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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

sabato 28 marzo 2009

Aldo Moro, mio padre. Intervista ad Agnese Moro.

Aldo Moro era un politico e un importante uomo di partito, la Democrazia cristiana, che aveva la sua sede in piazza del Gesù, in un grande palazzo color crema, nel centro della capitale. Nella grande strada adiacente, via delle Botteghe oscure, si trovava invece il palazzo del Partito comunista. La vita politica nazionale, tra il dopoguerra e i primi anni ’90, con tutti i suoi intrighi, le sue bassezze,ma anche con tutti i suoi ideali e i suoi principi, si decideva principalmente in quei pochi chilometri quadrati. Sempre in quei luoghi, carichi di profondo simbolismo, i terroristi delle Brigate rosse fecero ritrovare il corpo dello statista, rapito il 16 marzo del 1978 e ucciso dopo 55 giorni di prigionia.

A 30 anni dalla sua morte gli storici e i media si chiedono ancora se davvero non fosse possibile salvarlo e se tutta la verità intorno a quella vicenda sia stata realmente scoperta. Ogni anno le commemorazioni del rapimento e della morte di Aldo Moro e degli agenti della sua scorta accendono aspre polemiche politiche. Ma nessuno si cura di ricordare che il prigioniero delle Br, docente di diritto penale presso l’università La Sapienza, era anche e soprattutto un uomo, la cui vicenda e il cui sangue hanno segnato per sempre la vita dei figli, della moglie, del nipotino, dei suoi allievi e dei suoi amici.

«Mio padre è una persona bella, che ci può dire tanto e, quindi, vale la pena di raccontare chi fosse e ricordarlo, così come si dovrebbe fare con le tante vittime del terrorismo». A raccontare il proprio padre a Segno è Agnese Moro, la più piccola delle tre figlie di AldoMoro e sorellamaggiore di Giovanni. È lei che ci spiega perché è importante parlare dell’umanità delle vittime del terrorismo e ricordare che «con quegli atti di violenza non si è colpito mai un simbolo, ma sempre una persona».

Signora Moro, secondo lei i brigatisti che hanno assassinato suo padre si sono resi conto di avere sì rapito uno statista, ma di avere poi ucciso un uomo?

Questa è una domanda che bisognerebbe fare a loro. Però, da quello che scrivono e dicono, quantomeno si sono trovati di fronte a qualcosa di diverso da quello che si aspettavano. Forse immaginavano qualcuno con un atteggiamento arrogante, un uomo di potere, e invece si sono trovati di fronte una persona gentile e cortese, che proprio in ragione della sua educazione è stato tale anche con loro.

Cosa ricorda di suo padre nella vita quotidiana?

Le piccole cose di tutti i giorni: i piccoli affetti, come la mano che mi dava la sera prima di addormentarmi; il momento delle preghiere… Se la notte noi bambini avevamo sete chiamavamo sempre papà per farci dare l’acqua e lui s’alzava per portarcela. Chissà da quale giornata veniva o che giornata avrebbe avuto la mattina seguente, eppure lui si è sempre alzato per portarci l’acqua.

Era un padre affettuoso?

Molto. Certo a casa non rimaneva tantissimo. Però quando c’era stava con noi, ci leggeva le favole, ci cantava le canzoncine, insomma poche prediche e molta presenza.

Crescendo, voi figli avete avvertito la presenza di uno “statista” in casa?

Per noi la sua vita politica è stata sempre un’immensa seccatura: era quella che ce lo portava via. Certo, ci rendevamo conto che faceva delle cose importanti, che lo faceva per il bene del paese, perché ci credeva. Però per noi quando cadeva un governo era quasi una festa perché sapevamo che finalmente avremmo avuto papà più presente a casa, almeno per qualche giorno.

La politica portava via vostro padre, ma lui la politica a casa la portava?

No, direi pochissimo. La politica restava fuori della porta di casa, proprio per una scelta di papà e soprattutto della mamma, che voleva creargli a casa proprio un’atmosfera di maggiore tranquillità. Inoltre, lui era sempre un tipo molto riservato, quasi umile nel suo tacere le sue “gesta” politiche. Al massimo ti diceva: ho qui un mio discorso, se volete dargli un occhiata. Allora lasciava sul tavolo quel dattiloscritto, che poi magari è passato alla storia, ma sempre senza costrizioni o particolare enfasi.

Parlavate con vostro padre delle angosce e delle difficoltà politiche di quegli anni?

Si parlava, si discuteva, come in tutte le famiglie. Anche noi avevamo la nostra opinione. Noi ragazzi eravamo molto coinvolti nella vivacità della vita culturale e sociale di quell’epoca, con tutte le sue problematicità e mio padre, se glielo chiedevamo, ce ne parlava per aiutarci a crescere.

Nessun conflitto generazionale tra Moro e i suoi figli?

Certo avevamo le nostre idee, lui le sue, però era una persona con la quale era estremamente difficile scontrarsi, perché cercava sempre di capirti. Aveva molta fiducia nei giovani.

Suo padre ha mai vissuto in maniera angosciata il suo ruolo politico?

Certamente aveva delle preoccupazioni. Una volta parlammo della situazione che si era venuta a creare nel paese con i due vincitori di una elezione, la Democrazia cristiana e il Partito comunista. Nessuno dei due era in grado di governare e di avere un consenso abbastanza forte, ma entrambi avevano la stessa legittimazione che veniva dal voto popolare, la massima legittimazione che ci possa essere in una democrazia. La sensazione di un possibile scontro tra questi due enormi partiti era forte; i partiti di allora non era soltanto un qualcosa di elettorale, erano invece modi di vedere la società, di intenderla e di organizzarsi. Il confronto ovviamente era più difficile, più vitale di quello che potrebbe esserci adesso.

Cosa può dire ai giovani dell’Azione cattolica per far comprendere la figura di suo padre e il suo pensiero politico?

Innanzitutto, mio padre credeva che la vita andasse vissuta a favore degli altri attraverso l’impegno concreto nella propria esistenza, in cui investire il meglio di se stessi. Aldo Moro spesso viene considerato un pessimista, mentre non lo era affatto. Era, tuttavia, una persona piena di realismo che non si nascondeva i problemi. C’è un suo articolo intitolato Il bene non fa notizia, ma c’è, in cui lui parla proprio del tanto bene che c’è nel mondo: siamo all’inizio del ’77, quindi non proprio un periodo calmo. È in questo che si vede anche il suo essere cristiano.

Spesso si critica il modo in cui la figura di suo padre viene ricordata.

Sicuramente c’è un senso di colpa molto diffuso nei confronti della sua vicenda. Aldo Moro era portatore non soltanto di un progetto politico, ma anche di un modo di vedere la politica. Qualcuno dice che è stato scelto lui dalle Br, come poteva essere scelto qualcun altro. Io, invece, penso che lui incarnasse – come molti altri che sono stati uccisi dal terrorismo – l’idea di un paese che mette al centro le persone, che cerca di farle esprimere al meglio. Credo che lui avesse un’idea della democrazia come di un luogo in cui tutti si possono incontrare, dove intraprendere insieme una strada. C’è un giudizio che mio padre dà del terrorismo in cui parla dello “spettacolo” della violenza di allora, una violenza esplicita o paurosamente tramata nell’ombra, che non si vuole contrapporre ad altra violenza, ma è invece funzionale a interrompere un processo di libertà. Ecco, credo che non tutti apprezzassero quel modo di vedere la vita politica e democratica e il percorso che l’Italia poteva fare. Quando parli della persona di Aldo Moro devi necessariamente parlare di questo suo modo di essere, di fare politica, di avere fiducia nella società. Un pensiero che non sempre è condiviso. Quindi, a volte, penso che non ricordarlo adeguatamente significhi proprio cercare di dimenticare che ci sono altre strade per la nostra democrazia.

di
Stefano Leszcynski



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