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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

giovedì 22 aprile 2010

Libro-intervista del generale Maletti sulla strage di Piazza Fontana

Gian Adelio Maletti, allora numero due del Sid, ricostruisce gli anni delle stragi in una lunga intervista diventata ora un libro

Tre giovani giornalisti (27, 28 e 30 anni) prendono a loro spese un aereo e vanno in Sudafrica, a Johannesburg, a intervistare un vecchio generale del servizio segreto militare italiano. I tre sono Andrea Sceresini, Nicola Palma e Maria Elena Scandaliato. Il generale è Gian Adelio Maletti, numero due del Sid negli anni della bomba di piazza Fontana (1969), del tentato golpe Borghese (1970), della strage di Brescia (1974), della strategia della tensione. Per tre giorni interrogano l’agente segreto, l’ufficiale rimasto (finora) il più alto in grado a sopportare tutto il peso dei depistaggi di Stato sulle stragi. Maletti risponde. Racconta. Non ricorda. Spiega. Nega. Rivela. In maniera obliqua e parziale, ma a suo modo illuminante, ricostruisce la trama della guerra segreta combattuta in Italia in quegli anni. Protagonisti, gli esecutori neofascisti di Ordine nuovo e di Avanguardia nazionale, i loro protettori dentro gli apparati di Stato italiani, le ombre atlantiche. Il lungo colloquio diventa ora un libro, "Piazza Fontana, noi sapevamo", prefazione di Paolo Biondani, edito da Aliberti. Qui ne presentiamo un brano (pubblichiamo anche i video di quattro momenti dell'intervista al generale Maletti, parzialmente inediti, in esclusiva per il lettori dell'Antefatto). In esso, il generale Maletti parla di un informatore del Sid infiltrato nel gruppo veneto di Ordine nuovo, Gianni Casalini, fonte “Turco”. Spiega come il Sid gli impedì di rivelare alla magistratura quello che aveva visto sugli attentati del 1969. E (fatto inedito) di come i carabinieri "ripulirono" il deposito da cui proveniva l’esplosivo americano usato in piazza Fontana a Milano e probabilmente in piazza della Loggia a Brescia. Proprio domani, Maletti sarà interrogato, in videoconferenza, al processo in corso sulla strage di piazza della Loggia, l’ultima occasione giudiziaria per tentare di far quadrare i conti tra verità storica (ormai largamente acquisita) e verità processuale.

Da "Piazza Fontana, noi sapevamo" (Aliberti editore)

Sei anni dopo piazza Fontana, accadde un piccolo episodio che la vide protagonista. Era il 5 giugno 1975. Lei prese un foglio, e scrisse questo breve appunto: «Colloquio con il signor caposervizio. Caso Padova: Casalini si vuol scaricare la coscienza. Ha cominciato ad ammettere che lui ha partecipato agli attentati sui treni nel 1969 e ha portato esplosivo; il resto, oltre ad armi, è conservato in uno scantinato di Venezia. Il Casalini parlerà ancora e già sta portando sua mira su altri gr. Padovano + delle Chiaie + Giannettini. Afferma che operavano convinti appg. Sid. Trattazione futura, chiudere entro giugno. Colloquio con M.D. prospettando tutte le ripercussioni. Convocare D’Ambrosio. Incaricare gr. Cc (Del Gaudio) di procedere». Se ne ricorda?

Se dovessi ricordarmi di tutte le annotazioni che ho fatto, allora sarei un’enciclopedia vivente. Comunque sì, ricordo qualcosa. L’appunto si riferisce a un colloquio con il capo del Sid, che ai tempi era l’ammiraglio Mario Casardi. Lo scrissi piuttosto frettolosamente, come si può notare. Probabilmente, ero nel mio studio, a Forte Braschi, e c’era la macchina che mi aspettava fuori.

Il documento fu scoperto nel 1980, durante una perquisizione a casa sua. Di Gianni Casalini abbiamo già parlato: era un militante del gruppo padovano. Lavorò per il Sid, con il nome in codice “Turco”, dal 1972 al 1975: fino a quando, cioè, lei dispose la chiusura della fonte. Poco fa, lei ci ha detto una cosa importantissima: Casalini, durante la sua collaborazione, vi rivelò un grande segreto. Parlò dell’esplosivo di piazza Fontana, disse che le bombe venivano dalla Germania, che erano di provenienza americana, e che erano state consegnate ai neofascisti veneti. Tutte informazioni che rimasero misteriosamente riservate, almeno per la magistratura. Poi, nel 1975, come se non bastasse, lei prese questa decisione: chiudere la fonte. Perché?

Guardate, la decisione non fu presa da me. Fu presa dell’ammiraglio Casardi, che all’epoca era direttore del Sid. (...) Non solo non l’ha denunciato: ha cercato di evitare che dicesse altre cose. Cose piuttosto scottanti.

Sul suo appunto c’è scritto: «Casalini si vuol scaricare la coscienza».

La riunione del gruppo neofascista

Comunque, cari ragazzi, questo non è più un colloquio amichevole: questo è un tribunale, e io sono l’imputato. E invece non sono imputato.

Ma no, generale, noi non le imputiamo nulla.

No, mi piace mettere le cose a posto. Non voglio che mi si perseguiti con domande alle quali chiaramente io non posso rispondere: non per cattiva volontà, ma per mancanza di agganci mnemonici.

Non si preoccupi. Quand’è così, cercheremo di fornirle qualche nuovo appiglio. Casalini, nel 2008, ha detto molte altre cose. Il 18 aprile 1969, si svolse a Padova una misteriosa riunione: vi parteciparono i massimi esponenti del gruppo neofascista. C’era Franco Freda, Giovanni Ventura, Pozzan, Toniolo e Balzarini. E c’erano due altri personaggi, arrivati da Roma, la cui identità non è mai stata svelata. Fu stabilita ogni cosa: le bombe, gli attentati. Casalini riferì tutto al Sid. E il Sid? Che cosa fece il Sid?

Guardate, non ne ho idea. Sono passati quattro decenni.(...)

Lo scantinato di Venezia

Continuiamo a leggere. Più avanti, sempre nell’appunto, viene citato il nome di Manlio Del Gaudio, capitano dei carabinieri: «Incaricare gr. Cc (Del Gaudio) di procedere». Del Gaudio era il comandante del gruppo carabinieri di Padova.(...) Era amico del padre di Casalini, Mario. Secondo il giudice Salvini, avrebbe dovuto intercedere presso la famiglia del militante neofascista per convincerlo a starsene buono . Cioè a non parlare.

Anche questa direttiva fu impartita da Casardi. Comunque sia: io non sapevo nulla di questa amicizia. Se fosse vero, ciò spiegherebbe molte cose.

Scusi, generale, in che senso? Che cosa spiegherebbe?

Spiegherebbe, tra l’altro, che al padre di Casalini fu ordinato di ripulire alla svelta uno scantinato, un sottoscala.

Quale scantinato?

Lo scantinato di Venezia, no? Lo stesso del quale parlo nel mio appunto...

La strage di Piazza della Loggia

Generale, ci spieghi tutto con calma.

Ok, ragazzi. One should never say never, mai dire mai. Procediamo con ordine: vi spiegherò ogni cosa, una volta per tutte. Io, come dicevo, telefonai al centro di Padova, ordinando che la fonte venisse chiusa. Ordinai, inoltre, che venisse informato il comando dei carabinieri di Padova, per le incombenze del caso. (...) C’era da occuparsi, per esempio, del celebre deposito di esplosivo. (...) Chi abbia materialmente svuotato l’arsenale ha ben poca importanza. Costoro, a mio giudizio, non ebbero alcun timore di essere sorpresi sul fatto.

È un episodio gravissimo, generale. Le forze dell’ordine coprirono l’operazione, e i neofascisti riuscirono a farla franca. Ma cosa c’era, in quell’arsenale? (...) I tir carichi di esplosivo, quelli che giunsero dalla Germania, fecero tappa a Mestre, alle porte di Venezia. A bordo c’erano varie casse di tritolo, provenienti da un deposito americano in Germania: ce lo ha detto lei. È possibile, dunque, che quelle casse fossero conservate nel deposito del quale abbiamo appena parlato?

Certo, direi di sì. È un’ipotesi attendibile.

Nell’arsenale di Venezia, insomma, c’era l’esplosivo di piazza Fontana, l’esplosivo americano. Era stato Casalini, del resto, a indicarne la provenienza: è logico che ne conoscesse anche la destinazione. Questo spiegherebbe tutto: quelle bombe non dovevano essere rinvenute: l’intera strategia statunitense fu sul punto di essere smascherata. È una rivelazione pesantissima...

Io, però, non posseggo alcuna prova.

Certo, generale. Ma c’è un’altra cosa, a questo punto, che vorremmo chiederle. Il deposito restò in funzione per almeno sei anni: dal 1969 al 1975. Nel 1974, ci fu la strage di piazza della Loggia, a Brescia. Secondo le tesi dei giudici, l’eccidio sarebbe stato organizzato dallo stesso gruppo che agì a piazza Fontana: gli ordinovisti veneti. È possibile, a suo parere, che anche l’esplosivo di piazza della Loggia provenisse da quell’arsenale?

Non mi sembra un’ipotesi peregrina. Ma, ripeto, restiamo nel campo delle supposizioni. Non esistono prove.Del Gaudio e i vertici del Sid

Quello che lei non sta smentendo è uno scenario inedito, e decisamente inquietante. Ma ci dica: Del Gaudio agì di sua spontanea volontà? Sappiamo che era un membro della P2, così come i vertici della divisione Pastrengo, che fecero scomparire i rapporti su Casalini. I registi dell’operazione, molto probabilmente, si trovavano in alto: molto più in alto...

Non lo so, non lo so. So solo questo: l’ordine di svuotare l’arsenale non partì dai vertici del Sid. Non sono in grado di dire altro.

Fonte
http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2477619&title=2477619

Dopo vent'anni si può dire che Moro "doveva morire" ...

I misteri italiani nascono sempre da fatti, anomalie, depistaggi e qualche uomo – normalmente - politico che non dice tutto quello che avrebbe dovuto dire. E questo libro parte proprio da questo. Quella serie di eventi che avrebbero dovuto salvare Moro e allo stesso tempo avrebbero di certo impedito l'attacco alla democrazia italiana.

“Sono stato io, lo confesso, a preparare la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Aldo Moro.” (Steve Pieczenik, membro del Comitato di crisi), “Le Br erano intenzionate a rapire un importante uomo politico. L’informativa scritta era firmata da Emilio Santillo, il funzionario più importante dell’antiterrorismo italiano... Santillo fu trasferito ad altro incarico”.
Sono questi due i pretesti che hanno convinto i due autori, Ferdinando Imposimato, giudice istruttore del Tribunale di Roma che ha seguito l’inchiesta sulla strage di via Fani e il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, e Sandro Provvisionato, giornalista professionista e coautore di Terra, trasmissione di approfondimento su Canale5, a scrivere questo libro, uscito con quattro edizioni in due anni.
Gli autori sono riusciti con pazienza e applicazione a mettere insieme fatti, documenti, testimonianze cercando di raccogliere nel libro l'intera vicenda, cercando di mettere insieme il puzzle spezzettato dell'evento che ha sconvolto la nostra nazione e che per vent'anni è stato lasciato con i suoi piccoli pezzi in chissà quale scatola di chissà quale cantina impolverata. Solo con il quadro completo si potrà dare un senso a tutto, e solo venendo a conoscenza delle cose che ancora non siamo riusciti a sapere.

Un libro avvincente, che se fosse stato un thriller politico avrebbe raccolto il consenso di milioni di lettori. Ma non è narrativa questa, è storia vera degli anni bui dell'ultimo secolo.

Ne riportiamo parte dell'introduzione.

“L’Italia è un Paese senza memoria e senza verità e io per questo cerco di non dimenticare”. Difficile non sottoscrivere quest’affermazione che Leonardo Sciascia fece in un’intervista subito dopo la morte di Aldo Moro.
Fin troppo facile, invece, trent’anni dopo, riconoscere che l’Italia resta ancora oggi un Paese senza memoria.
Questo libro ha uno scopo e un’ambizione: tenere viva la memoria e provare a chiarire, oltre la superficie di quello che appare, uno degli episodi più tragici e sconvolgenti della nostra storia repubblicana. Perché finché non saranno stati illuminati tutti gli angoli oscuri della strage di via Fani e del sequestro e dell’assassinio dello statista democristiano non sarà possibile affermare che l’Italia è un Paese a democrazia matura.
Il caso Moro è ancora oggi crocevia dei misteri d’Italia. È come se il lato oscuro della storia avesse voluto convogliare in un’unica vicenda tutti i mostri partoriti negli anni: i giochi sporchi dei servizi segreti, le logge massoniche segrete, le innominabili alleanze internazionali, il volto occulto del potere politico, il terrorismo, la mafia, le bande criminali.
Ma stiamo ai fatti. Lo statista democristiano, uno dei più stimati politici italiani del dopoguerra, è stato rapito dalle Brigate rosse il 16 marzo del 1978 ed è stato assassinato il 9 maggio dello stesso anno, dopo cinquantacinque giorni di detenzione nel “carcere del popolo”.
Il 18 maggio 1978 è stata assegnata a Ferdinando Imposimato, con Rosario Priore, Claudio D’Angelo e Francesco Amato, l’inchiesta sulla strage di via Fani, il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro.
Questo libro è il frutto di quel lavoro e delle testimonianze raccolte. Colloqui con brigatisti, familiari dello statista, magistrati, poliziotti sentiti da Imposimato nel corso degli anni. Fino a oggi. Del caso si sono occupate la Commissione Stragi e quella specifica su Moro.
Dal buio di quei terribili giorni emergono dopo trent’anni documenti fondamentali, occultati alla magistratura inquirente e giudicante. Documenti fatti sparire e poi ritrovati, inviati in minima parte alla Commissione Stragi e con anni di ritardo (1992) dal nuovo ministro Vincenzo Scotti, ma mai ai giudici. Pubblici ministeri, giudici istruttori, varie corti d’Assise, la Commissione Moro avevano inutilmente cercato di avere i documenti prodotti dai Comitati di crisi che dipendevano dall’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Molti di essi, importantissimi e in taluni casi agghiaccianti, come vedremo, non sono stati esaminati e approfonditi. Molti altri sono scomparsi. Ciò che è rimasto e si è salvato va letto oggi con nuova attenzione. [...] Ma quante sono le anomalie nel caso Moro? Lo è certamente la strage di via Fani. In quella strada, ancora oggi, i conti non tornano. Il conto dei brigatisti in azione. Il conto delle armi usate. Il conto dei proiettili sparati. Così come è un’anomalia il
comportamento del ministro dell’Interno, del Capo del Governo, dei servizi segreti, dei diversi Comitati di crisi creati proprio per salvare Moro e che, invece, alla fine, non lo salveranno. Dai documenti ritrovati emerge il ruolo avuto da alcuni esperti utilizzati come consulenti: un agente della Cia e della P2; un sospetto agente doppio (Kgb e Cia) e un terzo agente americano legato a Kissinger e al Dipartimento di Stato Usa. Ma emerge anche la composizione esoterica di quella congrega di consiglieri, la sua gestione da parte del Ministro dell’epoca, i viaggi negli Stati Uniti dei tre esperti, in pieno sequestro Moro.
Per la prima volta questo libro illustra nei dettagli la matrice e il significato di un’operazione di disinformazione messa in piedi in quei giorni: l’operazione lago della Duchessa. Ma anche lo scopo delittuoso che dietro di essa si celava.
E poi ancora lo zampino del Kgb, con il ruolo svolto da un misterioso sedicente studente sovietico che era riuscito ad arrivare a un passo da Moro nei giorni precedenti il suo rapimento.
E la presenza in Italia, sempre in quei giorni, di una quinta colonna del terrorismo tedesco legata alla Stasi, la polizia politica della Germania dell’Est. Cia, Kgb, Stasi: è evidente che il delitto Moro ha rappresentato una particolare coincidenza di interessi.
Dicevamo di anomalie. Ma non è un termine troppo riduttivo? [...]

da
www.urloweb.com

venerdì 16 aprile 2010

Un artista di nome Marco Bellocchio: Buongiorno, notte

di Costanza Ognibeni
www.cineforme.it

Suonano a morto le campane dell’inno che negli anni 70 accompagnava le azioni dei giovani anarchici che si ribellavano al potere costituito. La canzone, presa da una poesia scritta da un soldato della Resistenza direttamente dal carcere di Fossombrone, nel 1967, riecheggia nella mente del curioso spettatore che si presta per la prima volta ad assistere alla proiezione del lungometraggio che l’“artista” scrisse e produsse nel 2003. Storie di rivoluzione, storie di lotta clandestina. Storie di rivolta senza identità. Il Galeone è il sottofondo che accompagna la vicenda di Chiara nell’era degli anni di piombo. Chiara, 23 anni. Bibliotecaria al ministero, di giorno: sguardo spento, abiti austeri. E nessuna luce negli occhi.

Chiara, 23 anni. Brigatista, di notte: ribelle, contestatrice, sovversiva. Vive con Ernesto, con Primo e con Mariano, compagni di lotta. Insieme, combattono per la libertà del popolo. Insieme, lottano per l’abbattimento di un potere che si è sedimentato nel loro paese, ma ancor di più nella loro mente. Ma anche il Dottor Jekyll aveva provato a uccidere Mister Hyde, poiché non sopportava quella bestia che si era impossessata del suo corpo. Ucciderlo materialmente, tuttavia, era anche suicidio.

Distruzione. Questa l’unica chiave che i quattro brigatisti vedono come possibilità di aprire la porta dietro la quale si cela la libertà. O così credono. Solo la storia ci insegna che dietro quella porta, in realtà, si celava il suicidio. Distruzione di ciò che opprime. Distruzione di ciò che fa ammalare. Distruzione di ciò che toglie la libertà. Ma anche del Dottor Jekyll, morto Mr. Hyde, non si seppe più nulla.

Tesi, antitesi, sintesi. Timida, la voce dello scrittore del Manifesto si affaccia di tanto in tanto tra un fotogramma e l’altro. Ora nei gesti del soldato brigatista, ora negli occhi di Chiara, ora nei suoi sogni. Annullare la realtà e poi ricrearne una nuova. E Chiara sogna una panchina abbandonata al gelo della neve. Perché, in fondo, Chiara lo sa: dopo l’annullamento è impossibile qualunque forma di creatività.

A meno che, per puro caso, non si abbia la fortuna di vedere un neonato introdotto nel proprio appartamento. Un neonato con cui solo Chiara riesce a relazionarsi, anche se per poco, poiché i suoi compagni non si rendono nemmeno conto della sua presenza, troppo presi a sequestrare il leader dei Democratici Cristiani con il fine di ucciderlo: questo è ciò che vuole la lotta di classe, per far sì che «la classe operaia arrivi a dirigere tutto».

A meno che, per puro caso, non si abbia la fortuna di incontrare un giovane sceneggiatore, possibilmente innamorato: Chiara conosce Enzo, un ragazzo come tanti, appassionato di scrittura, di poesia, di narrativa. E di tutto ciò che è bello. Enzo ha scritto una sceneggiatura. Si intitola “Buongiorno, notte”, come la poesia di Emily Dickinson. Quella in cui l’autrice, rifiutata dal Giorno che tanto amava, saluta la Mezzanotte. Anche Enzo saluta la sua, di Mezzanotte. E lo fa raccontando di una giovane brigatista che un giorno, insieme alla sua squadra di guerriglieri, rapisce Aldo Moro. Ma poi se ne pente. Ma, forse, è troppo tardi. O forse no.

Il giovane sceneggiatore parla d’immaginazione, di rivoluzione, quella vera. Parla di una rivoluzione reale, possibile solo attraverso la fantasia, attraverso il pensiero creativo. Disprezza, Enzo, i brigatisti. Non perché sia d’accordo con il potere costituito, non perché sia dalla parte dei conservatori o, peggio, dei democristiani. Enzo è contrario perché riesce a leggere la vera pazzia che alberga nelle menti di quanti, giorno dopo giorno, consumano la loro vita dietro inutili rituali quotidiani conditi dal sapore sciapo della routine, senza coltivare sogni, ambizioni. Senza immaginare, senza cercare quella spezia che potrebbe rappresentare il giusto condimento della loro esistenza. Diversa per ognuno. Perché diverse le identità. Impetuosi, i numerosi ribelli non si rendono conto di essere, in realtà, le vere pedine nelle mani del potere: marionette che eseguono movimenti dettati da un burattinaio che, quotidianamente, decide come devono vivere. E come devono morire.

«…C’è gente che…fanno ogni giorno la stessa cosa; poi di colpo vogliono tagliare per i campi e cambiare il mondo con un colpo di pistola. E non si accorgono che la loro vita, quella di tutti i giorni, è lo zero assoluto. Ho letto su un giornale che un brigatista, tra un omicidio e l’altro, leggeva Tex Willer e si masturbava con le riviste porno…dissociazione pura».

Chiara è affascinata da Enzo. E non vuole più uccidere Aldo Moro. E comincia a immaginare, a pensare, a sognare. Sogna di poterlo liberare, sogna di averlo seduto lì, vicino a lei, a leggerle il libro con le lettere dei condannati della resistenza Europea ai loro cari. E si ribella. I compagni brigatisti, invece, continuano a volerlo uccidere. Non perché ce l’abbiano con lui in particolare, con la sua specifica persona. L’odio non è verso Aldo Moro, ma verso il rappresentante di un potere che va annientato. Aldo Moro, in quanto persona, non esiste. Le sue parole, la sua paura di fronte alla morte, le lettere che invia ai suoi cari. Aldo Moro non c’è. Pura astrazione, quella del brigatista che, perso il rapporto con suo figlio, decide di condannarlo.

«Questa è una prova per noi che non ci devono essere limiti umanitari nella guerra rivoluzionaria. Non esiste un’azione che non si possa fare; per la vittoria del proletariato è lecito uccidere anche la propria madre. Quello che oggi sembra inconcepibile, assurdo, disumano, in realtà è un atto eroico di annullamento supremo della nostra realtà soggettiva: il massimo dell’umanità! (…)»

Ernesto, Primo, Mariano e Chiara. Tutti d’accordo sul rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. Poi, Chiara si ricrede: dopo aver conosciuto un giovane scrittore, dopo aver accudito, per sbaglio, un bimbo appena nato.

Poi anche Ernesto, dopo aver realizzato che essere un brigatista significa non potersi rapportare con la propria donna. O uccidi, o fai l’amore. Le due realtà non possono convivere. Parallele, queste rette sono destinate a non incontrasi mai, nemmeno in un punto infinito, poiché, Ernesto lo sa, esser brigatista vuol dire rinunciare a sognare. E senza sogni, la sua Giulia non può esistere a fianco a lui. Poesia, non storia, quella che l’artista narra scrivendo le pagine della sua sceneggiatura e traducendole poi in immagini, accompagnate, di volta in volta, da una coinvolgente colonna sonora che quasi trasforma le impeccabili performance dei singoli attori in veri e propri balletti, in cui ognuno, come da copione, conserva un proprio ruolo. Chi è la vittima, chi il carnefice, nei 105 minuti di questa teatrale rappresentazione cinematografica? Forse, invece di cercare un’immediata risposta, occorre sospendere il giudizio e guardare: Aldo Moro è perdente nei confronti dei brigatisti; i brigatisti sono perdenti nei confronti della storia.

La rabbia la vera protagonista del racconto. Il vero burattinaio che, ancora una volta, toglie dagli occhi quella luce che permette di guardare oltre. La rabbia che rende ciechi, svuotando del loro significato tutti i segni che la realtà propone e li rende astratti. E allora, un uomo non è più un uomo, ma un partito, un potere, e va pertanto abbattuto. Un ragazzo non è un ragazzo, ma un soldato che deve lottare. Chiara non è una donna, non ha un uomo e non ha un bambino. Chiara è un’organizzazione, un gruppo armato. Ma, forse, è proprio quel cominciare a volersi riconoscere come donna la chiave che la salverà dalla pazzia dell’omicidio.

…Su schiavi all'armi all'armi!
L'onda gorgoglia e sale
tuoni baleni e fulmini
sul galeon fatale.Su schiavi all'armi all'armi!
Pugnam col braccio forte!
Giuriam giuriam giustizia!
O libertà o morte!
Giuriam giuriam giustizia!
O libertà o morte!