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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

venerdì 29 ottobre 2010

Magliana, la “cronaca criminale” e gli intrecci con i grandi misteri italiani

Quanto il neocapitalismo così caro a Pasolini abbia cambiato l’antropologia anche del crimine, lo si capisce dalle pagine di “Cronaca criminale-la storia definitiva della banda della Magliana” (Baldini Castoldi Dalai). L’autore, Pino Nicotri, per anni giornalista de ”L’Espresso”, racconta, con dovizia di particolari, gli intrecci misteriosi e l’evoluzione di questa Banda che ha segnato la cronaca nera per tanti anni. I ragazzi di vita che si incontrarono 12 giorni dopo il rapimento di Moro, il 4 marzo del 1978 alla stazione della Magliana provengono dal Trullo, da Testaccio, da Trastevere, in una Italia senza più risorse politiche, macchiata dagli omicidi di Pecorelli, Giorgio Ambrosoli e Michele Sindona.

Un luogo, un destino: i figli di una Mamma Roma “ senza più dignità e pietà” cercano il riscatto sociale nel crimine. Dediti a piccoli furti, con il rapimento del gioielliere Giansanti i ragazzi di vita, capeggiati da Giusepucci, “che solo a vederlo mette paura”, diventano “una struttura sociale di mutuo soccorso”, scrive l’autore. La loro storia si intreccia con i Nar della Mambro e Fioravanti. E poi ci sono le cene al “Fungo” e “Changrillà” con esponenti della mafia e della ‘ndrangheta calabrese. L’escalation della banda è fulminea. E dopo una lunga serie di regolamenti interni, arriva nel salotto buono della finanza italiana con il colpo di pistola alla gamba di Rosone, uomo del banco Ambrosiano. Ne è autore Danilo Abbruciati. Tre giorni prima di uscire dal carcere riceve la visita di Paoletti del Sisde e di Virgili, del sismi e del Sisde. Dopo gli anni ’80 in cui il gruppo del Testaccio e quello della Magliana si contendono il traffico di droga nella Capitale, arrivano i primi pentiti e il declino progressivo degli ex- ragazzi di vita. Ma l’ombra della banda si allunga anche sul caso Moro. Il comunicato n.7 del leader democristiano, osteggiato da Kissinger, sarebbe frutto di un accordo tra Steve Pieczenick, dell’unità di crisi di cui fa parte anche Cossiga contro l’eversione rossa, e un certo Chicchiarelli, falsario e rapinatore. Le indagini dopo la sua morte mettono in evidenza rapporti con servizi segreti, malavita romana e ambienti di estrema destra. E che dire, ci ricorda Nicotri, delle bufale sparate da “Chi l’ha visto?” sull’onda delle contraddittorie confessioni di Sabrina Minardi? Le propaggini della Magliana si addentrano ovunque la matassa intrecciata dei misteri d’Italia suscita domande senza risposta. Non a caso, Nicotri dedica il libro a Carlo Rivolta, Edoardo Agnelli a a tutti gli sconosciuti con la scimmia sulla schiena che non ce l’hanno fatta. “Ad Aldo Moro e a Emanuela Orlandi, traditi e venduti da tutti”.

Stefania Pavone
www.ilfattoquotidiano.it

mercoledì 27 ottobre 2010

L'ULTIMO DISCORSO DI MORO - di Lucio D'Ubaldo

Un testo oramai classico. Più volte esaminato e commentato, il discorso ai gruppi parlamentari - l’ultimo prima del rapimento e l’uccisione – è il testamento da cui ricavare il carattere quasi profetico, nonché tutte le qualità e tutte le ambizioni dell’esperienza politica di Aldo Moro. Un discorso che richiede tuttavia lo sforzo di rivivere le asperità di un tempo consumatosi brevemente nella ricerca di uno spazio di collaborazione tra le grandi forze popolari del Paese. Di fronte ai rischi di una crisi irreversibile, resa più acuta dalla minaccia quotidiana del terrorismo, spettava all’uomo più influente della Democrazia cristiana il compito di delineare le potenzialità e i limiti di un’intesa politica con il Partito comunista.

Solo la consapevolezza della gravità di quel momento storico aiuta quindi a capire, a distanza di molti anni, la complessità e il vigore dell’intervento di Moro. Qual era il problema? Dopo le elezioni del ’76 si era riusciti a trovare un accordo faticoso su un monocolore democristiano, guidato da Giulio Andreotti, che in Parlamento aveva ricevuto la cosiddetta “non sfiducia” da parte di una vasta rappresentanza parlamentare, ivi compreso il Pci. Ora, dopo diciotto mesi, quell’intesa mostrava la corda. All’ordine del giorno finiva per essere inserita pertanto la richiesta di un ulteriore passo in avanti, con il superamento della preclusione a sinistra e l’ingresso dei comunisti al governo. A spingere in questa direzione erano gli stessi socialisti, perché la nuova segreteria Craxi ancora non aveva preso in considerazione l’abbandono della linea pregiudizialmente unitaria su cui, per altro, era naufragata la politica degli “equilibri più avanzati” di De Martino.

Il 16 gennaio 1978 il Presidente del Consiglio rassegnava le dimissioni. Di lì a poco, nel comitato centrale del 26-28 gennaio, il Pci dichiarava che ormai non poteva più reggere il “quadro entro il quale si era svolta la vita politica italiana durante trenta anni”. E Berlinguer, incalzando duramente il partito di maggioranza relativa, era persino arrivato a dire nella sua relazione che “nel caso di un aggravamento della crisi governativa…[era giusto] avanzare […] l’idea che il partito democristiano non si oppon[esse]” alla costituzione di “un governo per iniziativa dei partiti che hanno chiesto un cambiamento del quadro politico”.

L’ipotesi dunque che la Dc rimanesse isolata, perdendo la propria centralità e finendo all’opposizione, non era affatto un’astrazione.
L’onda lunga del ’68 e il referendum sul divorzio del ’74 avevano logorato l’egemonia democristiana. Per contro, ampi settori del ceto medio e parte della borghesia laica sentivano l’attrazione verso la nuova politica del “compromesso storico”, simbolo della volontà del gruppo dirigente berlingueriano di portare alle estreme conseguenze la scelta irreversibile in favore della democrazia come terreno ordinario di confronto per l’azione stessa del movimento operaio. Anche sul piano delle relazioni internazionali il vecchio neutralismo di stampo togliattiano cedeva il passo a una sorprendente e coraggiosa accettazione dell’Alleanza atlantica, sotto il cui ombrello protettivo il Pci sentiva di poter incarnare in Italia la funzione di plausibile alternativa democratica.
Date queste novità, la pregiudiziale anticomunista sembrava sul punto di cedere.

Moro si presenta, in quel contesto, come il leader dell’autocritica severa e insieme del grande orgoglio democristiano: vale a dire, solo tenendo unite le due istanze concepisce e descrive il futuro di un partito ancora forte e ancora centrale per gli equilibri politici del Paese. Impresa difficile, resa ancora più difficile dalla cruda realtà dei rapporti di forza. Quando nel ’69 aveva rotto con la maggioranza dorotea, Moro sapeva di misurarsi con un partito in apparenza florido e sicuro di poter gestire a lungo il potere. Ben altra era adesso la situazione, avendo le elezioni del ’76 portato alla ribalta due vincitori: la Dc e il Pci. Ed egli teneva a precisare, proprio nel suo ultimo discorso, che due vincitori in una elezione creano sempre un problema.

Allora la missione era chiara e ciò nondimeno insidiosa. Certamente per Moro la crisi andava risolta, perché al Paese bisognava pur dare un nuovo governo che grazie al contributo formale ed esplicito del Partito comunista potesse godere di maggiore stabilità e capacità operativa. Tuttavia, mentre Andreotti e Zaccagnini manifestavano qualche margine di disponibilità, il presidente della Dc esprimeva apertamente le sue riserve sull’ingresso dei comunisti nell’esecutivo.
Si trattava perciò d’individuare il sentiero stretto attraverso il quale proseguire, anche se con gradualità, su quella linea del confronto che nella visione morotea avrebbe dovuto portare a un ulteriore sviluppo della democrazia italiana, legittimando il Pci come forza di governo.

Tutto ciò non incrinando l’unità della Dc, unico vero dogma inespugnabile della strategia morotea. Senza questa certezza, non era immaginabile la tenuta dell’equilibrio politico.
E senza questo equilibrio, il Paese sarebbe piombato fatalmente nell’anarchia e nella violenza. Occorreva uno sforzo straordinario a cui doveva corrispondere, sul piano delle formule di governo e delle relazioni parlamentari, una estrema flessibilità. Quella stessa, dice Moro, che nel corso di vari decenni aveva garantito alla Dc di presentarsi al Paese nella sua permanente funzione di baricentro della vita politica nazionale.

Sullo sfondo rimanevano le elezioni. Ai settori più moderati del partito Moro lascia intendere che non esclude a priori questa eventualità, benché ne veda i contorni rischiosi e l’esito niente affatto scontato. Ciò che comunque rifiuta, fermamente, è un passaggio elettorale come segno d’impotenza e d’irresponsabilità. Invece la Dc era chiamata ad esercitare, al cospetto di una pubblica opinione smarrita e preoccupata, il massimo della sua responsabilità in quanto elemento decisivo ed aggregante del sistema democratico. E qui poteva riscoprirsi, per effetto di una prova di saggezza e di coraggio, il nucleo vitale di una nuova centralità politica, tutta da guadagnare sul campo e in piena sintonia con le grandi emergenze del Paese.
In questo senso, conclude Moro, il “futuro è ancora nelle nostre mani”.

Entro tale cornice prendeva corpo l’intesa per un nuovo governo Andreotti. La linea di Moro passava a maggioranza, non senza resistenze palesi ed occulte. L’8 Marzo un vertice dei cinque partiti (Dc-Pci-Psi-Psdi-Pri) approvava le linee programmatiche e tre giorni dopo Andreotti presentava al Quirinale la lista dei ministri. Ad una settimana dalla strage di Via Fani, la tensione rimaneva comunque alta: ai comunisti suonava infatti come una beffa la riproposizione di un monocolore a guida andreottiana privo di tecnici o personalità indipendenti. Nessuna novità saliente, dunque, come se l’allargamento della maggioranza parlamentare non dovesse produrre effetti sulla compagine governativa.

Nonostante la fiducia nei confronti di Moro, alle Botteghe Oscure montava l’irritazione per un epilogo così arido e deludente. Qualcuno, retrospettivamente, ha adombrato il dubbio che il Pci avesse maturato in quei giorni il convincimento di votare contro il governo. Sebbene a smentirlo abbiano provveduto in molti, è impossibile confutare lo stato di agitazione e sbandamento in cui Berlinguer fu allora obbligato a muoversi. Non a caso Gerardo Chiaromonte ha riportato, quasi dieci anni dopo, una voce secondo la quale Moro avrebbe imposto quel tipo di struttura ministeriale con l’obiettivo di costringere il Pci a negare la fiducia, provocare quindi lo scioglimento delle camere e, solo dopo un nuovo passaggio elettorale, ipotizzare di riprendere la politica della solidarietà nazionale. Il fuoco brigatista avrebbe invece cancellato tutto: di colpo speranze, timori e sospetti perdevano ogni valore sotto la cappa di un attacco allo Stato, sferrato con inusitata potenza geometrica.

In ultimo, urge una domanda. Perché il discorso di Moro, stando al giudizio di Pio Marconi, merita di entrare in un’antologia di testi scolastici e negli studi di scienza della politica? Rileggendolo o ascoltandone la registrazione, si prova un qualche disagio per un’impostazione retorica che stride con la sensibilità e il ritmo derivanti dalla logica odierna degli spot televisivi.
Quanta distanza tra ieri e oggi, anche se Moro non parla nell’Ottocento! Dopo trent’anni, vale a dire nello spazio di una generazione appena, si deve cogliere un mutamento radicale nella forma comunicativa e nella struttura significante della messaggio politico. Nessuno è più in grado, probabilmente, di seguire e apprezzare la complessa macchina argomentativa del discorso di Moro.

Eppure quel modo di procedere spiegare e costruire, ovvero quella lucidità nel dominio della materia bruta di fatti e problemi, quasi fossero parti necessarie di un ordinamento inevitabile, e ancora quel controllo severo dei rapporti di forza e delle spinte oggettive, su cui bisogna applicare con intelligenza la forza del disegno politico; ecco, tutto questo s’incarica di trasmettere a chi si accosta alle ultime riflessioni di Moro un senso d’inconscia ammirazione. I problemi di oggi sono radicalmente diversi.
Non ci sono più i partiti ideologici, nati dalla Resistenza antifascista, né sussiste più la lotta politica che li ha generati e sostenuti nel corso della Guerra Fredda. Potremmo archiviare questo passato, compreso Moro.
Perché non lo facciamo?
Perché di Moro ci rimane la suggestione di un pensiero politico che interviene negli interstizi della storia di questo Paese, ne analizza le tendenze di fondo, i vizi e le generosità, gli slanci e le resistenze. Perché quel pensiero è in grado di elaborare una prospettiva nuova e ci regala, ancora oggi, una lezione di realismo e al tempo stesso di creatività. Perché, in ultimo, dietro la facciata delle cose legate a una precisa stagione politica c’è tutta intera la passione che serve, anche cambiando le coordinate, a organizzare un processo politico nuovo.
Intendiamoci, non è solo questione di metodologia.

Ci vuole molto di più che non la fredda elaborazione di procedure logiche per arrivare a dire che “il futuro è ancora nelle nostre mani”. Soprattutto, avendolo detto, ci vuole capacità di persuasione per fare in modo che l’affermazione - ardita anche per noi, cristiani non più democristiani - penetri nella coscienza e nei sentimenti degli interlocutori.
Una capacità ben presente in Moro, segno tangibile di energia morale e determinazione politica.

Le Sorgenti
(Giugno 2007)

lunedì 25 ottobre 2010

Torna libero il br Senzani

Torna libero, dopo 23 anni di carcere per estinzione di pena, il leader delle Br Giovanni Senzani. Con Mario Moretti guidò il gruppo terroristico dopo il sequestro Moro.

Scarcerato il brigatista Scarcerato già all’inizio dell’anno, la notizia è trapelata soltanto oggi. Senzani godeva da tempo del regime di libertà condizionale. "I giudici che m’hanno esaminato negli ultimi dieci anni hanno potuto constatare che sono una persona cambiata e infatti hanno sentenziato l’estinzione della pena - racconta il brigatista alla Repubblica - ho riconosciuto i miei errori davanti al tribunale di sorveglianza. Ora sono un uomo libero. La politica del resto l’ho abbandonata da un pezzo, ma non le mie idee di sinistra".

La militanza nelle Br Dopo gli studi a Berkeley, Senzani era diventato un criminologo di talento che insegnava nelle università di Firenze e Siena. A metà degli anni Settanta s’era accostato alle Br, nella cui sezione genovese militava suo cognato Enrico Fenzi. Senzani, gestì il sequestro di Ciro Cirillo ed ebbe l’ergastolo per l’uccisione di Roberto Peci, trucidato il 3 agosto 1981 in un casolare sull’Appia dopo un sequestro durato 53 giorni. Aveva la sola colpa di essere il fratello del primo pentito delle Br, Patrizio. Senzani, non si è mai pentito, né dissociato.

Il legale: "Ha scontato la pena" "Ha scontato la sua pena", commenta Bonifacio Giudiceandrea, avvocato difensore di Senzani raggiunto telefonicamente dall’Agi. "La libertà condizionale è terminata nell’ottobre del 2009 - spiega il legale del brigatista - dopo l’esaminazione della pratica in camera di consiglio dal febbraio di quest’anno è un uomo libero". Senzani ha trascorso gli ultimi quattro anni a Firenze dove tuttora vive. Senzani, che oggi ha 68 anni, non si è mai pentito e in merito alle polemiche suscitate da parenti e da varie associazioni per aver svolto lavori per la regione Toscana l’avvocato si è limitato a dire: "Facile dire oggi mi pento". Si è limitato a dire che tornando indietro non lo rifarebbe.

Fonte
www.ilgiornale.it

mercoledì 13 ottobre 2010

Per la prima volta, 40 anni fa, comparve la sigla Brigate Rosse

«Il padrone non rinuncerà a seminare il terrore per fiaccare la nostra volontà di lotta, per dividerci (i padroni “illuminati” non per questo sono meno feroci) e per fare questo si servirà di capi e capetti spie mostri e ruffiani. Inutile spendere troppe parole, meglio dire subito che chi interviene o si adopera contro la lotta e gli interessi dei lavoratori è un nostro nemico e come tale va colpito». Era il 28 ottobre 1970, 40 anni fa esatti, quando quel giornale-tazebao apparve per la prima volta incollato ai muri di molte fabbriche milanesi. Sinistra proletaria era il nome della testata. Allora non diceva nulla neppure ai militanti dei gruppi rivoluzionari che stavano sbocciando dal fuoco del Sessantotto. Nessuno immaginava che dietro quella sigla si nascondesse una neonata organizzazione clandestina destinata di lì a poco a diventare tristemente famosa, le Brigate rosse, con la loro stella a cinque punte. Quel giorno iniziò ufficialmente una storia che avrebbe segnato tragicamente la nostra vita per diversi decenni. Con tanti morti e feriti, lutti e dolori, senza contare il danno politico, economico e psicologico inflitto al Paese. E che purtroppo non sembra ancora essersi chiusa. Rileggendo quelle frasi di 40 anni fa non può certo sfuggire la loro impressionante somiglianza con gli attuali proclami, per esempio, contro il giuslavorista Pietro Ichino o il segretario della Cisl Raffaele Bonanni.

In realtà, era cominciato tutto poco più di due mesi prima, in un ristorante-albergo di Costaferrata, sulle colline emiliane. Lì, nell’agosto del 1970, una trentina di giovani che avevano abbandonato il Pci di Reggio Emilia, dopo una breve parentesi nella comune rivoluzionaria dell’Appartamento, si riunirono a convegno con alcuni loro compagni di Trento e Milano per decidere il passaggio dalle «parole ai fatti», cioè alla clandestinità e alla lotta armata. Durò quasi una settimana, quella riunione. E agli abitanti del piccolo centro era sembrato un normale e pacifico congresso studentesco.

A loro, non certo al Pci, a cui non erano sfuggiti i movimenti dei suoi ex iscritti e aveva inviato sul posto un paio di uomini della sua intelligence, i quali riferirono poi parola per parola tutto quello che si era detto e deciso. E neppure alla polizia, che, concluso il convegno, mandò due suoi agenti a chiedere ai ristoratori (zii del futuro brigatista Tonino Loris Paroli) l’elenco completo dei partecipanti. Sapevano di Renato Curcio e Alberto Franceschini, di Corrado Simioni e Prospero Gallinari, di Mara Cagol e Lauro Azzolini… Insomma, Pci e ministero dell’Interno avevano avuto in tempo reale l’organigramma delle Brigate rosse. E chissà perché l’uno negò per almeno sette anni la matrice di sinistra dell’organizzazione terroristica (ammise ufficialmente che le Br erano «rosse» solo nel 1977); e l’altro «lasciò fare» sino al sequestro e all’assassinio di Aldo Moro (marzo-maggio 1978).

Ma questa è materia da demandare semmai agli storici, sempre che abbiano davvero voglia di cimentarsi con l’argomento, magari in un futuro. Nel frattempo, però, conviene almeno chiedersi perché il terrorismo politico in Italia abbia una longevità non riscontrabile in altri paesi europei (Irlanda del Nord e Spagna escluse) e se esistano aspetti della sua storia ancora da illuminare.

«Il fenomeno si è riprodotto continuamente nel corso dei decenni» osserva Giovanni Pellegrino, che ne ha a lungo indagato le cause alla guida di una commissione parlamentare. In effetti, se si esamina la parabola brigatista, si può notare che dal 1978 in poi, cioè dall’anno in cui le Br raggiunsero l’apice della loro popolarità con il sequestro Moro, nonostante i durissimi colpi subiti da parte dello Stato sono sempre risorte dalle proprie ceneri. E anche dopo lunghi periodi di silenzio all’improvviso sono tornate a colpire. O comunque si sono riorganizzate. Basti pensare che gli ultimi arresti risalgono a qualche mese fa. «La verità» spiega Pellegrino «è che non si è saputo davvero fare i conti con quella esperienza».

Almeno da due punti di vista: «Troppo semplicisticamente si è descritto il fenomeno in termini di pura criminalità, negandone un carattere politico-ideologico ed estraendolo dalla storia del Paese. E per questa stessa ragione non sono mai emerse aree di contiguità e quindi il terreno non è mai stato del tutto bonificato».

Aree della contiguità: cioè zone della politica, del sindacato e della cultura in cui le Br hanno sempre goduto di una forte simpatia, molto spesso anche militante. Il tema, da sempre uno dei cavalli di battaglia di Pellegrino, è ritornato prepotentemente d’attualità proprio nelle ultime settimane grazie a due libri che portano la firma di due magistrati da sempre impegnati in prima linea contro il terrorismo: il giudice romano Rosario Priore, con il suo Intrigo internazionale, e il procuratore generale della Repubblica di Venezia Pietro Calogero, conTerrore rosso , dall’Autonomia al partito armato.

Quest’ultimo, già nel 1979, quand’era alla procura di Padova, con la sua inchiesta passata alla storia con il nome «7 aprile», toccò un nervo scoperto: il rapporto fra i dirigenti storici di Potere operaio (e poi Autonomia), Toni Negri in testa, e le Br. Quello stesso Negri che ancora oggi incita alla rivolta parlando nei centri sociali e perfino nei salotti televisivi. Secondo la tesi investigativa, esistevano legami talmente stretti fra gli uni e le altre che addirittura si poteva individuare nella leadership autonoma il «cervello politico-intellettuale» dell’organizzazione militare brigatista. Questo ruolo, secondo Calogero, Negri e gli altri lo avrebbero svolto a Parigi, all’ombra di un istituto di lingue chiamato Hyperion, fondato nel 1974 da Corrado Simioni, uno dei partecipanti al convegno di Costaferrata. Ma la sua inchiesta naufragò: sabotato da insistenti campagne di stampa condotte da intellettuali di sinistra, gli inquirenti francesi, che avevano inizialmente promesso collaborazione, all’improvviso riabbassarono le saracinesche e il magistrato padovano non riuscì ad avere gli elementi che avrebbero provato le sue accuse.

Ora Calogero torna alla carica, rivendicando la giustezza della sua intuizione: «Tra Autonomia operaia e Brigate rosse c’era un’alleanza per un progetto comune, l’insurrezione armata contro lo Stato (o la “guerra civile di lunga durata”, secondo la terminologia di Negri), e per la realizzazione di questo progetto ciascuna organizzazione agiva con mezzi, forze e tattiche propri».

A dargli ragione sono altri due magistrati, Priore e il giudice veneziano Carlo Mastelloni, anch’essi impegnati per molti anni in inchieste di terrorismo e che, come Calogero, seguendo gli stessi fili, erano giunti alla stessa conclusione: Parigi e il legame che lì si era saldato fra Autonomia e Br. «I rapporti tra le due organizzazioni erano infiniti» conferma il magistrato romano. «C’erano casi addirittura di doppia militanza. L’esempio di Bruno Seghetti valga per tutti: era già un brigatista di spicco quando nel 1977, da leader autonomo, guidò il famoso assalto al palco dal quale parlava il leader Cgil Luciano Lama, all’Università di Roma». L’idea di un partito armato, dagli insurrezionalisti del Pci sino alle Brigate rosse, passando per i gruppi della sinistra extraparlamentare, era già dell’editore-guerrigliero Giangiacomo Feltrinelli e del suo sodale di allora, Negri. «Quando il primo morì a Segrate, nel 1972, quello stesso disegno lo ereditarono Autonomia e Simioni e si realizzò proprio all’ombra di Hyperion» aggiunge Priore.

Era dunque l’Hyperion, la famigerata scuola di lingue di Simioni a lungo protetta da un personaggio come l’Abbé Pierre, il «cervello politico» delle Br? Anche Mastelloni sembra non avere dubbi: «Quello che non è emerso sul piano giudiziario è il livello dei mandanti, dei meccanismi superiori che hanno alimentato il fenomeno del terrorismo. Hyperion era una struttura molto “intellettualizzata”, in grado di sfuggire alla capacità di comprensione dei carabinieri, della polizia e dei nostri stessi servizi, che all’epoca non avevano strumenti culturali adeguati».

Eppure, col passare degli anni, man mano che giornalisti e ricercatori accumulavano nuove e sempre più preziose informazioni, l’incredibile triangolo Parigi-Autonomia-Br ha continuato a essere protetto da un alone di indicibilità da parte di intellettuali, politici e persino giornalisti. L’accusa di dietrologia è piovuta inesorabilmente contro chiunque provasse a toccare quel filo, anche in presenza di inequivocabili indizi e testimonianze. Perché quel muro resta ancora oggi invalicabile?

Una possibile risposta è rintracciabile nelle audizioni parlamentari del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che dopo l’assassinio di Moro tornò alla guida dei nuclei antiterrorismo. Racconta Pellegrino: «Dalla Chiesa fece capire chiaramente che per disarticolare la rete logistico-militare delle Br utilizzò ambienti politico-intellettuali dell’area della contiguità. E in cambio delle informazioni ricevute si dovette pagare un prezzo di impunità». Grazie o a causa (a seconda dei punti di vista) di quel «patto del silenzio» si è dovuto «circoscrivere l’area della verità giudiziaria alle Br militari, lasciando fuori le fasce politico-intellettuali che le fiancheggiarono o le diressero» osserva Priore.

Si spiega così pure la ragione per la quale diversi magistrati un tempo impegnati sul fronte antiterrorismo oggi continuano ad affannarsi a spiegare che non c’è più niente da sapere, con ambienti giornalistici e intellettuali a far loro da grancassa? Altro tema da affidare agli storici. Ma intanto, riprendendo un concetto di Pellegrino, il terreno non è stato del tutto bonificato, la radice non è stata estirpata e il fenomeno tende a riprodursi. Quante analogie tra la cronaca di questi ultimi mesi e settimane e la situazione degli anni Settanta, con vecchi e nuovi cattivi maestri che continuano imperterriti a lanciare inviti alla rivolta e a impartire lezioni di «violenza antagonistica». È mutato il contesto storicopolitico, certo. «Ma questo non significa che non ci siano più le condizioni per un ritorno alla violenza: la patologia può riesplodere perché non è stata curata culturalmente» spiega Mastelloni.

Non si sono creati gli anticorpi. E le aree del disagio giovanile e di sofferenza sociale sono più che mai possibili prede di progetti violenti. Fotografa Guido Salvini, altro magistrato per anni impegnato a Milano sul fronte dell’eversione interna e internazionale: «Dal punto di vista sociale, l’evoluzione delle Br riflette quella del mercato del lavoro. Le biografie dei nuovi brigatisti ci parlano spesso di impiegati delle poste, infermieri, distributori di riviste, informatici… Cioè tutte le categorie di lavoratori precarie e frammentate di oggi. Questo significa che la proposta terroristica preme soprattutto sulle fasce con minori garanzie e più esposte alla logica del mercato, ove c’è incertezza e frustrazione. Il terrorista non è più l’operaio massa che viene dalle grandi fabbriche, ma è il brigatista del call center». E aggiunge, lui che ha lavorato proprio su quest’ultimo filone del terrorismo interno: «Attenzione, c’è spazio, ci sono condizioni per una nuova ondata di violenza. Perché i brigatisti hanno goduto di aree di solidarietà vaste, in cui possono riprodursi. Anche di recente ci sono state manifestazioni tutt’altro che simboliche di appoggio ai terroristi arrestati. La solidarietà è stata vissuta e visibile».

I cortei sotto le carceri per chiedere la liberazione dei neobrigatisti detenuti, la raccolta di fondi, le campagne di sostegno legale sono tutti episodi preoccupanti. Anche perché vanno ad aggiungersi ai tanti altri segnali che la cronaca più recente ha prodotto: dalle contestazioni violente alla festa del Pd a Torino e in altre città ai proiettili inviati con una lettera di minacce a Luciano Violante, sino all’episodio (certo ancora da chiarire per alcuni aspetti) che ha avuto per protagonista il direttore di Libero Maurizio Belpietro. Troppi per non vedere: sottovalutare o fare finta di nulla sarebbe davvero imperdonabile.

di Giovanni Fasanella
http://blog.panorama.it