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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

venerdì 20 febbraio 2009

Aldo Moro: doveva morire

Un martire, Aldo Moro. Ucciso in nome della solita “ragion di Stato”. La sua elezione al soglio quirinalizio doveva essere impedita ad ogni costo. E la impedirono del tutto. I fatti raccontati da Ferdinando Imposimato, già per lunghi anni giudice istruttore a Roma, autore delle inchieste più scottanti sulla banda della Magliana e sui suoi rapporti con Cosa nostra e incaricato di condurre le indagini sul rapimento dello statista di Maglie, sono tutti racchiusi in un libro pubblicato un anno fa insieme al giornalista del TG5 Sandro Provvisionato, e stranamente passato nel silenzio quasi generale della stampa (“Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro”, Chiare lettere).
“A noi fu praticamente impedito di indagare. Qualche ora dopo il rapimento di Via Fani, Andreotti e Cossiga crearono il famoso comitato di crisi, infestato di uomini iscritti alla loggia massonica P2 di Licio Gelli. Furono loro le persone che gestirono praticamente la situazione, impedendo qualsiasi indagine” afferma oggi Imposimato. Poi, si scoprì che alcuni esponenti del comitato lavoravano per i servizi segreti, alcuni perfino facendo il doppio gioco fra Est e Ovest. Uno di questi era Stefano Silvestri, il cui nome è venuto fuori nel dossier Mitrokhin (nome in codice Nino), che collaborava con il Kgb sovietico a Roma o il professor Franco Ferracuti, docente di criminologia ed esponente della Cia, il quale si prese l’incarico, da esperto analista, di asserire che le lettere di Moro provenivano da un uomo oramai psicologicamente debole, in completa balia della sindrome di Stoccolma. Prospettiva falsa e completamente inventata per i fini specifici seguiti dal comitato di crisi.
Molti ricordano quei fatti drammatici. I cinquantacinque giorni, le lettere di Moro, sempre più buie, più accidiose nei confronti del suo partito e intessute di infinita dolcezza verso la sua famiglia. I democristiani che si dibattono nell’immobilismo più assoluto (ben raccontato da un altro libro uscito nel trentennale del rapimento e della morte di Moro, quello di Giovanni Banconi “Eseguendo la sentenza”). Un immobilismo sospetto, anzi, secondo Imposimato, significativo: “Il comitato piduista ebbe il compito di bloccare qualsiasi indagine, per influsso di Cia e Kgb. Né i carabinieri, né la polizia poterono effettivamente fare nulla” dice l’ex giudice istruttore ed aggiunge: “Io stesso, incaricato delle indagini, venivo a sapere tutto dopo. Alcune cose le ho scoperte addirittura venti anni dopo”. Il comitato fa quasi terra bruciata e stabilisce un rapporto forse diretto con le Br. Ad esempio, Imposimato cita il caso della prima lettera di Moro, datata 29 marzo, con la quale lo statista pugliese indica una possibilità di salvezza nello scambio di prigionieri, chiedendo al tempo stesso ai suoi carcerieri di non renderla pubblica. I brigatisti fanno diversamente e alla Procura di Roma ne arriva una copia fotostatica e non l’originale, che giunge agli uffici giudiziari la settimana successiva. “Senza l’originale” afferma Imposimato “non è possibile eseguire alcuna perizia dattiloscopia sulla busta e sulla lettera per rilevare le impronte digitali degli autori”.
Ma è solo uno dei tanti episodi raccontati dall’ex giudice istruttore. L’altro significativo è quello del covo dove i brigatisti tennero prigioniero Moro, nella oramai famosa via Montalcini 8, piano terra. Il covo fu scoperto proprio da Imposimato solo a fine gennaio del 1982. Il giudice vi si recò subito e cominciò a interrogare gli inquilini, per cercare riscontri e prove. Ma molti di loro risposero di essere già stati interrogati dall’Ucigos, cioè dai poliziotti dell’antiterrorismo, ma probabilmente agenti dei servizi segreti, già nel lontano 1978. Il covo era conosciuto dalle strutture segrete del Ministero degli interni?
Sul falso comunicato del lago della Duchessa del 18 aprile, in Abruzzo, poi, Imposimato racconta una verità sconvolgente. Il comunicato fu scritto da un autorevole esponente della banda della Magliana, Toni Chicchiarelli, ottimo falsario di tele di De Chirico e autore, fra l’altro, della famosa rapina ai portavalori della “British Securmark” che fruttò svariati miliardi. “Il comunicato fu ordinato da Cosa Nostra alla banda della Magliana, che era il suo braccio armato nella Capitale per il tramite di Pippo Calò e indicava che il corpo di Moro si trovava nelle acque di un lago fino a quel momento sconosciuto alla maggior parte delle persone. In realtà, era un chiaro messaggio da parte del comitato piduista alle Br: ‘Abbiamo problemi, non riusciamo più a gestire in tranquillità il rapimento di Moro, quindi affrettatevi ad eliminarlo’. Un’indicazione che i brigatisti eseguirono venti giorni dopo”.
La realtà fu, afferma Imposimato, che “gli alti vertici dello Stato erano in condizione di sapere che Moro sarebbe stato rapito dai terroristi. Dopo Via Fani non fecero assolutamente nulla per cercarlo, perché sia Urss che Usa temevano il dialogo fra cattolici e comunisti, che Moro incarnava, e volevano bloccarlo definitivamente. Ma l’elezione dello statista pugliese al Quirinale avrebbe aperto la strada a quel dialogo”. Ci furono almeno otto occasioni per poter prendere i rapitori e liberare Moro. “Quella più clamorosa fu indubbiamente la scoperta del covo di via Gradoli, dove dormiva Mario Moretti, recandosi ogni giorno a via Montalcini per interrogare Moro. Invece di approntare gli opportuni appostamenti, che avrebbero condotto le forze dell’ordine alla liberazione del prigioniero, si fornì subito alla stampa la notizia, con la logica conseguenza di compromettere immediatamente l’operazione”.

Aldo Moro
In effetti anche un’altra fonte, il capo delle Br Mario Moretti, nel suo libro intervista con Rossana Rossanda del 1991, sottolinea come Moro sarebbe stato liberato se solo la Democrazia Cristiana avesse ammesso l’esistenza di una controparte armata, anche senza alcuno scambio di prigionieri. Una situazione che non avrebbe affatto compromesso la dignità e l’autorevolezza dello Stato.
Imposimato cita anche fonti pubbliche, che oggi però danno fastidio e di cui ben pochi parlano. Una di queste è l’americano Steve Pieczenik, personaggio per molti versi ambiguo, ma ascoltato e ben remunerato consigliere di segretari di Stato come Kissinger e Cyrus Vance. Questi fu inserito nel comitato di crisi per ordine della Cia e alcuni anni dopo ha dichiarato: “Sono stato io, lo confesso, a preparare la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Aldo Moro”.
Il quadro disegnato da Imposimato collega fra di loro molti fatti noti ed alcuni meno noti. Uno di questi ultimi è quello per cui Aldo Moro ebbe sempre problemi con gli americani. Nell’ottobre del 1963, mentre lavorava per diventare presidente del Consiglio e consentire così la partecipazione diretta dei socialisti al governo, che si sarebbe formato nel dicembre di quell’anno, ebbe l’aperta opposizione da parte dell’allora ambasciatore americano a Roma, il quale, fu contattato nell’ottobre di quell’anno dal presidente John Fitzgerald Kennedy, che gli impose di non intromettersi negli affari interni italiani. Dopo nemmeno un mese, Kennedy fu assassinato a Dallas.
Con una punta di amarezza, Imposimato così conclude la sua galoppata sul caso più eclatante della storia del dopoguerra. “L’amarezza c’è da parte mia, perché c’è una profonda convinzione. Se mi avessero fatto indagare, se veramente il sistema si fosse impegnato per aiutare noi magistrati inquirenti, Moro si sarebbe salvato, perché le forze dell’ordine erano in grado di scovare il covo e organizzare un blitz, come avvenne in decine di altri casi simili. Ma la volontà politica andò in tutt’altra direzione”.

mercoledì 18 febbraio 2009

Concordato: l'accordo Moro-Nenni

«Sì, possiamo rifare il Concordato». Il via libera alla revisione dei Patti Lateranensi emerge da un documento segreto del gennaio 1976 sottoposto da Aldo Moro a Pietro Nenni e approvato, a sorpresa, dal leader del Psi fino a quel momento contrario. Il protocollo riservato che La Stampa pubblica per la prima volta, costituirà poi la base del nuovo Concordato siglato da Bettino Craxi a Villa Madama il 18 febbraio 1984. Il Vaticano, persa la battaglia sul divorzio, si impegna a «non insistere in una richiesta pregiudiziale del ristabilimento della situazione quo ante». Inoltre, la Santa Sede chiede «il mantenimento dell’istruzione religiosa nella scuola, anche se fuori da un contesto della concezione della religione cattolica come religione di Stato», reclama «l’abolizione di ogni forma di approvazione e quindi di controllo statale sulle nomine degli ecclesiastici (vescovi, parroci, enti religiosi)» e si dichiara «disponibile a discutere il problema degli effetti civili del matrimonio canonico». Una bozza sulla quale Moro incassa il «placet» di Nenni che apre la strada alla storica revisione. «Nenni comprese che, all’indomani della pesante sconfitta della Chiesa e dei cattolici nel referendum contro il divorzio, la Santa Sede sarebbe stata obbligata a rivedere ogni tipo di oltranzismo in materia di riforma dei Patti del 1929 e che il centrosinistra non doveva indugiare ad intavolare negoziati con il Vaticano», rivela Francesco Margiotta Broglio, studioso di relazioni tra Stato e Chiesa e presidente della commissione governativa per l’attuazione dell’accordo. «A nessun altro leader del centrosinistra venne fatto conoscere il documento riservato che Moro consegnò a Nenni. Moro agiva attraverso il suo consigliere di fiducia, ambasciatore Pompei e con la consulenza di Leopoldo Elia, mentre Paolo VI aveva affidato la questione al segretario Cei, Bartoletti, che godeva della piena fiducia del Pontefice. Nenni capì, anche per la spinta del Pci di Berlinguer e la presenza laica dei repubblicani nel governo Moro, che si doveva superare la spaccatura provocata dal referendum del ‘74 sul divorzio e che andava presa sul serio la disponibilità di un pontefice scosso dal risultato inaspettato della consultazione popolare». Nenni, poi, conservava per Moro gratitudine politica - ricorda Margiotta Broglio - dai tempi del primo centrosinistra (1962) quando il leader dc appoggiò l’apertura al Psi. E al tempo stesso voleva regolare i conti all’interno del Psi, allora guidato da Francesco De Martino, contrario al Concordato, che considerava un retaggio fascista. Pochi mesi dopo, sconfitto alle elezioni, De Martino sarebbe stato defenestrato al Midas dal delfino di Nenni, Bettino Craxi l’uomo che, non a caso, da presidente del Consiglio avrebbe poi siglato il nuovo Concordato modellato sullo schema del documento approvato segretamente da Nenni. Da parte sua Moro, che aveva vissuto la Costituente, sapeva che i socialisti erano il partito che pretendeva una revisione in profondità degli accordi del ‘29. Racconta il cardinale Giovanni Lajolo che partecipò alla trattativa: «Dopo il passaggio monarchia-repubblica e il Concilio Vaticano II, bisognava mettere mano ai Patti Lateranensi. L’atmosfera era cambiata. L’accordo di Villa Madama è in realtà è una nuova concezione dello strumento Concordato. Si vede l’impronta del Vaticano II e della Cei. Secondo il principio di sussidiarietà, la Santa Sede tiene in mano le cose che richiedono una sua presenza diretta, ma le cose più importanti, quelle che incidono sulla carne, sul corpo vengono lasciate alla conferenza episcopale». Dal sì inatteso di Nenni del ‘76 alla sigla del 1984 il percorso è complicato. Testimonia Lajolo: «Non ho mai avvertito la presenza di Craxi se non al momento della firma. Le trattative sono state lunghe, i partiti avevano i loro rappresentanti, per esempio Cardia per Berlinguer, altri per Spadolini o la Dc. Poi in commissione si faceva il crogiuolo e si tirava fuori ciò che si poteva. Ma la cosa del tutto abnorme era che ciascuno riferiva non al governo bensì al proprio partito». Il problema pratico, però, era che i governi ogni sei mesi andavano in crisi. «Le trattative si bloccavano non appena si sentiva aria di crisi e riprendevano solo qualche mese dopo che il nuovo governo era in carica. Per arrivare a un accordo ragionevole si è tirato per le lunghe più del necessario, ma il Concordato del 1984 è molto moderno anche se non tutti sono d’accordo, persino nella Chiesa, non solo tra i laici. I delegati italiani ci dicevano cosa fosse realizzabile e cosa no. Non scoprivano le carte. Non sappiamo quanto abbiano inciso i singoli leader politici, ma di fatto non era il governo che dava le istruzioni, bensì le segreterie dei partiti». Nel 1982, sottolinea Margiotta Broglio, «Spadolini era arrivato molto vicino all’accordo con il segretario di Stato, Casaroli, ma le vicende dello Ior impedirono di sottoporre al Parlamento un testo che sarebbe stato travolto dalle reazioni a quegli eventi, come dimostrò l’irrigidimento del cattolico Andreatta». I governi Andreotti, Cossiga e Forlani «non riuscirono a far accettare al Vaticano le modifiche più delicate che nel 1983 Craxi ottenne attraverso la mediazione politica tra Gennaro Acquaviva e il ministro degli Esteri, Silvestrini». In Germania, precisa Lajolo, «lo Stato sovvenziona totalmente la scuola cattolica e l’azione caritativa della Chiesa tedesca all’estero. In Italia tutto ciò sarebbe impensabile, però, dopo 25 anni, quello di Villa Madama resta un buon Concordato».

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