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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

martedì 20 gennaio 2009

Aldo Moro, il Pd e il (possibile) progetto riformatore

Il 9 maggio 1978. A via Caetani ritrovarono il corpo dello statista democristiano nel bagagliaio di una Renault 5. Moro non è stato solo l’agnello sacrificale di uno Stato, la vittima più illustre del terrorismo italiano. Ha rappresentato il sogno di una democrazia compiuta. Il dialogo tra Dc e Pci. L’uomo del governo possibile. La forza di una proposta politica capace di tradursi in atto. Rintracciare l’origine dell’intuizione morotea è un viaggio alle radici della cosa pubblica. Un ritorno al senso più profondo della politica. La costruzione dello Stato del valore umano. Avvicinare le persone e tenerle unite anche dentro il contrasto. La misura, e la ragione, di un progetto. Pensiero lungo e orizzonte largo. E la luce sempre accesa su quella umanità che vuole farsi. Lo storico Miguel Gotor ha detto più volte che lo statista dc è stato espulso dalla storiografia e intrappolato nella sua morte. In un certo senso è vero. Si continua a parlare del caso Moro, non si parla del politico Moro. Sappiamo che il segretario di stato americano Henry Kissinger, l’uomo del piano Condor in Sudamerica e premio Nobel per la pace, quando seppe del dialogo con il Pci gli disse di cambiare politica perché altrimenti non avrebbe potuto garantirgli la vita. Conosciamo opere e omissioni dei servizi, misteri e contraddizioni. Il presidente emerito Francesco Cossiga, allora ministro dell’Interno, aveva nel comitato di crisi del Viminale uomini legati alla P2, il senatore a vita Giulio Andreotti difese il fronte della fermezza anche a costo di mentire. Alla famiglia Moro disse che non poteva esserci nessuna trattativa con le Br perché le vedove degli uomini della scorta erano pronte a bruciarsi in piazza. Una circostanza sempre negata dalle donne, e dalla vedova del maresciallo Leonardi che chiamò Noretta, la moglie di Moro, per smentire la notizia. Non sappiamo ancora se l'assassinio di Aldo Moro fu un golpe. Di sicuro, la sua morte cambiò il corso della storia italiana. Non sappiamo se le Brigate rosse fossero etero-dirette, cosa fosse l’Hyperion e cosa andasse a fare Mario Moretti a Parigi. Di sicuro, la politica del compromesso storico era temuta tanto in Occidente quanto Oltrecortina, tanto dai circoli dell’oltranzismo atlantico quanto dai conservatori dei regimi comunisti dell’Est. Come pure non si può negare che i due protagonisti di quella politica, il comunista Enrico Berlinguer e il democristiano Aldo Moro, furono entrambi oggetto di ”attenzioni particolari”. Nel 1973, il primo sfuggì a un attentato, in Bulgaria. Cinque anni dopo, il secondo fu assassinato. Ma la ricerca della verità sul martirio di Moro ha lasciato in questi anni in penombra la riflessione di natura politica e la sua analisi sui processi di cambiamento dell’Italia. Nel suo partito era annidato in una piccola corrente. Professore universitario, politico manovriero, era vissuto con ostilità all’interno della Democrazia cristiana e guardato con sospetto a sinistra. I comunisti pensavano, infatti, che la ragnatela morotea fosse la cartina di tornasole, e il punto di maggiore resistenza, del potere diccì. Il senatore ”democentrico” del Pd Marco Follini non ha dubbi: ”Moro è un ricordo scomodo perché pur essendo un uomo che ha valicato molte frontiere era dentro la storia della Dc e del mondo cattolico con un profilo inequivocabile”.Fin dal dopoguerra lo statista pugliese aveva maturato il concetto di allargamento della base democratica del Paese mentre più tardi la sua politica lo avrebbe portato a costruire la prima alleanza di centrosinistra della storia repubblicana. Nel 1968 provò a comprendere le ragioni della contestazione giovanile, nel discorso di Napoli fece riferimento all’esigenza di cogliere i fermenti presenti nella società italiana e parlò di domanda sociale a cui bisognava dare risposta. Voleva capire, ti chiedeva di approfondire. Follini ha rilevato che il lavoro di tessitura e mescolanza di Moro è la principale funzione della politica che deve rischiare di conciliare l’inconciliabile. Più che vasto programma, come si sarebbe detto un tempo, progetto ragionevole che si compone con gradualità e prudenza. Se l’alfabeto moroteo aveva come stella polare la mediazione, Aldo Moro è stato architetto, tessitore, demiurgo di una visione dinamica della politica. Ha portato il PSI al governo, ci voleva portare anche i comunisti. È stato l’uomo degli equilibri in movimento. Dai convergenti che non convergono alle convergenze parallele, avviò un processo di liberazione di tutte le energie democratiche del paese. Gli hanno sempre rimproverato un linguaggio oscuro ma un disegno riformatore richiede sempre complessità di analisi e profondità di sintesi. Il suo sogno era riformare la prima Repubblica. È stata l´ossessione del suo lavoro politico. Nel ‘74, dopo il referendum sul divorzio, si accorse della ”disarmonia fra società civile, ricca di molteplici espressioni ed articolazioni ed una vita politica stanca, ridotta a sintesi inadeguate e talvolta persino impotente”. Il segretario del Pd Walter Veltroni ne ha sempre sottolineato la capacità nella costruzione progressiva di equilibri e svolte non affidate alle decisioni di un giorno. La democrazia come processo che continuamente si svolge. L’apertura a sinistra. Il compromesso storico. Una strategia raffinata di sfida al futuro fatta a pezzi dal piombo delle Br e da oscure manovre di Palazzo. Moro era uno che creava ponti, e punti di incontro, tra culture diverse. Non alzava muri, teneva le porte aperte. Ascoltava le ragioni dell’altro, sapeva guardare lontano. Il principe dei riformisti. Se per riformisti intendiamo gli uomini che cambiano il corso delle cose, non lo annunciano ma lo cambiano. Perché il riformismo sarà pure capacità di modificare gradualmente, ma di modificare in direzione del progresso. Ogni riformista è un uomo solo. Federico Caffè fu un analista coraggioso e innovativo e sui riformisti scrisse che malgrado la loro solitudine erano riusciti a dare lo stesso risultati positivi. Così è stato anche per Moro che tra dilatate premesse e mediazioni ponderate non scelse mai la scorciatoia del compromesso al ribasso ma si sforzò sempre di far convergere verso l’unità le istanze rivendicate dai diversi settori della popolazione. Lezione numero uno: il primato dello Stato significa che le istituzioni sono di tutti. Architrave della visione morotea è il partito, il luogo deputato alla riflessione, il laboratorio fumigante in cui si discute ma si lavora insieme all’elaborazione di un programma da presentare alla popolazione, ”un programma che ha da farsi storia”. Tempi lenti, minime varianti, replicate iconografie. La mitologia morotea è fervorosa attività di riflessione. Ogni soluzione passava per scelte sofferte, equilibri calibrati, interazioni simmetriche. L’ingorgo critico veniva superato con la capacità di far proprie le forze contrarie senza esserne dominati, piuttosto dominandole. Era quella capacità di far sintesi che faceva delle differenze la forza del partito, forza che si pone al servizio del Paese. Perché un partito ha il dovere di interpretare la società e proporre un’idea per gestire il cambiamento. Politica è un’azione umile nella sua grandezza. Ascolto, confronto, ché sempre ”qualcosa rimane di noi negli altri e degli altri in noi”. Assumersi responsabilità significa mettersi in connessione con le istanze che si levano dal Paese. Per questo Moro spiegava la necessità di un rapporto dialettico con le altre forze nello sforzo di costruire un bene comune che è dello Stato e dei cittadini, non di una bottega o di un interesse personale. ”Moro fu testimone (con Zaccagnini) di quella domanda di novità e di cambiamento che c’era nell’Italia di allora e riguardava anche la Democrazia cristiana”, ha più volte ricordato il vicesegretario del Pd Dario Franceschini. I cattolici di Quarta Fase ad Assisi ne hanno sottolineato le parole di attenzione e speranza nei confronti delle nuove generazioni: ”Senza i giovani non c’è domani. Se vogliamo che la vita si indirizzi verso le alte mete umane, dobbiamo lavorare per i giovani e insieme con essi. Perché se è vero che i giovani sono la vita, è pur vero che essi hanno tutto di noi e sono quali noi li abbiano formati”. La sfida di Moro fu quella di integrare la spinta contestativa nel sistema spingendola a declinarsi nel segno del riformismo. “Tempi nuovi s’annunciano e avanzano in fretta insieme alla sensazione che storture, zone d’ombra, ingiustizie non siano più tollerabili, crescendo insieme al quadro delle attese e delle speranze, la visione del diritto degli altri da tutelare non meno del proprio, il fatto che i giovani non si riconoscano nella società in cui vivano e la mettano in crisi, sono tutti i segni dei cambiamenti e del travaglio nel quale nasce una nuova umanità”.Ecco la Politica (con la maiuscola) che deve occuparsi dei problemi sociali delle persone, della loro crescita civile e democratica. Missione possibile, vocazione necessaria per il futuro di un partito che si chiama democratico. Ecco il Pd non può che rinforzare il suo profilo se assume il ruolo di baricentro di un progetto riformatore. Allargare i confini, tirare su ponti, abbattere muri e considerare, come dice il sociologo francese Edgar Morin, ogni singolo problema parte di un tutto. Non si possono separare le riforme economiche e sociali così come bisogna avere una visione inclusiva per interpretare le paure e le speranze della società. Sbagliare, indovinare, provarci, ma essere sempre insieme. Aldo Moro diceva che la democrazia è regime non solo di libertà ma di umanità e di giustizia. Certo, servono valori, etica, idee, piccole e nuove utopie. Come dire? Pensiero complesso e orizzonte largo. Solo così la politica può tornare ad essere il modo più completo e fattivo per adoperarsi per l’interesse comune.

Francesco Persili
www.iniziativa.info

sabato 17 gennaio 2009

Presentazione del libro di Vittorio Alberti

domenica 4 gennaio 2009

MORO: 'EUROPA' PUBBLICA SUO ARTICOLO INEDITO SU RELAZIONI ITALIA-USA

Il quotidiano ''Europa'' racconta nell'edizione di questa mattina, in un articolo di Antonello Di Mario (autore de ''L'attualita' di Aldo Moro'', edito da Pironti), quando il presidente democristiano scrisse per il Giorno, diretto da Gaetano Afeltra un ''pezzo'' che faceva riferimento allo scenario che si stava determinando in Europa, cioe' alla possibilita' dell'ingresso dei comunisti nel governo nazionale, ma che, poi, non trovo' spazio sulle pagine della testata controllata dall'Eni ''per motivi di opportunita'''.L'episodio viene rivisitato, in pagina della ''Cultura'' del quotidiano diretto da Stefano Menichini, dopo la lettura di documenti custoditi da trent'anni negli archivi segreti del ''Foreign Office'' britannico e resi pubblici solo in questi giorni.In particolare, dagli atti diffusi dal ''National Archive'' furono proprio gli Stati Uniti ad esser presi dal panico dopo la caduta del terzo governo Andreotti.Infatti, come si legge su Europa, ''Le relazioni tra Italia e Stati Uniti si fecero critiche tra il 12 ed il 16 gennaio 1978, tanto che il Dipartimento di Stato Usa ammoni' i leader democratici al dovere di dimostrare fermezza nel resistere alle tentazioni di trovare soluzioni tra le forze non democratiche''.Moro, nel suo articolo mai andato in stampa, ribadi': ''a noi tocca decidere, sulla base della nostra conoscenza, in piena autonomia, ma con grande equilibrio e senso della responsabilita'''. Secondo il ''leader'' Dc, vi era invece lo spazio per ''raggiungere una positiva concordia sui programmi ed un grado di intesa tra le forze politiche e sociali, i quali consentano, con una soluzione equilibrata ed adatta al momento, di far fronte all'emergenza e di sperimentare un costruttivo rapporto tra i partiti molto differenziati, che la realta' della situazione obbliga a non ignorarsi ed a non paralizzarsi, provocando con cio' la paralisi, e forse peggio, dell'Italia''.''Peter Jay, ambasciatore britannico a Washington - come scrive Di Mario su Europa - dopo esser stato sollecitato il 23 gennaio da Londra, annoto' per i suoi superiori le intenzioni degli americani: l'amministrazione USA si e' decisa che una qualche azione era necessaria. Ecco il perche' delle dichiarazioni. L'idea di condurre operazioni segrete per spaccare il Pci e' stata una delle possibilita' prese in considerazione durante gli incontri di vertice che si sono tenuti. Fonti affidabili hanno confermato l'abbandono del piano 'azioni segrete'. Non ci sono prove che altre agenzie se ne stiano occupando''.Il diplomatico inglese, pero', azzardo' una previsione: ''Nonostante le difficolta' l'amministrazione cerchera' sicuramente nei prossimi mesi metodi per esprimere la sua influenza''.