatica. I nostri rapporti si fanno presto cordiali, piacevoli; lui sa esattamente chi sono e mi rispetta. Io pure. Finché un giorno, mentre armeggiamo al computer, una guardia gli consegna una busta e annuncia: "Moretti, c'è la solita lettera". Lui la apre senza nascondersi, estrae un assegno circolare, lo firma sul retro per girarlo all'ufficio conti correnti che permette l'incasso, e mi dice: "Questa, Ciccio, è la busta paga che arriva puntualmente dal ministero dell'Interno". Frase che all'istante scambio per una battuta, per uno scherzo tra carcerati: sbagliando. Qualche tempo dopo, un brigadiere che credo si chiami Lombardo mi confida che, per recapitare soldi a Moretti, lo hanno fatto risultare come un insegnante di informatica, e in quanto tale è stato retribuito. L'ennesimo mistero tra i misteri del caso Moro, dico a me stesso; l'ennesima zona grigia in questa storia tragica.

fonte:
L'espresso 22 settembre 2009

sabato 19 settembre 2009

Intervista a Stefania Limiti: L'Anello, il servizio clandestino

Si parla spesso di “servizi deviati” ma, nel caso dell’Anello, tutto poteva essere tranne che una struttura deviata. Cosa è stato realmente e quale era il suo ruolo?

Effettivamente, l’esistenza dell’Anello, o Noto Servizio, non ha nulla a che fare con i più noti casi di deviazione dei servizi segreti: era una struttura di ‘intelligence’ clandestina, al servizio del potere politico o, meglio, di un pezzo del potere politico dal quale prendeva ordini. Il suo ruolo era proprio quello di assicurare l’esistenza di questo potere, una missione che è perfettamente riuscita.


Perché lo Stato avrebbe dovuto dotarsi di una struttura così “atipica”? Non ce n’erano già in abbondanza da Gladio ai servizi ufficiali?

Una struttura ‘atipica’ era una garanzia di segretezza: tanto che siamo qui a parlarne a distanza di molti anni, dunque l’anonimato dei suoi membri è stato ben mantenuto. Chi poteva chiedere conto a uomini invisibili del proprio operato? Il nome di Adalberto Titta, un signore di 120 chili, ex repubblichino, di provata fede fascista, il factotum dell’Anello, non compariva in nessun elenco ufficiale, chi poteva andare a bussare alla sua porta? I servizi segreti ufficiali sarebbero stati ‘bruciati’ da tante operazioni sporche ed anche una struttura segreta come Gladio aveva una sua ufficialità, visto che è nata sulla base di accordi atlantici, anche se è stata anch’essa coinvolta in compiti operativi diversi da quelli originari - basti pensare al centro ‘Scorpione’ messo in piedi in Sicilia all’inizio degli anni 80.


Otimsky, ufficiale ebreo di origine polacca del quale si conosce solamente il nome in codice, era stato il primo "responsabile" della struttura. Durante la guerra di liberazione, Otimsky incrocia il generale Anders che diventò cittadino onorario di Ancona e Bologna per il suo impegno nella lotta per la cacciata del nazi-fascismo. Il suo collega Guidelli de "Il Resto del carlino" ha notato come Anders insignì Mino Pecorelli (partigiano a soli 16 anni) di un'alta decorazione al valore militare. Puo' essere questa conoscenza la prova che Pecorelli conoscesse l'Anello sin dalla sua fondazione, visto che in alcuni suoi articoli ha fatto riferimento al "Noto servizio"?

Certo, può essere che il generale Anders sia stato il trade-union tra questi personaggi ma questa è una matassa che spero verrà sbrogliata definitivamente in sede storica. Sappiamo bene, tuttavia, ed è quel che conta, che Mino Pecorelli conosceva bene il Noto Servizio e la sua capacità di fare affari tramite il petrolio.

Veniamo al caso Moro. Secondo Pierluigi Ravasio (l’ex gladiatore che ha tirato in ballo il colonnello Guglielmi) l’Anello seppe di via Fani mezz’ora prima tramite “Franco”, nome di copertura di un suo elemento infiltrato nelle BR. Secondo lei la struttura era comunque a conoscenza del progetto brigatista pur non sapendone di preciso le modalità operative?

Ravasio naturalmente non parla dell’Anello e quando si riferisce a ‘Franco’ non lo identifica con un membro di questa struttura: da alcune testimonianze, che riporto nel mio libro, emerge che questa ipotesi non è così lontana dal vero. Del resto, era ampiamente nota e mai spiegata la presenza in via Fani del colonnello Guglielmi che faceva parte di un comitato occulto del Sismi frequentato anche dalla compagnia dell’Anello.


L’Anello si rivolge a Cutolo per ricevere aiuto nella ricerca della prigione di Moro. Attraverso i suoi contatti con la Banda della Magliana, si arriva a via Gradoli proprio nei giorni in cui tale nome emerge nella famosa seduta spiritica di Zappolino. Ma i politici di riferimento dell’Anello, fermano le operazioni perché non sono più interessati alla salvezza di Moro. Quindi la prigione viene individuata ma l’Anello viene stoppato. E da questo punto in poi cosa succede, secondo lei?

Dopo anni di studi da parte di autorevoli storici ed osservatori, il caso Moro è ancora una galassia piena di buchi neri. Io ho solo raccolto materiale per tentare di capire cosa c’entrasse l’Anello con il caso Moro. Se, come appare con forte evidenza, Moro era in via Gradoli e gli uomini dell’Anello erano stati informati di questo, allora è chiaro che lo Stato, almeno i referenti politici del Noto Servizio, hanno evitato una felice soluzione della vicenda e da quel momento sono iniziate oscure trattative che hanno condotto alla inevitabile morte di Moro.


Secondo lei esiste una relazione tra l’informativa su via Gradoli fornita dall’Anello e l’informazione nata a seguito della seduta spiritica successivamente riferita da Romano Prodi a Umberto Cavina il 4 aprile? Sottolineando come, proprio la notte tra il 4 ed il 5 aprile (da quanto riportato nel suo libro) esiste una seria possibilità che Moro sia stato spostato da via Gradoli…

Non ho una risposta certa alla sua domanda, posso solo mettere insieme i fatti i quali ci dicono che l’Anello aveva saputo dove era tenuto prigioniero Aldo Moro, cioè via Gradoli, e che questo nome venne fatto girare con modalità anche curiose, come quelle della seduta spiritica: ma l’ipotesi di via Gradoli fu subito scartata dagli inquirenti. Tanta fretta non è stata sicuramente saggia.


Nel suo libro sono riportati una serie di riferimenti d’epoca tratti dagli articoli di Mino Pecorelli, nei quali si deduceva chiaramente come egli fosse a conoscenza delle informazioni su via Gradoli in possesso dell’Anello. E’ probabile che se sapeva Pecorelli, potessero sapere anche altri personaggi delle “strutture ufficiali”. Nessuno agì perché non fu in grado o perché la coltre che custodiva il segreto, era in grado di non far sfuggire nulla?

Nessuno può credere che la coltre era così fitta e, comunque, mi pare che ormai dopo tanti studi e riflessioni sul caso, penso in particolare all’ultimo lavoro di Peppino De Lutiis, Il Golpe di Via Fani, o al libro di Sandro Provvisionato e Ferdinando Imposimato, Doveva morire, sia consolidata l’idea che fuori dalla sua prigione potenti forze non volevano che Moro tornasse al suo impegno attivo.


Poco tempo dopo l’omicidio Moro, l’Anello intervenne con successo nella mediazione con le BR di Senzani che avevano rapito Ciro Cirillo, mediazione che riuscì e con una contropartita tutt’altro che irrisoria per lo Stato. Nel caso Cirillo il tutto fu fatto agendo su livelli nascosti e le trattative e i contatti intercorsi sarebbero restati segreti. Ma è un dato di fatto che la politica, attraverso i servizi, mediò e riuscì a liberare Cirillo il quale ha recentemente dichiarato che « Moro poteva essere salvato pagando un riscatto in denaro ». Moro, si è detto, rappresentava lo Stato e non semplici interessi di provincia. Fatte salve le ovvie differenze dimensionali con il caso Moro una trattativa segreta si era in grado di farla? O no?

Uno Stato è sempre in grado, se vuole, di condurre una trattativa, segreta o meno. Il caso Cirillo lo dimostra.


Poco dopo la liberazione di Cirillo per la cronaca, il numero uno dell’Anello Adalberto Titta, morì. Può essere che qualche altro personaggio si sia mosso autonomamente per superare lo stop ricevuto ufficialmente dall’Anello e magari sia morto poco dopo per tutelare la struttura e le sue attività?

I sospetti sulla morte di Titta sono riportati nel libro. Per il resto siamo nel campo delle ipotesi.

Quale è stato il momento più difficile di quest’indagine?

Ci sono stati tanti momenti difficili, a dire il vero, soprattutto ogni volta che pensavo che non potevo farcela a mettere insieme tanto materiale. Però, le persone che ho incontrato, anche se non hanno voluto rendere pubblico il loro nome, nella sostanza mi hanno sempre incoraggiata ad andare avanti perché, tra mezzi silenzi e qualche ammissione, mi hanno confermato che quella che stavo percorrendo era la via giusta.


Quali reazioni si aspettava dalla pubblicazione della sua inchiesta e quali aspettative, secondo lei, sono andate maggiormente deluse?

Non mi aspettavo sconcerto, né attivismo da parte della classe politica. Posso dire però che molte persone hanno seguito le presentazioni del libro, con inatteso interesse, con partecipazioni e questo mi pare che sia un segnale importante positivo.


Quale pensa che dovrebbe essere, adesso, il passo successivo? E da chi dovrebbe essere compiuto?

Ognuno dovrebbe seguire la sua responsabilità: ad esempio, il Comitato parlamentare per i servizi segreti, il Copasir, ha chiesto alla procura di Brescia di poter visionare le carte dell’inchiesta sull’Anello. Ecco, intanto spero che qualcosa accada e non finisca tutto in una bolla di sapone, visto che Franco Frattini, quando era presidente di questo organismo, fece una analoga richiesta alla Procura ma tutto svanì nel nulla.


I primi documenti sul “Noto Servizio” sono venuti alla luce grazie ad un consulente della Procura di Brescia, lo storico Aldo Giannuli, che ha anche portato avanti delle indagini e ha fatto delle relazioni per il processo della strage di “piazza della Loggia”. Poi il suo collega Paolo Cucchiarelli ha svolto una sua inchiesta che ha dato luogo agli articoli su “Diario” nel 2003. Per realizzare il suo libro, ha collaborato con Giannuli e Cucchiarelli? Ha utilizzato il loro materiale o si è avvalsa prevalentemente di documenti pubblici?

Lo storico Aldo Giannuli ha avuto l’intelligenza di scoprire le carte: da lì è partito tutto ma la mia inchiesta giornalistica è nata solo quando un signore che aveva fatto parte dell’Anello ha cercato Paolo Cucchiarelli, autore degli unici due articoli esistenti sul Noto Servizio. Paolo mi ha ‘ceduto’ il lavoro, come racconto nel libro. Volevo coinvolgere il professor Giannuli con un’ intervista ad hoc ma, purtroppo, ho dovuto rinunciare all’idea perché ho saputo da una fonte editoriale che stava scrivendo sull’Anello – tanto che, per correttezza, non ho utilizzato la sua relazione alla Procura di Brescia, come chiunque può ben riscontrare, e ciò proprio per rispettare il lavoro dello storico e contare solo sulla mia ‘fatica’ da giornalista. Tra l’altro, un editore ha rifiutato il mio progetto proprio perché contava di poter pubblicare quello di Giannuli, motivo per il quale sono ancora più riconoscente nei confronti di Lorenzo Fazio che ha creduto nel mio lavoro.

Fonte
http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=114

giovedì 18 giugno 2009

Patria 1978-2008: il nuovo libro di Enrico Deaglio

La P2 è ancora viva e vegeta, Berlusconi è riuscito a sdoganare fascismo e Cosa nostra e il senatore a vita Francesco Cossiga si diverte a fare il finto pazzo. Queste sono alcune considerazioni di Enrico Deaglio, medico, giornalista ma soprattutto anima critica della sinistra italiana. Ora il direttore del settimanale Diario si confronta con trent'anni di storia nazionale nel suo nuovo libro Patria 1978-2008 (Edizioni Il Saggiatore). L'autore non risparmia inchiostro e in oltre novecento pagine racconta tanti avvenimenti politici legandoli però al clima culturale e musicale degli anni trattati. Il viaggio nella tragica storia tricolore si apre con il rapimento e l'omicidio da parte delle Brigate Rosse del leader democristiano Aldo Moro.
Partiamo dal delitto Moro. Abbiamo passato gli ultimi trent’anni ad attendere clamorose rivelazioni che poi non sono mai arrivate. Le chiedo un giudizio storico e uno politico sulla morte del leader Dc
“Il delitto Moro è l’avvenimento più inaudito e unico nell’Europa del dopoguerra per il calibro del personaggio politico, per i tempi lunghi del rapimento e infine per l’omicidio. E’ un po’ il filo conduttore del libro per il cambiamento che questo evento ha portato nelle istituzioni italiane con il fallimento del piano che voleva il Pci al governo. C’è stata una prima fase in cui si è lavorato per comprendere se vi fossero lacune nelle indagini di polizia e in quelle giudiziarie e poi le commissioni Moro e Stragi che sono durate per vent’anni. Nella seconda parte si è analizzato il complotto internazionale con le pressioni dell’Urss e del Kgb con tutto ciò che ha prodotto”.
E dal punto di vista politico?
”In quel momento il potere politico chiama in causa la grande criminalità organizzata che così ha l’opportunità di realizzare il suo progetto su ampia scala. Questo nuovo connubio è subito evidente con il rapimento Cirillo, il timore delle rivelazioni contenute nelle carte di Moro e l’omicidio del generale Dalla Chiesa. Quindi il rapimento Moro nasce in un quadro di geopolitica internazionale, ma il risultato è che le istituzioni italiane diventano corrotte, corruttibili e in simbiosi perfetta con Cosa nostra”.
Passiamo all’annus horribilis: il 1980 con la strage di Ustica e quella di Bologna. Anche qui è difficile capire la verità e poi Andreotti e Cossiga, grandi protagonisti della gestione del potere in quegli anni, sono senatori a vita…
“Non sappiamo niente perché non è mai esistita una storia ufficiale di quegli anni e di quei tragici avvenimenti. Cossiga che si finge pazzo è il simbolo di una mancanza di memoria voluta. Anche in questo caso non si trovano tanti paralleli nel mondo civilizzato. Solo familiari delle vittime, giornalisti e magistrati sono interessati a fare chiarezza”.
Chi era Bettino Craxi?
“Un uomo che è stato trascinato da una corrente che non ha controllato e poi travolto dalla corruzione ormai imperante nel suo partito. Non è stato il principale agente della politica italiana di quegli anni, basta considerare che il Psi si fermava al 10 per cento, ma ha svolto il ruolo di outsider”.
Come si è evoluto il rapporto tra politica e Cosa nostra in questi trent’anni?
“Negli anni Settanta la mafia ha avuto un’enorme espansione economico-finanziaria con fiumi di denaro liquido che ha deciso di investire in Italia e soprattutto al Nord. Qui iniziano i rapporti tra Berlusconi e Dell’Utri per esempio. Con la crisi dei partiti tradizionali, Cosa nostra cerca di riproporre il modello della Lega nel Meridione con gli omicidi di Falcone e Borsellino e le campagne terroristiche del ’93. Poi arriva Forza Italia, viene smantellata l’ala militare della mafia ma restano in piedi gli altri rapporti. Berlusconi ha sdoganato il Fascismo e Cosa Nostra”.
Lo sdoganamento del Msi passa attraverso la figura di Gianfranco Fini. Qual è il suo giudizio sull’attuale presidente della Camera?
“Fini ha avuto una trasformazione politica che si vede soprattutto a livello internazionale. Resta però un politico autoritario. Alleanza nazionale è morta politicamente con l’ingresso nel Pdl, i suoi vertici sono diventati berlusconiani. Lui crede in una destra pulita ed europea, ma la base elettorale non è in linea con le sue scelte”.
Passiamo all’opposizione. Berlusconi vince perché la sinistra italiana attualmente non sembra avere un politico in grado di contrapporsi al Cavaliere…
“Prodi ha vinto per due volte contro Berlusconi creando delle alleanze molto vaste prima di essere assassinato politicamente dal suo interno. Il problema del centrosinistra è l’ignavia. Ci sono stati sociali affamati di vincere, ma anche una elite formata da una classe dirigente appagata senza particolari problemi economici. C’è il timore di scatenare l’avversario ed essere eliminati da lui”.
Una palude politica insomma. E' deluso dal risultato di Sinistra e libertà alle elezioni europee?
“Sì perché ho sostenuto questo partito, ma visto il quadro politico me l’aspettavo”.
Ultima domanda: che fine hanno fatto il "grande burattinaio" e la P2?
"Sono sempre al loro posto. E' stato lo stesso Licio Gelli a dire che il progetto della P2 si stava realizzando con Silvio Berlusconi e che la sua loggia massonica aveva avuto un solo pentito: Maurizio Costanzo. Tina Anselmi sostiene che è stata scoperta una piramide, ma sotto ne esiste un'altra identica ancora segreta. Io penso invece che la massoneria in Italia ha radici profonde".

Fonte
http://spettacoli.tiscali.it/articoli/libri/09/06/patria_intervista_enrico_deaglio_741.html.

mercoledì 3 giugno 2009

Le carte di Moro, perchè Tobagi

Giovedì 4 giugno, ore 16, alla Società Umanitaria di via San Barnaba 48 a Milano, presentazione del libro di Renzo Magrosso «Le carte di Moro, perchè Tobagi» (Angeli editore), firmato congiuntamente dall'ex capitano dei carabinieri Roberto Arlati. Al dibattito con il pubblico, presente l'autore, parteciperà anche l'inviato speciale de Il Giorno Gabriele Moroni. Il libro spiega come sono state sottratte le carte di Moro. Chi le portò a Roma beffando i magistrati di Milano? Per la rassegna «Un libro al mese», a cura dell' Associazione no profit Nestore, continua alla Società Umanitaria di Milano l'appuntamento con i libri. Questa volta il tema riguarda «gli anni di piombo».
Secondo Magosso, che intervista Arlati, i nomi dei responsabili sono in gran parte gli stessi che decisero di non salvare il giornalista Walter Tobagi pur sapendo in anticipo che stavano per ammazzarlo. A svelare come sono andate le cose è proprio l'ex capitano dei carabinieri, l'ufficiale che ha ideato, organizzato e portato a termine il blitz in via Monte Nevoso a Milano il 1° ottobre 1978. Arlati infatti ha trovato il dossier scritto da Aldo Moro. Un suo sottufficiale ha rivelato in anticipo, ma invano i nomi dei killer di Tobagi. Questa testimonianza spalanca retroscena inediti su vicende che rappresentano ferite ancora aperte nella storia del nostro paese.
Redattore capo del settimanale «Gente», Renzo Magosso è stato per molti anni inviato speciale per il gruppo «Rizzoli- Corriere della Sera» sul fronte del terrorismo in Italia e all'estero, e per oltre un decennio inviato in zona di guerra. Autore di diciannove volumi di successo, negli ultimi tre anni il suo lavoro d'inchiesta è stato menzionato in 23 volumi, soprattutto riguardanti il caso Moro e il delitto Tobagi.
Per queste vicende, a suo nome, sono state presentate quattro interrogazioni in Parlamento. La vedova di Aldo Moro, dopo la pubblicazione del suo libro «Le carte di Moro, perché Tobagi» ha chiesto la riapertura delle indagini. Per molti anni ha insegnato Criminologia all'Università Statale di Milano ed è stato giudice aggiunto presso il tribunale di Milano per le cause attinenti a vicende legate all'Ordine dei giornalisti.
L'Associazione Nestore, che ha sede presso la Società Umanitaria, è nata nel 1998. E' un'associazione che promuove e realizza corsi di formazione e iniziative culturali finalizzate a facilitare il processo di transizione dal lavoro al pensionamento. Fra i temi dibattuti nell'ambito dei programmi associativi rientrano quelli del cambiamento di vita connesso alla pensione, volontariato, storie di vita e memoria, rapporti intergenerazionali.

Fonte:
www.ilgiornale.it

Doppio Stato ...

Lo Stato imperialista delle multinazionali non esisteva. Le Br cominciarono ad averne un chiaro segnale nei giorni del rapimento di Aldo Moro, quando il loro ostaggio rispondeva alle domande del processo senza cogliere gli intrecci che sottintendevano i brigatisti. Essi pensavano che ci fosse non già uno Stato nello Stato, ma un Sovrastato, potenziato e guidato dagli Stati Uniti, in grado di coordinare le politiche nazionali dei vari paesi del blocco occidentale. Quel mondo, pensavano i rapitori di Moro, stava andando verso una svolta strutturale che ne avrebbe mutato alle fondamenta le caratteristiche. Sarebbe cominciata la delocalizzazione del lavoro, la ristrutturazione della produzione e il primato del capitale finanziario su quello produttivo. Ma il processo non era irreversibile. Nella loro ipotesi, bastava scoprire gli ingranaggi, gli uomini, i referenti dello Sim per fermarlo e Moro era uno di questi.
Si trovano, nella teorizzazione dello Sim, grandi intuizioni e capacità di lettura della realtà (fu ipotizzata nel 1975), ma anche terribili ingenuità. La divisione del mondo in buoni e cattivi, in sodali e vittime innocenti non appartiene a una realtà complessa, che deve sempre tenere conto di moltissime forze, spesso in competizione, per restare in equilibrio. Quest'ultima considerazione si attaglia anche alla cosiddetta teoria del doppio Stato, recentemente tornata attuale dopo un intervento del presidente Napolitano e gli articoli di noti giornalisti, in particolare del vicedirettore del Corriere della Sera Pierluigi Battista. Secondo alcuni, in Italia avrebbe a lungo convissuto un sistema nel quale lo Stato ufficiale sarebbe stato solo la parte visibile, emersa dell'intero apparato; alle sue spalle, nascosto, avrebbe agito un secondo Stato, che sarebbe coinvolto in un complesso disegno eversivo che partirebbe addirittura dalla strage del Primo Maggio 1947 a Portella della Ginestra, per dipanarsi attraverso tutta la storia italiana del secondo dopoguerra.
Un secondo Stato, dunque, all'interno del quale intere generazioni di funzionari, militari e civili, si sarebbero passate il testimone del complesso disegno. Questa ipotesi, che spesso diventa certezza in alcuni racconti, ha un grande pregio, ossia quello della semplificazione estrema: da una parte i democratici fedeli al dettato costituzionale, dall'altra i reazionari antidemocratici che pur di portare a termine il proprio sogno eversivo non hanno esitato a mettere bombe, depistare, assassinare personaggi divenuti scomodi. Per contro, i difetti sono molti, e tutti molto marcati. Uno studioso non può certo accontentarsi di una teoria senza riscontri, anche se a prima vista possa tornare o, comunque, risolvere molti problemi. E i riscontri, per il doppio Stato, mancano. La filiera non è mai completa, i fatti si contraddicono, gli attentati e i depistaggi, veri o presunti, si accavallano senza una logica. Quando è stata scoperta la P2, molti ritennero che si fosse giunti alla testa del mostro. Poi, però, si è scoperto che in realtà i piduisti non erano dei golpisti, ma degli ultratlantisti, patrioti a modo loro, anzi, patrioti secondo molti parametri. La stessa delusione la diede Gladio; a capo Marrargiu non ci si addestrava per commettere attentati, ma per organizzare la resistenza armata contro l'invasione dell'esercito ungherese, quello destinato all'Italia in caso di guerra con il Patto di Varsavia. L'Italia sarebbe stata divisa in due e la resistenza concentrata, in attesa dei nostri, in Sicilia e Calabria.
Se manca il nucleo di questo secondo Stato, ridurre tutto a uno Stato nello Stato, inoltre, impedisce allo storico e all'osservatore di cercare le responsabilità politiche che si sono succedute nel corso degli anni, di analizzare gli episodi al di fuori di contesti più ampi (per esempio internazionali), riducendo la storia italiana a mero complotto. La strage di Ustica e la copertura che è stata fatta del tentativo di uccidere il leader libico Gheddafi sui cieli italiani è paradigmatica di quanto vado qui sostenendo. Gli Stati Uniti non solo fallirono l'obiettivo, ma per errore provocarono l'abbattimento di un aereo di linea dell'Itavia e 81 morti civili. Le strutture dell'Aeronautica Militare italiana coprirono l'accaduto, ma poi la politica, tutta la politica, da sinistra a destra, mantenne il segreto sui fatti e a distanza di quasi trent'anni ancora non abbiamo una versione ufficiale da parte del nostro Stato. Davvero ne serve un secondo per coprirci di vergogna? Si è trattato di uno dei maggiori, se non del maggiore depistaggio della storia repubblicana, eppure non compare mai tra le prove dell'esistenza di questo doppio Stato. Sarà perché a noi Gheddafi piace particolarmente se, a parte gli accordi antimigranti degli ultimi mesi, addirittura il nostro presidente del Consiglio di allora, Bettino Craxi, lo avvertì nel 1986 dell'imminente bombardamento americano del suo quartier generale.

Se tutto questo è vero, però, non si può certo liquidare così la questione, né si può concordare pienamente con lo spirito delle parole del presidente Napolitano, che chiede una generica ricerca della verità senza assumersi la responsabilità di una posizione; neanche l'articolo liquidatorio di Battista, del resto, ci soddisfa, perché quanti, allora come oggi, ritennero quella di Piazza Fontana una "strage di Stato", cosa molto criticata dal giornalista, avevano e hanno motivi a sufficienza per farlo. E non bastano certo le parole di un presidente della Repubblica per superare il problema. Da quando, mi chiedo inoltre, la storia devono scriverla i politici?

Pierpaolo Pasolini poco prima di morire stava lavorando alla stesura di un grande romanzo, Petrolio , che non riuscì a terminare. È la storia dell'Italia malata, dell'Italia delle stragi e delle morti violente, all'interno della quale si muovono persone reali, con nomi e cognomi e funzioni vere, non presunti attori mascherati o vestiti di ombre. In quei mesi Pasolini dichiarò di sapere i nomi dei mandanti, di conoscere i luoghi da dove erano partiti gli ordini delle stragi. Era il suo mestiere, disse, quello di conoscere queste cose, perché era uno scrittore.

Questa storia è stata ricostruita in un recente libro, Profondo Nero , uscito per Chiarelettere da poco. L'Italia, sapeva Pasolini, è un paese fatto di tanti piccoli, a volte miserrimi interessi, che vanno tenuti insieme attraverso piccoli spostamenti, aggiustamenti appena percettibili. Qual è la logica per cui la nostra fedeltà alla Nato si è manifestata anche attraverso le bombe e gli attentati? La matrice degli attentati che hanno prodotto la carneficina che conosciamo è di destra. Esistono dei nomi, dei processi, delle condanne, delle prove al riguardo. In alcuni casi siamo certi, come per Piazza Fontana, in altri, come per Bologna, sorgono dei dubbi. Di materiale esplosivo e volontà eversiva fu piena l'Italia del dopoguerra. I gruppi neofascisti cominciarono a formarsi già dal 25 aprile e si svilupparono in particolare al Nord, dove infine negli anni Sessanta si passò all'azione. In determinanti momenti forze esterne, come poteva essere la Cia, o interne, come singoli uomini all'interno dei servizi, istigarono, o lasciarono fare, o coprirono post factum. Per questo Piazza Fontana è strage di Stato e per questo la Stazione di Bologna è stato un attacco preciso al nostro paese da parte di un nemico, interno o forestiero. Grazie a contingenze internazionali e a capacità interne il paese ha retto, nonostante tutto. Ora, da un po', navighiamo a vista, senza attentati ma con il pericolo incombente di veder realizzato per volere del popolo quello che non riuscì agli eversori di destra. In quel caso non si potrà più usare la parola "doppiostato", ma populismo. Dubito che chi ancora grida alla luna se ne renda conto per tempo.

Marco Clementi (Storico, autore di La "pazzia" di Aldo Moro, Odradek 2001, Storia delle Brigate rosse, Odradek 200)
Fonte: www.liberazione.it

giovedì 28 maggio 2009

Un nuovo film su Aldo Moro

E' l'autunno del 1977. Aldo Moro esce dall'aula di Scienze Politiche all'Università La Sapienza di Roma. Ha appena finito una lezione del suo corso di «Istituzioni di diritto e procedura penale». E' un momento difficile negli atenei, alla Sapienza in particolare, la tensione è altissima, ma a Moro gli studenti sono affezionati. «Professore, come faremo quando lei sarà presidente della Repubblica e non ci farà più lezione?». Aldo Moro è un uomo schivo, non ama compatirsi né parlare di sé ma anche su di lui la pressione deve essere molto forte se quel giorno si lascia sfuggire una frase: «Ma voi davvero credete che io non sappia che farò la fine di Kennedy?»

A ricordare la frase è stato uno dei suoi ex-allievi, lo scorso anno, in occasione di una trasmissione di un'emittente privata pugliese organizzata per il trent'anni dalla morte di Moro. E Maria Fida, la figlia dello statista, ha ricostruito la scena istante per istante nel film che sta scrivendo su Aldo Moro. Si intitolerà «Il mantra del coriandolo - Perciò è bello vivere». La pellicola uscirà nell'autunno del 2010 ma sta già iniziando a prendere forma. E uno dei punti di passaggio dalla fase della giovinezza a quella finale della vita di Moro è rappresentata da questa sua tragica consapevolezza rispetto al suo destino anche nelle ore in cui veniva dato come favorito al Quirinale.

La scena alla Sapienza sarà uno dei tanti flash-back di questo film. Un flash-back finora custodito dalla memoria degli alunni presenti quel giorno in aula e che conferma lo stato d'animo dello statista in quel difficile autunno. Moro sapeva di essere nel mirino di molti, e lo sapeva da molti anni. Già nel 1967 era apparso uno strano articolo su una pubblicazione non molto diffusa, «Mondo d'Oggi». L'articolo si intitolava «Dovevo uccidere Moro» e rivelava dettagli che poi sarebbero stati messi in atto nel 1978 dalle Br.

Aldo Moro era ben consapevole dei pericoli che correva. Ma, come racconterà il film «Il mantra del coriandolo», andava avanti lungo la sua strada, senza modificarla di un solo millimetro. Un altro flash-back torna indietro fino agli anni Quaranta. In quell'epoca Aldo Moro è docente di Filosofia del diritto a Giurisprudenza a Bari. «Quello che è stato nella verità è, e perciò è bello vivere», spiega ai suoi studenti.

Oppure si vedrà Aldo Moro nel 1973, durante l'austerity. E' presidente del Consiglio, lui stesso ha voluto i provvedimenti che fermarono le auto in tutt'Italia. Lo si vede salire da solo su un autobus di Roma, un giornale sotto il braccio, nemmeno una guardia di scorta a accompagnarlo. Si toglie il cappello, saluta, si siede e poi cedere il posto ad una signora, parla con qualcuno che gli fa qualche domanda, altrimenti se ne sta solo soletto come un sessantenne qualunque.

«Il mantra del coriandolo», un titolo inconsueto per un film su Moro. «Ma perché vogliamo dare l'idea di quanto fosse bello per lui vivere e di come la sua felicità potesse trovari anche nelle sfaccettature più minuscole della vita. Vogliamo provare a dire qualcosa che finora non è stato raccontato su di lui, da vivo» - spiega Maria Fida Moro. «Vogliamo ricordare la sua fede assoluta nella verità, e lo faremo attraverso flash-back e dialoghi, come in una tragedia greca e negli spettacoli teatrali». Non a caso dal teatro vengono molti di coloro che lavoreranno al film, la regia sarà affidata a Massimiliano Artibani e a Andrea Meloni. «Ci piacerebbe riuscire a fare qualcosa di simile a 'Il dubbio' interpretato da Meryl Streep, un capolavoro basato sui dialoghi più che sullo sviluppo di una trama».

Anche se nel film si partirà dalla giovinezza e attraverso lo scorrere dei flash-back si arriverà alla fine. Non si vedrà mai nè il sequestro né la prigionia: la fine sarà affidata ad un canto della tradizione gospel, 'Let your light shine on me', cantata da Blind Willie Johnson. «E' un cieco che vede la luce, la verità: mi è sembrato il miglior modo per ricordare una persona come mio padre».

Fonte:
www.lastampa.it