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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

giovedì 29 dicembre 2011

Mori: «Il blitz di via Montenevoso e il giallo del memoriale di Moro»

In un'intervista a Tempi, il generale Mario Mori racconta il blitz di Montenevoso e il giallo del famoso "memoriale Moro".

Generale Mori, parliamo degli inizi della sua carriera. 16 marzo 1978. è il giorno in cui viene rapito Aldo Moro in via Fani a Roma e lo stesso in cui lei arriva a Roma nella sezione Anticrimine guidata dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Cosa ricorda di Dalla Chiesa e dell'attività di contrasto alle Br?

«Ci sarebbero davvero così tante cose da ricordare, anche sul carattere di quest'uomo! Io avevo già lavorato con Dalla Chiesa prima, e proprio quel giorno tornai di nuovo a lavorare con lui, al comando della sezione Anticrimine. Per quanto riguarda il metodo di lavoro, penso che l'episodio significativo che possa sintetizzare tante cose sia il blitz di via Montenevoso a Milano, nell'ottobre del '78, anche se non vi ho partecipato personalmente. Tutto è cominciato davvero per un colpo di fortuna: nella mia carriera ho imparato che anche questa è una componente importante. Il ritrovamento su un autobus di un borsello, che apparteneva al brigatista rosso Lauro Azzolini e che dentro conteneva la chiave di un appartamento. Individuammo una certa zona di Milano e poi provammo la chiave finché non trovammo l'appartamento giusto. Sa quante altre volte negli anni mi è capitato di dover battere interi quartieri, palmo a palmo, per individuare la toppa giusta di una chiave? E tutte le volte, maledicendo dentro di me quella chiave! L'appartamento giusto era quello di via Montenevoso e iniziammo il servizio di osservazione da un palazzo di fronte (l'osservazione, insieme al controllo, al pedinamento e alla conoscenza di tutta la cultura del'"nemico" è stato uno dei punti centrali delle investigazioni di Dalla Chiesa. Nel suo libro, Mori ricorda che il generale Dalla Chiesa, ad esempio, «pretendeva che imparassimo il vocabolario delle Brigate rosse, studiando i loro volantini, perché era convinto che la conoscenza del nemico, della sua mentalità e del suo linguaggio ci avrebbe aiutato a prevenirne le mosse», ndr)».

E poi, cosa successe?
«Scoprimmo che nell'appartamento vivevano altri due brigatisti, Franco Bonisoli e Nadia Mantovani. Non intervenimmo subito perché volevamo vedere se il filo, rappresentato da Azzolini, poteva condurci anche ad altro. E così individuammo altri tre covi delle Br. Poi arrivò l'ordine di irruzione e nel covo di via Montenevoso catturammo i tre terroristi e scoprimmo le famose carte di Moro».

Ma proprio il blitz di via Montenevoso, generale, è un episodio controverso. Nel 1990, infatti, un semplice muratore facendo dei lavori di ristrutturazione nell'appartamento, ritrovò dietro un tramezzo il memoriale completo di Moro. Come avete fatto, voi carabinieri, a farvi sfuggire quello che poi ha ritrovato un muratore?
«La spiegazione è semplice. Quando perquisimmo l'appartamento, battendo sui muri, non sentimmo il rumore di vuoto lì dove c'era il tramezzo, perché i brigatisti lo avevano, furbamente, riempito di materiale pressato, per cui quel buco nella parete risultava "pieno". Fu solo abbattendo interi muri, che poi saltò fuori nel 1990».

Ancora un altro mistero circonda però quell'episodio. Nel 2000, il colonnello Umberto Bonaventura, che aveva coordinato il blitz, dichiara di essersi fatto consegnare le carte di Moro ritrovate dal Capitano Roberto Arlati, che materialmente aveva eseguito l'irruzione, di averle fotocopiate e poi riconsegnate. E nel 2004 Arlati raccontò che invece quando le carte gli vennero riconsegnate dopo le fotocopie, erano meno di quelle uscite dal covo.
«No, non è così. Bonaventura fece fotocopiare il memoriale ritrovato per consegnarlo immediatamente a Dalla Chiesa, che a sua volta lo consegnò al Ministero dell'Interno. Ma non abbiamo fatto sparire nulla. Rifletta: se avessimo voluto occultare qualcosa, quando poi ci fu il ritrovamento del 1990, sarebbe venuti fuori quali erano i passaggi scottanti del memoriale nascosto, no? E invece quel memoriale integrale non conteneva ulteriori passaggi scottanti. Nessuna censura».

www.tempi.it

domenica 20 novembre 2011

DC: RICCARDI, PRESERVARNE L'ANIMA E IL PATRIMONIO IDEALE

La storia della Dc e' la storia di molti ''volti'' della societa' italiana del '900. Una storia legata nel suo evolversi alla chiesa e al mondo cattolico che indubbiamente ha segnato, nel bene e nel male, la crescita dell'Italia, sconomicamente, politicamente e socialmente, ma che nella sua forma e struttura e' storia passata, legata appunto al secolo scorso. Ma tutto e' passato? Tutto e' alle nostre spalle? Ormai inattuale? Sono questi gli interrogativi di fondo della relazione ''La Dc, la Chiesa e il mondo cattolico'' svolta stamane alla mostra ''Democrazia cristiana per l'Italia unita'' allestita al Tempio di Adriano (Piazza di Pietra a Roma) dal neoministro Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunita' di Sant'Egidio.

E la risposta di Riccardi che ovviamente storicizza l'esperienza democristiana, e' che non tutto e' relegabile al secolo trascorso: Quello che e' importante e' preservare l'anima, il patrimonio ideale della Democrazia Cristiana. Per questo io apprezzo tutti e dico a tutti: stiamo vicini''.

Riccardi, che ha tratteggiato i momenti salienti della storia della Dc, e del suo legame essenziale e irrinnciabile col mondo cattolico, ha focalizzato l'attenzione sull'opera di elevazione culturale e politica dei cattolici italiani da parte della Dc e in particolare grazie all'impostazione di laicita' e di autonomia (dalla gerarchia ecclesiastica) voluta da Alcide De Gasperi.

''Un grande problema -spiega Riccardi- si parava innanzi al fondatore della DC: il sentire politico dei cattolici. Non che mancassero del senso di una societa' complessa, che veniva da lontano. Ma gli antifascisti erano non tanti.

Parecchi erano divenuti afascisti. Cresciuti fuori da una logica democratica, poco sensibili al pluralismo (che avrebbe messo sullo stesso piano verita' e errori nella vita pubblica), preoccupati del comunismo, i cattolici erano incerti. Il comunismo era la preoccupazione centrale di Pio XII, l'ultimo del Vaticano a tenere negoziati (falliti) con i sovietici (a Berlino nel 1928 con Cicerin). Dopo la vittoria, i regimi dell'Est mostravano un atteggiamento persecutorio verso la Chiesa.

Il comunismo era per Pio XII un nuovo islam conquistatore e sradicatore della religione. La scomunica dei comunisti, comminata nel 1949 dal Sant'Uffizio, esprime la realta' di uno scontro epocale e irriducibile. Le elezioni democratiche non avrebbero portato il PCI al potere? Se si sfoglia ''La Civilta' Cattolica'', organo ufficioso del Vaticano, di orientamento per i dirigenti cattolici, si vedono molte riserve: Stato forte e democratico vuol dire anche mettere ai margini o fuori legge le forze che potrebbero minacciare la democrazia. Le masse cattoliche, plasmate dal sistema educativo e propagandistico del regime, preoccupate dal comunismo, non avevano una cultura politica. E' un aspetto dimenticato''.

''Per De Gasperi -spiega Riccardi- la DC e' decisivo e pacificante per l'Italia l'ingresso nella democrazia di una parte importante del paese: le masse cattoliche, la Chiesa e le sue organizzazioni.

A questo livello opera il Sostituto Montini, non solo formatore di leve cattoliche, ma decisivo per accreditare in Vaticano e presso Pio XII la DC degasperiana come unico partito dei cattolici, che puo' opporsi validamente al PCI.

Guadagna il consenso di papa Pacelli, sensibile all'unita' cattolica''.

In sostanza, col passare degli anni, secondo Riccardi, si conferma per i cattolici l'esistenza di una classe dirigente politica che si affianca alla gerarchia ecclesiastica che fino a quel tempo era la sola a confrontarsi con lo Stato in nome del mondo cattolico.

''Partito italiano, figlio della Chiesa, forza unitiva, la DC -dice Riccardi- crea una classe dirigente politica, che si affianca a quella ecclesiastica. Allora l'Italia ha due classi dirigenti cattoliche: i vescovi e, contigui, i democristiani che rivendicano autonomia nella gestione della cosa pubblica. Questo non sara' piu' dopo il 1994, quando il cattolicesimo italiano, non piu' politico, avra' una guida solo ecclesiastica. La stessa cultura democristiana conoscera' una damnatio memoriae, come la sua esperienza politica''.

''I democristiani -afferma Riccardi nella sua relazione- difendono la laicita' della politica di fronte alle autorita' ecclesiastiche, anche se sono portatori di sentire analogo.

Se i vescovi talvolta criticano la DC, non hanno alternative e la sua unita' e' per loro irrinunciabile. Si puo' parlare di laicita' democristiana? Jemolo, cattolico liberale, afferma che l'Italia ha un profilo confessionale. L'ossequio alla Chiesa e' generale. La figura del papa ha una presa particolare. Lo notava maliziosamente il generale De Gaulle, dopo un'udienza con Pio XII in cui aveva perorato la causa della monarchia italiana: restare l'unico sovrano nella penisola non spiaceva al papa. L'esistenza di un grande partito cattolico che permea lo Stato e' infatti una grande garanzia per la Santa Sede, ben piu' dei Patti lateranensi.

C'e' una confessionalita' della Repubblica che riconosce come il cattolicesimo sia una realta' particolare italiana. Ma c'e' anche una laicita' democristiana che rivendica la responsabilita' politica rispetto al mondo ecclesiastico. I democristiani garantiscono la Chiesa, questa li vota per una politica che loro autonomamente decidono, in un'Italia laica e repubblicana che e' anche nazione cattolica.

La DC degli 'anni dell'onnipotenza' -prosegue Riccardi citando Mario Rossi- e' parte del mondo cattolico. Un grande blocco, mai monolitico, perche' segnato da storie e spiritualita' differenti, da interessi e ambienti diversi.

Tuttavia blocco unitario: nella Chiesa, ma anche nella DC. De Gasperi non vuole un partito pesante, ma uno scambio vitale con il mondo cattolico. Il popolo cattolico, a livello locale, ha intimita' di vita e interessi con i democristiani. Partito di cattolici differenti: popolari come Scelba o Piccioni, riformatori come Dossetti e Lazzati, utopisti come La Pira, antifascisti come Taviani, realizzatori come Fanfani, visionari come Moro, un ''cardinale esterno'' come Andreotti, uomo del Vaticano... e tanti altri. Davvero un partito italiano, quindi cattolico e complesso''.

Nella sua esposizione Riccardi, dopo De Gasperi (e Montini) si sofferma su un altro cardine della storia dc, Aldo Moro portatore di una evoluzione politica stroncata con la sua uccisione. Un Moro che aveva avvertito il mutare della storia e la perdita di passo (culturale e politico) del partito a cui meditava di porre rimedio con un'evoluzione coraggiosa in termini istituzionali e di collaborazione politica con quelli che erano fino ad allora stati definiti piu' nemici che avversari.

''Moro -spiega Riccardi- sente arrivare una delegittimazione per un partito pur forte del potere: la DC e' logorata -dice- anche da una stampa ''unanime nel denigrare e dichiarar(la) decaduta dal trono''. Unita' non e' parola di moda come testimonianza e autenticita'. Tramonta la cultura cattolica politica di sintesi emersa nel dopoguerra.

Almeno per parte dei cattolici. La ''rivoluzione cattolica'' ha delegittimato la DC? Sarebbe semplicistico, ma dice qualcosa di vero. Peraltro la DC, per il voto degli elettori, resta decisiva nell'Italia politica degli anni Ottanta. Ma il mondo cattolico cerca per altre strade, vicine e lontane, con una sua un'iniziativa diretta nella societa'. Oltre la DC.

Qualche volta contro''.

''Eppure l'intimita' con il mondo cattolico per la DC, in quegli anni forte e potente, e' importante, perche' il partito non e' solo potere, ma cultura e ideali. Malgrado limiti e errori, questa politica democristiana ha bisogno di cultura e anima. Laicita' non e' autosufficienza. Aldo Moro -sostiene Riccardi- e' figura centrale nella sua paziente strategia di attenzione alla complessita' esuberante del cattolicesimo. E' presente in varie occasioni cattoliche, anche informali, curioso del nuovo. Aveva difeso l'autonomia laica della politica, ma non si rassegna a una freddezza cattolica. Lui, che per i comunicati delle BR era ''il maggiore responsabile... della controrivoluzione armata scatenata dalla DC'', e' un fucino, un maturo politico che negli anni Settanta frequenta le realta' giovanili cattoliche, quella di suo figlio Febbraio '74, CL (al Palalido nel 1973) o si affaccia a Sant'Egidio.

I non lunghi anni della solidarieta' nazionale, segnati dal terrorismo, mostrano come le forze che per trent'anni si erano combattute possono collaborare insieme a livello di governo. Non sono coabitazioni forzate, ma passaggi in cui prevale la responsabilita' nazionale sulla creativita' di parte. Cosi' la sente Moro, appoggiato da Paolo VI, facendo prevalere una cultura di sintesi e collaborazione: ''gli strumenti adoperati per risolvere le crisi che spesso ci lasciavano tanti margini, non servono piu''' -dice nel 1978''.

''Dopo Moro, viene la morte di Paolo VI e l'elezione di un papa non italiano. Giovanni Paolo II non aveva intimita' con la mediazione democristiana, voleva una ripresa di presenza evangelizzante e sociale. Insisteva pero' sul fatto che la fede si deve fare anche cultura. Il mondo cattolico -dice Riccardi- procede con percorsi ecclesiali e sociali, senza piu' identificazione con il partito. Tante storie, sogni, realizzazioni. Dossetti, negli anni Novanta, scrive che la DC e' ormai un irripetibile: 'una volta in tutto l'orizzonte sidereo si e' presentata un'occasione che non si presentera' mai piu''''.

''Aveva ragione: mai le occasioni si ripetono. Ma le storie non si annullano. Oggi -conclude Riccardi- lo capiamo meglio fuori dal clima di damnatio memoriae degli anni Novanta, tipico di un'Italia che crede che le svolte debbano essere palingenetiche e traumatiche. Troppa cultura politica e' stata bruciata in questi anni, magari per paura delle ideologie. Troppo la politica e' stata solo emozioni, emotivita', contrapposizione personale. Le emozioni sembrano coinvolgere, ma poi lasciano sola la gente nel quotidiano.

Senza storia siamo perduti in questo mondo globale. Ritornare sulla storia democristiana non e' l'ora della nostalgia, bensi' la riaffermazione del valore di una cultura politica pensata, vissuta, confrontata con le altre. Ben ha scritto Giovagnoli: la cultura democristiana e' un mondo di pensieri e esperienze tra Chiesa cattolica e identita' italiana. Di questo patrimonio, Moro, nel suo ultimo discorso, dice come in un testamento: ''Quello che e' importante e' preservare l'anima, la fisionomia, il patrimonio ideale della democrazia cristiana... Per questo io apprezzo tutti e dico a tutti: stiamo vicini''.

da www.asca.it

giovedì 17 novembre 2011

Moro, ascesa e fine della Prima Repubblica

Sono passati molti anni dall' assassinio di Aldo Moro. Ma di autentici studi e ricerche sulla sua opera se ne sono scritti pochi. Ecco un motivo in più per segnalare l' impegnativa raccolta di saggi Aldo Moro nella storia dell' Italia contemporanea , appena uscita a cura della rivista «Mondo contemporaneo» (Franco Angeli, pp. 221, 26). È un tentativo a più voci di ripercorrere le fasi principali della presenza di Moro sulla scena politica fin dall' immediato dopoguerra, quando - rispetto a chi insiste a porre in luce il suo giovanile «dossettismo» - altri, come qui Piero Craveri, spiegano perché la posizione di Moro dev' essere intesa «più omogenea a quella degasperiana». Non solo: rispetto a quanti sostengono che - almeno fino agli anni Sessanta - Moro aderì al «centrismo», Craveri spiega che la sua proposta poggiava piuttosto «su un' idea della "circolarità" del sistema politico», dove si fondevano «universalismo cristiano, realismo politico e storicità della società». Il che avrebbe permesso a Moro di essere «forse l' unico uomo politico italiano» che seppe compiere «una riflessione profonda sul ' 68». Si capiscono ancora meglio, aggiunge Giovanni Maria Ceci, le sue analisi preoccupate, già dall' estate del 1970, circa le possibili «involuzioni autoritarie», o addirittura le «svolte a destra» della Dc. Ma emerge altresì la lucidità di Moro nei confronti degli «opposti estremismi», compresa la minaccia del terrorismo «di sinistra». Solo così si può tentare di capire anche il conseguente approdo di Moro all' esperienza della «unità nazionale», che cambiò «i connotati dei rapporti tra le forze politiche e la natura stessa del sistema». Non solo: altri studiosi - da Michele Marchi a Francesco Malgeri a Paolo Acanfora - intervengono per affrontare aspetti della leadership «in azione» di Moro o per chiarire qualcuno dei molteplici problemi storiografici ancora irrisolti. Comunque, mi pare meritevole di segnalazione il giudizio con cui, a proposito delle esequie di Moro (compreso l' intervento di Paolo VI, così visibilmente sofferente, moralmente e fisicamente provato), Craveri non esita a concludere che «è lì, in quella basilica episcopale di Roma, che finisce simbolicamente la Prima Repubblica».

Colombo Arturo
www.corriere.it

venerdì 28 ottobre 2011

Cioppa, quarant'anni di segreti di Roma e d'Italia

Elio Cioppa è un uomo d'azione. Lo si intuisce dai chewing gum che tiene sulla scrivania del suo ufficio in quantità industriali per sostituire le sigarette, e dal fisico asciutto che non riesce a tenere fermo nel completo giacca e cravatta nonostante la caldissima giornata di ottobre. Sospetto che abbia un grosso pistolone a tamburo nascosto nella fondina ascellare. Lui ride di cuore quando glielo confesso, e mi dice che dopo una vita di azione ora la sua è una attività di coordinamento. Ha un curriculum professionale impressionante speso in quarant'anni al servizio dello Stato, encomi solenni e molteplici ferite riportate in azioni di polizia. Ha arrestato decine di latitanti, i terroristi delle Brigate Rosse aprirono su di lui un fascicolo di raccolta informazioni, lo reputavano un nemico da eliminare.
Un viaggio che comincia nel 1967 a Bolzano con un giovane laureato in giurisprudenza, che dopo un periodo di pratica legale sente crescere lo stimolo per una attività più operativa che teorica, e affronta il concorso per vice commissario di Polizia...

“Esatto, questa è la mia storia. Iniziai il praticantato legale a Casal di Principe, quando l'aggettivo casalesi definiva esclusivamente gli abitanti di quel luogo e non una organizzazione criminale, anche se c'erano già problemi. In quel momento è nata la mia riflessione sull'importanza delle istituzioni, e ho deciso di entrare in polizia. Ho vinto il concorso come vice commissario, e sono stato spedito a Bolzano. Siamo a metà degli Anni '60, sono gli ultimi sprazzi del boom economico prima dell'inizio della contestazione”.

Invece il mio percorso prima di incontrarla è partito da internet, con un motore di ricerca. Ho digitato il suo nome e sa cosa è saltato fuori?

“Guardi, so dove sta andando a parare. Per questo ho deciso di scrivere un libro (Elio Cioppa, Quaranta anni di verità ABCOM EDITORE) al quale affidare, oltre ai principali eventi che hanno attraversato la mia esperienza quarantennale di poliziotto, anche la ricostruzione filologica di due fatti precisi per i quali sono stato letteralmente massacrato”.

Andiamo per gradi, dunque a Bolzano si distingue immediatamente: viene incaricato di scoprire gli autori degli attentati ai tralicci, gli autonomisti tirolesi. Incarico che svolge con rigore e adottando tecniche investigative per l'epoca rivoluzionarie.

“Sì, ma i miei superiori mi affidarono immediatamente responsabilità di ordine pubblico, scioglimenti di piazza, controllo di manifestazioni. Nel 1968 sono a Roma con l'incarico di funzionario all'ordine pubblico nel centro storico, dove si svolgevano tutte le proteste. All'inizio erano raggruppamenti di poche centinaia di persone, poi qualcosa cambiò. Il numero dei partecipanti aumentò a dismisura e arrivarono le bombe molotov: le famose bottiglie di birra riempite di benzina con lo straccio da incendiare, che venivano scagliate contro i reparti della polizia. Poi ci fu uno scatto in avanti: i manifestanti, i rivoluzionari, cominciarono a usare benzene e mercurio, una miscela esplosiva da militari. E poi ci tiravano addosso di tutto: sampietrini, arredo stradale. Una escalation di violenza per quegli anni inaudita. I nomi e i volti che coordinavano gli scontri, erano quelli che poi sarebbero passati alla storia come i leader degli "autonomi" romani: Scalzone, Baumgartner, Ardizzone”.

Dunque spingiamo un attimo in avanti la nostra macchina del tempo: dal '68 al '73 lei è addetto ai servizi di ordine pubblico a Roma. Viene gravemente ferito durante una violentissima manifestazione di autonomi che la porterà a una lunga convalescenza, poi passa al servizio antirapine e anche qui eccelle. Fa arrestare gli esecutori di alcune rapine che ancora sono vive nella memoria dei romani di lungo corso.

“Nel libro ho descritto le più clamorose. L'apporto del lavoro di investigazione fatto di pedinamenti e del paziente incrocio delle fonti era fondamentale, mica esisteva la prova del dna: la rapina al deposito dell'Atac, quella alla Centrale del Latte. Era un mondo criminale affollato da luoghi e personaggi che ora non esistono più: i confidenti, le donne della mala, i night club. Ma c'erano anche le sparatorie, gli appostamenti. Parecchi agenti hanno lasciato la pelle sulla strada in quegli anni”.

Transita all'Antisequestri, e qui raggiunge vette di eccellenza: libera industriali, armatori, costruttori. Riesce sempre a salvare l'ostaggio, spesso ha recuperato i soldi del riscatto. Anche in questo campo ha adottato tecniche di prevenzione e gestione dell'evento criminoso che sono poi diventate prassi nella gestione dei sequestri di persona, come impedire a qualsiasi costo che il riscatto venisse pagato. Una "linea dura" che diventerà un vero e proprio deterrente per i delinquenti. Però nella primavera del '78 qualcosa si inceppa...

“Il sequestro di Giovanna Amati. Il padre era il re dei cinema. Aveva parecchie sale a Roma, una vera e propria distribuzione cinematografica. Rapirono la figlia. Purtroppo ci furono una serie di incomprensioni con la famiglia, io ero orientato ad adottare la mia linea dura, che voleva dire impedire a qualsiasi costo il ritiro del riscatto da parte dei sequestratori. Accadde un incidente e i malviventi fuggirono con i soldi durante il pagamento del riscatto. I giorni successivi i giornali mi attaccarono senza tregua: ero il responsabile del fallimento. E qui accadde qualcosa che non mi sarei mai aspettato, fui abbandonato anche dal mio diretto superiore il dottor Masone capo della Squadra mobile che addossò al mio comportamento tutte le responsabilità. Vengo trasferito dal questore per "incompatibilità" a dirigere un presidio di periferia, il Commissariato Prenestino. Uscirono strilli sui giornali a otto colonne. Avevo quarant'anni, ero il Vice capo della Squadra mobile e venivo trasferito senza alcun motivo apparente. Siamo a giugno del 1978 (le sottolineo il mese e la data per un motivo che dopo sarà evidente). A questo punto un giorno casualmente mi sento al telefono con l'Avvocato Ortolani, del quale ho salvato il figlio da un rapimento. Ortolani voleva ringraziarmi, domandò per quale motivo mi avessero delocalizzato in una zona di Roma così periferica e se poteva fare qualcosa. Io gli risposi che in quel momento l'unico mio interesse era tornare alla Squadra mobile. Lui mi rispose che l'unica maniera era iscriversi alla Loggia Massonica P2. Qui avrei trovato persone in grado di aiutarmi. Io ribadii solamente che volevo riottenere quello che mi era stato sottratto ingiustamente. Lui disse che mi avrebbe presentato Licio Gelli. Incontrai Gelli in un noto albergo romano che era la sua base operativa. In seguito l'ho rivisto una volta sola e per motivi investigativi”.

Dunque, lei sta affermando una versione dei fatti che contraddice sostanzialmente l'unico documento ufficiale in merito. Le dichiarazioni da lei rilasciate alla Commissione Anselmi sulla P2. Lei sostenne davanti a una commissione parlamentare incredula, di non essersi mai iscritto alla P2, e di non aver mai ricevuto la tessera. Invece lei ora afferma il contrario, e addirittura di essersi iscritto per mezzo di Ortolani che era il braccio destro di Gelli.


"Guardi, comprendo benissimo come ciò muti la mia posizione, ma ci sono due motivi. Punto primo, io non avevo assolutamente contezza di cosa fosse la P2. Ero un umilissimo poliziotto e funzionario dello Stato. A me interessava esclusivamente riottenere il mio posto di lavoro. Quando fui interrogato dalla Commissione Parlamentare di inchiesta affermare di appartenere alla P2 significava essere appestati. Dopo il ritrovamento degli elenchi degli iscritti a marzo del 1981, si parlava addirittura di destituzioni di massa e perdita di ogni funzione per tutti i dipendenti dello stato appartenenti alla P2. Si parlò di stato parallelo, di golpe. Stavo per essere schiacciato in un meccanismo a me totalmente ignoto. Fu una reazione di auto difesa. Sottolineo, però che la data della mia iscrizione è settembre del 1978. Il sequestro Moro si è tragicamente concluso a maggio”.

Ora facciamo un salto indietro. 16 Marzo 1978, Aldo Moro viene rapito, il 9 maggio viene ucciso.

“Sì, io trovai il corpo in Via Caetani. Il questore De Francesco a seguito di una telefonata ricevuta mi disse di raggiungere immediatamente via Caetani per verificare la telefonate delle BR che asserivano di aver lasciato il corpo dell'onorevole all'interno di una Renault 4. Mi precipitai con i miei uomini, e dopo aver verificato che non ci fossero fili che potessero far sospettare l'esistenza di esplosivi si procedette all'apertura del cofano. C'era il corpo di Moro, la figura era composta, le mani incrociate sul petto. C'era una quantità di bossoli sia sul torace che sulle gambe. Confermai al questore che si trattava di Moro. Il questore mi ordinò di andare a prendere la signora Moro. A questo punto accadde una cosa insolita: il cofano era stato richiuso. Arrivarono i politici, il primo fu Cossiga e poi tanti altri del del partito comunista. A tutti i costi vollero che fosse chiamata la Scientifica, anche se io spiegai che la macchina era stata già aperta. Si collocarono ad aspettare in una chiesa lì vicino, mentre gli esperti facevano il loro lavoro. E' un fotogramma della mia vita che non potrò mai cancellare”.

Ora facciamo un secondo salto indietro, durante il sequestro Moro la polizia effettuò una perquisizione in uno stabile di Via Gradoli, dove sia chiaro Moro non è mai stato rinchiuso, ma che ospitava un covo fondamentale delle BR, quello che poi si allagò per una curiosa perdita d'acqua. Il brigadiere a cui fu ordinato di perquisire tutte le abitazioni a una di esse bussò tre volte e andò via. Gli era stato ordinato di tornare nel caso in cui nessuno rispondesse e addirittura di sfondare le porte. Invece lui se ne andò e basta. Ebbe una esitazione fatale, che avrebbe potuto cambiare la storia d'Italia probabilmente...

“Sì. Ma io sono completamente estraneo a questi fatti. Il brigadiere, di cui non facciamo il nome anche se è tutto agli atti, in un mini appartamento di Via Gradoli durante una perquisizione trova una certa Lucia Mokbel che io avevo precedentemente attenzionato per altri uffici di polizia. Lei riferì che la notte sentiva un ticchettio proveniente dall'appartamento vicino, che somigliava all'alfabeto morse. Invitò quindi il brigadiere a riferirmi il tutto, ma il brigadiere le chiese di venire da me di persona. Lei si rifiutò e allora, sempre su consiglio del brigadiere, scrisse tutto su un foglietto che poi lui mi avrebbe dovuto consegnare. A me non arrivò mai nulla. Fatto sta che i suoi vicini erano due primule rosse delle BR, nascosti sotto falso nome. Mentre bussava aspettavano dietro alla porta con il colpo in canna. A me non fu mai consegnato nessun biglietto, e nulla seppi fino a quando i fatti non cominciarono a montare sui giornali spinte da qualche "avvocaticchio" della sinistra. Qualcuno insinuò che io avessi ricevuto un ordine superiore...”.


Lei ha querelato il quotidiano l'Unità per questa affermazione, e ha vinto la causa civile che ha preferito concludere con una smentita apparsa sulle pagine del quotidiano come risarcimento.

“Esatto. Non solo non c'è nessuna prova di una infamia simile, ma neanche i fatti storici coincidono. La storia è stata completamente distorta a mio sfavore. Ma le pare che se io avessi avuto una notizia simile non sarei andato a fare un accertamento di persona? Per questa volgare calunnia, non sono mia stato interrogato dalla Commissione Moro che praticamente ha sentito anche i barbieri, me lo lasci dire. Chiesi ripetutamente ai magistrati che si occupavano della strage di Via Fani di essere ascoltato, ma risposero che era completamente inutile perché la verità era evidente. Addirittura alcuni giornalisti hanno scritto che io ero a capo del Sisde a Roma, mentre venni chiamato ad allestire un ufficio come "capocentro 2" ma mesi dopo il sequestro Moro in Piazza Barberini, dove non c'erano neanche le sedie e i tavoli. Le confesso che accettai perché la gratifica era doppia rispetto all'incarico in polizia e per cominciare qualcosa di nuovo. Questa è l'unica verità. Consideri che ho concluso la mia carriera con un incarico che era il minimo sindacale rispetto al mio curriculum, per quello che avevo dato alla divisa. A cosa mi sarebbe giovato un comportamento simile di omertà e insabbiamento? Se avessi saputo in qualsiasi maniera che in quell'appartamento c'erano due terroristi che sapevano qualcosa del sequestro Moro sarei andato ad ammanettarli personalmente!”.

“Il libro prosegue con una galoppata, che da Ostia la porterà a dirigere l'Ufficio Stranieri per poi concludersi in Sardegna a Nuoro, dove lei va a occuparsi di sequestri di persona, uno fra tutti il famoso caso Melis.

Sì ma non possiamo raccontare tutto il libro! In duecento pagine i lettori troveranno i nomi dei criminali che eccellevano nel loro ramo e le loro performance. Li ho arrestati quasi tutti”.

Allora concludiamo con un salto nel presente. Sabato 15 ottobre scorso, lei ha visto la manifestazione di piazza con i tragici fatti, sembrava una guerra civile. Come è stata secondo lei la gestione della piazza?

“Guardi, io non posso criticare l'operato di altri funzionari. Il mio rapporto con l'amministrazione è quello che il prete ha con la chiesa: eris sacerdos in aeterno. Dopo aver detto ciò non capisco perché spesso i reparti vengono tenuti letteralmente fermi a fare da bersaglio dei manifestanti più violenti, ma non posseggo tutti gli elementi per giudicare eventi così complessi dal punto di vista politico”.

di Patrizio J. Macci

www.affaritaliani.libero.it

venerdì 7 ottobre 2011

«Moro il giusto e l'ultima tentazione»

Il fantasma si manifesta a Montecitorio, attraversa l’emiciclo, raggiunge il banco del governo e apre la giacca della grisaglia in modo da mostrare la camicia crivellata di colpi, il petto macchiato di sangue. Non dice una parola, fino a quando il presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, non prova a trattenerlo. «Noli me tangere<», risponde Aldo Moro prima di scomparire per l’ultima volta. Si conclude così, con una citazione evangelica che ha il tono dell’enigma, Altare della Patria (il Saggiatore, pagine 180, euro 14,00), il libro con cui Ferruccio Parazzoli torna, per la seconda volta in pochi anni, sul dramma di Aldo Moro. Il volume attuale, infatti, incorpora il testo di Adesso viene la notte, apparso nel 2008, e lo integra con un nuovo pannello narrativo. Una ripresa che va di pari passo con la riproposta della Trilogia di Piazzale Loreto, in uscita negli Oscar Mondadori (pagine 330, euro 9,50). In Adesso viene la notte il protagonista era Paolo VI, messo alla prova dal rapimento e dalla morte di Moro, l’«uomo buono e onesto» per la cui incolumità il Papa si era rivolto direttamente alle Brigate Rosse in una lettera rimasta memorabile. Ora al centro della scena troviamo lo stesso statista, inutilmente circuito da Satana con la promessa di una salvezza disonorevole. Un cambio di prospettiva, forse addirittura un pentimento rispetto alla stesura originaria?
«Direi piuttosto un senso di colpa – risponde Parazzoli –. Mi sono reso conto di aver rappresentato Moro soltanto come vittima, ma questo non mi è parso giusto, né sufficiente. Perché, se ci pensiamo bene, il vero protagonista del dramma è lui, il dilemma etico che lo riguarda è ancora più grande della sfida (che avevo ipotizzato in precedenza) tra Dio e il Diavolo per saggiare la fede del Papa».
È la scommessa che sta all’origine della vicenda di Giobbe.
«Esattamente. In Altare della Patria, invece, tornano gli interrogativi sul sacrificio di Isacco. Il confronto a distanza è tra Kant e Kierkegaard. Il primo era convinto che Abramo si fosse sbagliato: la voce che aveva sentito non era quella di Dio, perché Dio non lo avrebbe mai invitato a uccidere il figlio. Per il pensatore danese, al contrario, non c’era stato nessun errore. Secondo lui Abramo aveva davvero sentito la voce di Dio, un Dio che pare porsi al di là dell’etica per costringere l’uomo a misurarsi con il paradosso della fede».
Moro però muore veramente, nessun angelo scende dal cielo a salvarlo…
«Perché dopo Isacco viene Cristo, che scardina ogni convinzione consolidata. Non per niente nel mio racconto immagino che, come Gesù, anche Moro sia condotto da Satana sul pinnacolo del tempio, che in questo caso è il tempio della Stato. Il Vittoriano, l’Altare della Patria. Lì il tentatore tenta e il giusto resiste alla tentazione, consegnandosi al tradimento e alla morte».
La sua è un’interpretazione estrema, se ne rende conto?
«Può darsi, ma mi stava a cuore ridare centralità a una figura come quella di Moro, che rimane inespressa, e quindi incompresa, nella storia d’Italia. La sua prosa aveva fama di oscurità, ma rileggendo il suo ultimo discorso ho riscoperto un testo di densità oracolare, nel quale c’è tutta l’angoscia di un uomo che parla nella consapevolezza di non poter essere compreso. Anche lui, come papa Montini, stava cercando di dire e di fare qualcosa di nuovo, rompendo una sorta di crosta che gravava sulla società italiana. Operazione pericolosa, come si è visto. Mortalmente pericolosa».
Il suo racconto è molto documentato, ma l’interpretazione è poi risolta in chiave visionaria. Come mai?
«Già Wittgenstein sapeva che i fatti, di per sé, sono soltanto fatti. Siamo noi che attribuiamo loro un senso, attraverso un procedimento che è solo in parte razionale e per il resto è innervato di emozioni, di percezioni impossibili da giustificare per via logica. Illudersi che i fatti bastino a sé stessi è la grande eresia del nostro tempo, quel nichilismo debole, oggi così diffuso, che induce a non affaticarsi nella ricerca di senso, perché intanto un senso non c’è. Questo, almeno, è quello di cui ci vorrebbero convincere».
Ed è qui che entra in gioco la visione?
«Sì, il compito della letteratura sta nello scandagliare, destrutturare e interpretare la realtà con uno sguardo dall’alto. Ma questo non significa far calare uno schema precostituito o una soluzione aprioristica. C’è da correre un rischio, ancora una volta, fosse pure il rischio di essere fraintesi».
Si riferisce al fatto che «Altare della Patria» potrebbe essere letto come un libro politico?
«Beh, è quello che mi auguro. Vede, si continua a ripetere che l’Italia di oggi è figlia degli anni Ottanta, il periodo del cosiddetto riflusso. Ma a spazzare via tutto, a produrre il ribaltamento dei valori e il degrado della convivenza è stata semmai la stagione di sangue degli anni Settanta. Quella che ha in Aldo Moro la sua vittima designata. Da oltre trent’anni, infatti, facciamo di tutto per dimenticarla».


Alessandro Zaccuri
www.avvenire.it

giovedì 22 settembre 2011

"Il Noto servizio. Giulio Andreotti e il caso Moro" - il nuovo libro di Giannuli

Segnalo l'uscita del nuovo libro di Aldo Giannuli, per diversi anni consulente della Commissione Stragi. Nei prossimi giorni cercherò di inserire una più completa recensione. Per il momento la scheda di presentazione ufficiale:



Questo libro cerca di fornire un contributo significativo nella difficile ricostruzione di una verità sulla storia politica e giudiziaria del nostro paese, rivelando l’esistenza di un servizio segreto clandestino nato negli anni della guerra e poi sopravvissuto, con varie trasformazioni, fino agli anni Ottanta.
Questo servizio ebbe come suo referente politico Giulio Andreotti, con la cui parabola politica si è intrecciato strettamente. E’ il Noto servizio, altrimenti conosciuto come “Anello”, che ricorre nelle pagine più nere della storia d’Italia, dal golpe di Junio Valerio Borghese alle principali vicende della strategia della tensione, dalla strage di piazza Fontana a quella di piaggia della Loggia, fino al caso Moro, del quale l’autore offre una lettura del tutto inedita, egualmente distante dalla dietrologia e dall’accettazione delle “verità di Stato”.

venerdì 9 settembre 2011

Aldo Moro. Un profilo culturale e politico



cosmopolis

L’enormità del “caso Moro”, vale a dire l’attenzione indiscutibilmente giustificata rivolta sia alla vicenda del rapimento e sequestro da parte del commando Br, sia al successivo dibattito politico e giuridico-costituzionale, al comportamento delle forze dell’ordine e degli apparati dello Stato, poi ai cinque pubblici processi e alle due commissioni parlamentari d’inchiesta, ha prodotto la conseguenza di non prestare la dovuta attenzione e approfondimento critico e storico all’operato politico complessivo di Moro, alle sue idee, al suo progetto politico. Eppure l’uomo Aldo Moro ci deve interessare soprattutto per come ha incarnato la politica, per quello che ha detto e fatto nel suo concreto impegno politico.

Facendo una estrema semplificazione, in queste pagine si intende soffermare lo sguardo sull’opera di Moro nel periodo 1945-1947, poi su taluni orientamenti della sua politica negli anni 1959-1978.

Moro, nato nel settembre 1916, entra nella Costituente nel giugno 1946 non ancora trentenne, ma già libero docente di diritto penale, già presidente nazionale della Fuci dalla tarda primavera del 1939 al 1942 e dal 1945 presidente nazionale del Movimento laureati di Azione cattolica con l’aggiunta della direzione della rivista “Studium”, un osservatorio di indiscutibile interesse dove i suoi articoli di carattere politico-sociale-religioso evidenziano una solida formazione culturale e una capacità di muoversi agevolmente sul terreno dei diritti e delle idee politiche, scrivendo sui valori di fondo del mondo cattolico e attento ai principi che costituivano il nucleo centrale della dottrina sociale della Chiesa.

Questo «giovane intellettuale» «con un fortissimo senso della vita morale»[1], che già dal 1939 aveva fatto un’ottima impressione a Roma nel mondo cattolico[2], nel periodo 1945-1947 sia negli scritti pubblicati nella rivista “Studium” sia negli interventi all’Assemblea costituente tratta temi che costituiscono il nucleo della propria filosofia politica e che anticipano quella visione della politica e delle cose che Moro cerca di perseguire con lucidità e maturità negli anni 1959-1978 quando diviene il punto essenziale di riferimento nella politica italiana. Durante gli anni universitari e della Fuci (a fianco di Montini), Moro matura una formazione culturale, politica, religiosa – che risente dello stimolo culturale e morale di Maritain[3] – e giuridica (sono gli anni della riflessione su Stato e individuo in “Azione fucina” e del volume di dispense Lo Stato. Corso di lezioni di filosofia del diritto tenute presso la R. Università di Bari nell’anno accademico 1942-43) ed acquisisce una cultura della mediazione ed una sensibilità per le cose umane, che poi ritroviamo maggiormente sviluppate negli anni del più importante impegno politico.

Ha scritto Giovanni Battista Scaglia: Moro «dalla politica non era partito e nella politica non si era mai annullato»[4], cogliendo bene in sintesi le linee dell’itinerario culturale del personaggio che dal profondo della propria formazione spirituale-religiosa si apre al mondo e a tutti i problemi ad esso connessi, compresi quelli politici. Negli scritti del periodo post-universitario, mentre la guerra sta volgendo all’epilogo e il paese deve darsi il nuovo assetto istituzionale e costituzionale, Moro con ragionamenti ampi e convincenti, in continuità e coerenza con gli atteggiamenti assunti nel periodo fucino e perfettamente in linea con le posizioni cattoliche espresse dalla gerarchia, interpreta, approfondisce, studia, scrive sugli orientamenti dei cattolici, sui loro compiti, sui problemi del paese, ponendo anch’egli problemi, ma prospettando e ricercando anche le soluzioni con pazienza e con fede e per amore di verità. “Verità”, “dignità della persona”, “democrazia”, “libertà”, “intelligenza” sono termini e concetti ricorrenti nel suo vocabolario politico e culturale. È un linguaggio politico diverso, ma anche nuovo per il ceto dirigente cattolico. Oltre al linguaggio, c’è un sorprendente giovane intellettuale che, riflettendo molto l’influenza di Jacques Maritain, ha chiarezza dei valori e della gerarchia dei valori, della relazione tra Stato, società civile e individuo e Chiesa e religione: un intellettuale politico che pensa e propone e non ha interessi propri (o di parte) da far valere.

Nel dicembre 1945, rispondendo ad Arturo Carlo Jemolo, che in un articolo sulla rivista “Il Ponte” esprime un «cortese apprezzamento» dell’impostazione di “Studium”, Moro precisa come la rivista intenda muoversi e quale sia la sua funzione: ma in effetti egli non fa altro che esplicitare la propria metodologia culturale di approccio ai problemi, le proprie categorie di analisi: «Veramente “Studium” vuole essere serena, obbiettiva, aperta, presente al travaglio fecondo di tutte le idee e di tutte le esperienze […]. Senza pregiudizi e senza disdegni “Studium” vuole […] esprime[re] la voce della tradizione cattolica con l’ansia di comprendere e di lasciarsi comprendere proprio di chi non si sente nemico in un mondo di nemici, ma uomo tra uomini in una umanità che resta comune malgrado il dissenso e, magari, l’errore». Nel prosieguo dello scritto, è interessante sottolineare come egli colga fin d’allora l’estrema importanza del dialogo, del confronto, dell’intesa con chi ha concezioni diverse anche a costo di rinunciare ad aspetti della propria fisionomia: «Niente può dividere quando si cerca insieme la verità. Ed il cristiano può bene come dimenticare di possedere la verità, per fare della strada con coloro che cercano e non sanno di avere. Forse il cammino compiuto fino alla meta dividerà ancora. Ma può in quel punto cominciare un nuovo cammino, o forse continuare quello stesso che è cominciato ad un punto, perché è molto difficile dire di aver perduto o trovato per sempre»[5]. Se al posto della parola “Studium” si mette la voce “Aldo Moro” ne esce un completo autoprofilo culturale.

Questi scritti tra 1945 e 1947 presentano una preminente matrice etico-religiosa e proprio la loro natura pre-politica determina un rilievo ben definito: fanno capire donde e con quali paradigmi si muove anche la riflessione politica del giovane Moro. Non è un caso che il primo numero di “Studium” del 1945 si apra con un editoriale di Moro dal titolo Liberazione e, a seguire, un suo saggio più corposo sulla concezione cristiana del lavoro. L’editoriale non adombra il tema politico-militare della liberazione del paese, anche se non prescinde da «questa tragica ora» e dal «peso grave di mille oppressioni» e dalla «ferocia di questa storia umana senza umanità»; ma ricorda che si sente enunciare un programma, una richiesta di libertà (libertà dalla paura, libertà dal bisogno); che per tali ideali «uomini hanno preso le armi in tutti i paesi del mondo» e «dove gli uomini si uccidono, la vita è sospesa ed attende, per tanto insopportabile dolore, una liberazione». Dal profondo delle proprie convinzioni religiose Moro non ha remore nel sottolineare che «la più grande delle libertà […] è la libertà interiore che pone l’uomo, in purezza, di fronte a Dio, a se stesso, ai fratelli. Quella che esclude egoismi e ferocie e terrori e miserie, quella che conserva sempre una risorsa per superare i dislivelli della vita. Questa è la libertà dei figli di Dio». Questi passaggi portano all’enunciazione finale, che racchiude il senso dell’editoriale, secondo cui «la suprema liberazione dell’uomo è la vittoria sul male e che gli uomini non sono soli nel conquistarla»[6].

In gran parte degli editoriali e degli interventi sulla rivista è ben percepibile l’intento di Moro di chiarire e approfondire quale debba essere l’atteggiamento di tutti i cittadini, e dei cristiani in particolare, di fronte alla grande responsabilità, alla «possibilità unica della loro storia» di «rifare lo Stato, ricostruire nelle sue linee essenziali la comunità nazionale»[7]. Soprattutto per i cristiani Moro insiste sul «dovere della presenza attiva», che egli sollecita non per tutelare qualche specifico interesse cristiano, ma per costruire una comunità dove libertà, democrazia, rispetto della legge siano il nuovo metro di comportamento: «Fondamentale ed inderogabile è il nostro dovere di presenza attiva che, sempre sussistente, diventa ora più decisivo, perché ci incombe non come sudditi, ma come cittadini di una comunità che è tutta affidata alle risorse di coloro che liberi e responsabili la compongono. / Una comunità senza padroni, senza altra servitù che quella alla legge liberatrice della coscienza morale di tutti i cittadini»[8].

Moro è alquanto ottimista sulla realtà dei cristiani, che egli considera – si è nell’estate 1945 – «una luce di rivelazione accesa nel mondo. […] La nostra scelta quotidiana è tra il contingente e l’eterno, tra la morte e la vita»[9]; però conosce bene anche il travaglio e l’incertezza nel loro atteggiamento; «senza pretendere di giudicare tali atteggiamenti», evidenzia che quel che conta soprattutto «è il “senso” che ha per il cristiano ogni attività, il suo costruire dovunque e comunque per l’eterno»[10] – ripete nella primavera 1947 – e prospetta per i cristiani una visione vasta delle cose[11], un comportamento intelligente, di apertura, di ascolto, per attuare un avanzamento civile e sociale, per dare un contributo al rinnovamento della struttura sociale: «gli avvenimenti politici, per grandi che siano, contano non tanto per il loro effetto immediato, quanto per il modo con il quale incidono sul corso incessante della storia umana. Intuire quale è questo corso, contribuire a determinarlo con intelligenza aperta e cuore libero nel senso più rispondente alla dignità dell’uomo ed alle sue necessità di vita, contribuire con la carità e la verità a quei mutamenti di struttura sociale che solo il cristiano può produrre con strumenti di pacifico progresso, questo è il grande compito e il grande lavoro»[12].

L’uomo e la sua dignità, il «valore incommensurabile della persona» costituiscono motivi sempre presenti in questi e in tutti gli scritti di Moro. Non poteva non essere altrimenti per un giovane maturato nella Fuci di Montini, all’interno della quale le idee di Maritain e del personalismo francese avevano larga circolazione per la formazione di «una coscienza religiosa e insieme una civile»[13]. Una particolare sottolineatura del tema della dignità della persona viene fatta da Moro proprio all’avvio della difficile fase politica dopo la liberazione, evidenziando anche i limiti della politica, allorché durante il governo Parri c’erano ogni giorno problemi in esplosione. «Noi non vogliamo ora rivolgere a questo tempo tormentato facili e pericolose accuse di rinascente esclusivismo totalitario […]. Ma certamente si può e si deve dire che l’esigenza politica torna in Italia ad essere in primo piano e porta con sé, in quanto appunto non sia corretta ed integrata, unilateralità, faziosità, impazienze, eccessi, incomprensioni a scapito di quella pace che tutti ardentemente desideriamo e che la politica stessa […] dovrebbe servire a costruire. […] appunto l’esercizio delle attività politiche è fecondo, a patto che sia a servizio della causa dell’uomo e pronto perciò a riconoscere i propri limiti, ad inchinarsi alle realtà auguste e sacre della vita»[14]. È un lungo e solido editoriale, in cui Moro soprattutto evidenzia il valore della persona e i limiti che la politica (e lo Stato) deve imporsi di fronte alla sfera dell’uomo: «Non si può risorgere nel segno della libertà, se non si progredisca dalla rivendicazione di parziali libertà economiche e politiche alla positiva affermazione del valore incommensurabile della persona e del suo proprio “mondo”; se non si passi dalla difesa di fronte alle pretese esorbitanti della società allo svolgersi costruttivo della persona singola. […] Bisogna che la politica si fermi in tempo, per non guastare queste cose; bisogna che essa, riconoscendo volenterosamente i suoi limiti, lasci all’uomo il possesso esclusivo di questo suo mondo migliore, intimo e originale. […] Ma se la politica vuole essere tutta la vita, se una sola, e sia pure essenziale, libertà lavora per esaurire le altre, più vere e sostanzialmente costruttive, l’uomo è finito e la vita perde la sua chiarezza e ricchezza»[15]. In ogni caso il problema della dignità della persona in quell’estate del 1945 solletica molto Moro, se nello stesso numero della rivista egli scrive una nota, nella rubrica “Osservatorio”, dal titolo Annunciare la dignità di ogni uomo: «se si vuole un vero avanzamento civile, si tratta di far svolgere la persona secondo tutte le sue possibilità, di farle assumere responsabilità differenziate e distinte. Essenziale è che il nostro tempo (tempo cristiano) sia annuncio storicamente efficace della dignità di ogni uomo»[16]. Subito dopo i risultati politici del 2 giugno 1946, nel sottolineare che «una nuova storia del nostro paese» si va profilando ma che esige «una compiuta e viva presenza di tutti i cittadini», ritorna di nuovo sui diritti della persona: «nella comunità nazionale sono riapparsi e si sono consolidati nella chiara affermazione della volontà popolare i diritti della persona umana e le prerogative che ad essa spettano, senza alcuna privilegiata limitazione, in campo economico, sociale, politico e spirituale.[…] Noi vogliamo che l’uomo viva in una umanità che non lo soffochi e non ne renda impossibile, con ingiuste sopraffazioni e con deviazioni mitologiche, il colloquio con Dio. Questa è l’ora della liberazione»[17]. Nel dicembre 1947, date le incertezze della situazione sociale e politica non solo in Italia, Moro rileva le preoccupazioni di molti per la difficoltà della realizzazione dei “valori umani” nella vita comune; nell’occasione precisa ulteriori concetti sulla dignità dell’uomo: «Se l’uomo fosse una piccola cosa, materia o senso o storia che passa, esso non basterebbe davvero a superare le difficoltà del momento. Ma l’uomo è dignità e moralità; e reca in sé la molla stupenda della libertà, l’adesione alla verità, il senso della giustizia piena per tutti»[18]. Questo per dire come Moro cerchi di utilizzare quasi ogni occasione per ribadire la centralità della dignità della persona nello Stato che si andava ricostruendo.

Il problema della valorizzazione della dignità della persona è, per Moro, alla base della vera democrazia. Nella primavera del 1945 lo sottolinea, distinguendo tra Vera e falsa democrazia ed entrando in un dibattito che si protraeva da tempo. Democrazia è «essenzialmente rispetto della libertà di tutti, della dignità di tutti, del dolore di tutti». Al di là della forma, sempre contingente e facilmente eludibile, Moro indica come essenziale lo «spirito della democrazia», che permette di individuare «la vera democrazia». E questo è «lo spirito della fiducia, della collaborazione, del rispetto reciproco; l’emergere della persona umana, di ogni persona umana nel suo pieno rilievo nella sua giusta pretesa di valere, nel peso delle sue responsabilità. Per queste ragioni la democrazia è la cosa più umana e più vera che si possa immaginare, la più espressiva dello spirito di libertà del cristianesimo. Ma nell’atto che si presenta così, la democrazia appare come difficilissima conquista umana, che fa tutt’uno con lo sforzo quotidiano ed ansioso della vita morale»[19]. La costruzione dello Stato democratico non può essere solo enunciata. Un’articolazione democratica sempre più ampia nella società e nello Stato diverrà l’obiettivo politico maggiore di Moro quando sarà ai vertici della DC dal 1959 in poi. Ancora nella primavera del 1947, nell’imminenza della crisi del tripartito, è di sommo interesse il «severo esame di coscienza» che fa circa l’avanzamento del terreno democratico dopo circa due anni dalla liberazione. Egli inizia con l’annotazione che «la sorte della democrazia è nelle nostre mani. Che essa si salvi non solo, ma si consolidi e si sviluppi, dipende da noi, dalla nostra fiducia, dalla nostra lungimiranza, dalla nostra fortezza, dal nostro spirito cristiano. Senza un impegno di tutti gli uomini […] quella salvezza non è possibile». Moro guarda a un bilancio complessivo, ma gli preme soprattutto evidenziare cosa sia mancato da parte cristiana in «fiducia e collaborazione». Fa delle considerazioni amare per gli ambienti cattolici. Infatti precisa: «Fiducia e collaborazione di noi, uomini e cristiani, sono troppe volte mancate. La democrazia ci è sembrata cosa estranea o incapace di essere influenzata da noi, rimessa alle istituzioni, alle leggi, all’azione decisiva di alcuni particolarmente responsabili. O è apparsa essa come un elemento accessorio del nostro sistema sociale». Pur rimanendo nell’ambito teorico, della democrazia sociale, Moro entra nella complessa questione interna che contribuiva a corrodere i rapporti tra i partiti italiani nella primavera 1947: cioè quanto far partecipe il mondo dei lavoratori degli effetti positivi della ricostruzione del paese. «Questa crisi – rileva il giovane Costituente – che va corrodendo l’ordinamento democratico e le strutture sociali del nostro paese può essere vinta soltanto da una volontà operosa, che, evitando gli orrori del passato, offra alla urgenza e alla gravità della situazione il rimedio di uno straordinario impegno di fiducia e di collaborazione. […] La crisi della democrazia dipende anche dalla superficialità e dalla formalistica faciloneria di talune correnti convinzioni, che ne esauriscono la sostanza più profonda e umana. Se è rischioso il passaggio da una democrazia politica ad un’altra sociale, se v’è il pericolo che questa sia […] un indebito ed inumano soffocamento di alcuni essenziali valori di libertà, è certo però che questa è una prova necessaria cui la democrazia va incontro». Quello che prospetta ai cattolici è un impegno preciso nel far sì che la democrazia politica sia anche democrazia sociale per soddisfare tutte le esigenze di giustizia proprie dell’essere uomo: «Noi cristiani più degli altri dovremmo sentire la necessità di dare alla democrazia un completo e concreto contenuto di operante solidarietà, mentre troppo spesso limitiamo le nostre cure e la nostra fiducia soltanto alle fredde e rigide linee di una democrazia puramente politica. […] Senza che diventi sociale, la democrazia non può essere neppure umana, finalizzata all’uomo cioè con tutte le sue risorse e le sue esigenze. Se essa resta strettamente politica, angustamente politica, questo raccordo con l’uomo, ch’è per il cristiano ragione essenziale di accettazione, diventa estremamente difficile e, ove pure risultasse stabilito, si rivelerebbe effimero e poco costruttivo. La democrazia è un tutto con molteplici interferenze […] Sarebbe grave colpa per i cristiani creare il mito della democrazia politica, la quale è la premessa indispensabile, la base del sistema, ma non è tutta la democrazia, ch’è regime di libertà non solo, ma di umanità e di giustizia»[20].

Queste note sulla democrazia sociale ci danno in pieno l’apertura culturale del personaggio Moro, ma anche quanto sia solido, organico il suo umanesimo; esse si coniugano con altre note di approfondimento riguardanti la concezione cristiana del lavoro, ma anche il ruolo degli uomini di cultura. Il saggio sulla concezione cristiana del lavoro viene pubblicato su “Studium” nel primo numero del 1945. Ci interessa per alcune idee di carattere generale. Mentre la guerra sta volgendo al termine, Moro ritiene che sul problema sia necessario un «esame di coscienza» per «capirci meglio» tra i dirigenti e per «adeguare la prassi a questa comprensione»[21]. Egli sa bene la forza espansiva dei movimenti di ispirazione socialista, basata sulla capacità di rappresentare il mondo del lavoro. E dato che conosce bene anche come il lavoro e il lavoratore siano centrali nel mondo cristiano, contesta la presunta alternatività tra civiltà cristiana e civiltà del lavoro[22]. In sintesi. Moro insiste sul fatto che il lavoro non è una condanna, né una pena, conseguenza del male; lavoro e vita si identificano: «il lavoro non è un agire per agire, ma un agire per vivere. Esso è naturalmente utile nella misura in cui è utile la vita»[23]; il lavoro corrisponde alla richiesta di vivere da parte della persona umana, per cui «la persona nel lavoro rivendica il diritto, afferma il dovere di vivere. Il lavoro deve essere, come produttivo, redditizio per il soggetto. La richiesta di compenso, di giusto compenso, non è cosa sulla quale si possa sorvolare […]. Un uomo che domanda di vivere ed afferma il significato economico del suo lavoro, va rispettato. Perché la vita è dono di Dio»[24]. Moro fa anche riferimento alla Rerum Novarum per rilevare il posto che i diritti e i doveri del lavoro nonché il rapporto tra lavoro e proprietà hanno nella dottrina sociale della Chiesa. A conclusione del saggio il giovane politico pone due forti ed emblematiche affermazioni: «che una civiltà del lavoro […] non può essere che cristiana»[25] e che pure «una civiltà cristiana non può che essere una civiltà del lavoro», aggiungendo, con una mossa quasi di sfida: «o, se vogliamo dire una brutta parola di moda, una civiltà proletaria»[26].

Tale attenzione di Moro al mondo del lavoro va collegata con la presa di posizione chiara, rivolta agli uomini di cultura, nel numero di maggio sempre del 1945, di schierarsi «con le forze del lavoro, forza accanto ad altre forze»[27]. L’esortazione è rivolta formalmente ai laureati di Azione cattolica, ma nell’articolo Moro chiama in causa tutta la “cultura”, cui chiede di «liberarsi da connivenze con inammissibili privilegi economici e sociali»[28] e di fare una decisiva scelta di campo, non tanto partitico quanto culturale.

Questa sommaria rassegna di taluni interventi di Moro dà già il senso delle sue idee, dei suoi ragionamenti, delle sue preoccupazioni civili e politiche. Si potrebbero ancora citare gli interventi di critica al collettivismo[29] e, invece, di accettazione dell’interclassismo[30]; o l’attenzione al riformismo e umanesimo socialista[31] nonché il dialogo che in tantissimi stelloncini dell’“Osservatorio” intrattiene con organi della stampa socialista; la critica all’“Uomo qualunque”, alla sua politica, al progetto di vita decadente e «rinnegamento della dignità umana»[32]; l’affermazione chiara della «certezza del diritto», quale «condizione indispensabile per una vita sociale ordinata»[33]; soprattutto non possono essere trascurati i suoi numerosi interventi sui problemi della nuova Costituzione, ricordando anche che con Dossetti, per conto della DC, è tra coloro che hanno un ruolo fondamentale nell’elaborazione del testo.

Nella fase di avvicinamento alle elezioni del giugno 1946 Moro sottolinea il momento decisivo, di grande responsabilità, «un momento di tensione spirituale per una costruzione che è spirituale essa pure e non giuridico-formale»[34]; nel febbraio 1947, mentre sta iniziando in Assemblea la discussione sul progetto di Costituzione, Moro ricorda che la «Costituzione delinea la struttura dello Stato […] soprattutto racchiude le intuizioni e gli orientamenti dominanti di un popolo in relazione a tutti, si può dire, i valori umani, esprime un costume morale, indica le grandi certezze sulle quali è fondata quella convivenza che ha nella costituzione il suo fondamento»[35]. Poi il 13 marzo 1947 Moro è l’oratore ufficiale per la DC sui principi fondamentali della Costituzione; nel suo intervento respinge la tesi di chi vuole una Costituzione semplicemente afascista, evidenzia che in tale fase è «in gioco tutta la civiltà del nostro paese» e che «fare una Costituzione significa cristallizzare le idee dominanti di una civiltà, significa esprimere una formula di convivenza, significa fissare i principi orientatori di tutta la futura attività dello Stato»[36]. Dopo l’approvazione dell’art. 1 scrive che la dichiarazione posta nell’articolo deve essere «salutata come soluzione cristiana di drammatici conflitti sociali e premessa di fecondi sviluppi verso una meta di giustizia, di benessere e di pace»[37]. Poi nel gennaio 1948 annota che il nuovo anno inizia «felicemente con l’entrata in vigore della nuova Costituzione che rappresenta […] il ritorno alla normalità nelle istituzioni dello Stato»; rileva che «le istanze di libertà civile e politica […] e quelle relative alla giustizia sociale […] sono armonicamente congiunte», aggiungendo un significativo giudizio sintetico: «quest’armonia è la chiave di volta di questa costituzione rigidamente democratica e arditamente sociale»[38].

Chiusa la fase dell’Assemblea costituente, Moro dall’aprile 1948 viene eletto deputato nella circoscrizione Bari-Foggia, poi riconfermato nelle legislature successive. Ancor prima di divenire segretario nazionale della DC nel marzo 1959, egli ricopre importanti cariche: nel V governo De Gasperi è Sottosegretario agli Esteri (maggio 1948 – gennaio 1950); Ministro della Giustizia (luglio 1955 – maggio 1957) nel I governo Segni, quindi Ministro della Pubblica Istruzione nel successivo Governo Zoli (maggio 1957 – luglio 1958), carica mantenuta (luglio 1958 – febbraio 1959) nel governo Fanfani formatosi dopo le elezioni politiche del 1958.

Succeduto a Fanfani alla guida della DC, con una operazione che mira a ricucire una realtà partitica frammentata e che considera Moro un segretario provvisorio che arrivasse al successivo congresso del partito, questi invece diviene, da allora, il riferimento più autorevole della politica italiana, con qualche battuta di arresto, qualche perdita di posizioni solo dopo le elezioni politiche del 1968, posizioni, però, ben preso recuperate.

Al vertice del partito e della scena politica nazionale, le sue posizioni politiche si situano sostanzialmente sul solco tracciato da Sturzo e De Gasperi per quanto riguarda «i rapporti tra partito e mondo cattolico, tra partito e sviluppo complessivo della società, tra partito e compiti dello Stato»[39]. Quella ricchezza di pensiero, quell’apertura ai problemi del mondo ma tenendo ferma l’ispirazione cristiana, che si sono viste nel periodo 1945-48, le troviamo ampliate da un’esperienza che induce Moro a puntare e credere sui valori, come ricorda in un Convegno di democratici cristiani a Roma nel maggio 1969: «Per quanto riguarda noi, siamo uomini liberi […] La nostra è una battaglia di idee e di valori che , fortunata o sfortunata che sia nell’immediato, infine intaccherà le radici di un sistema che riteniamo anacronistico e inaccettabile. Noi ci auguriamo, malgrado tutto, di non essere di fronte ad una fortezza chiusa ed imprendibile. Abbiamo, per sospingerla ad aprirsi, più che la forza, le idee ed i valori nei quali crediamo»[40].

Fin dal discorso di insediamento alla Segreteria, Moro si muove con l’intenzione di perseguire il raggiungimento del centro-sinistra, linea politica che la DC di Fanfani ha deciso di intraprendere al Consiglio nazionale di Vallombrosa nell’estate 1957, ma che nel mondo cattolico e all’interno dello stesso partito trova molte contrarietà e opposizioni. Centro-sinistra, che significa apertura ai socialisti e netta chiusura al PCI, attraverso un percorso che riesca a preservare l’unità della DC.

Centro-sinistra e unità del partito costituisce un po’ un capolavoro di Moro, date le diverse anime del partito e le difficoltà del mondo cattolico. Sia al congresso di Firenze (23-28 ottobre 1959) che al successivo di Napoli (27-31 gennaio 1962), con la sua abilità di mediazione riesce a far stemperare molti contrasti di corrente e a mandare in porto la linea di centro-sinistra, che avrebbe realizzato un allargamento delle basi della democrazia, rispecchiando così proprio la funzione storica che la DC intendeva assolvere nella società italiana.

Dopo le elezioni politiche del 1963, tocca a Moro di presiedere i governi di centro-sinistra organico con la presenza di ministri socialisti guidati da Nenni. Moro presiede tre governi di centro-sinistra tra dicembre 1963 e giugno 1968. Questo centro-sinistra organico viene alla luce dopo un dibattito protrattosi per diversi anni, che aveva suscitato nel paese molte aspettative ma anche contrasti; entra nella fase operativa mentre è in esaurimento la fase spettacolare del boom economico, seguita da momenti anche recessivi e di crescita del costo del lavoro. Talune riforme strutturali (legge urbanistica, programmazione, ordinamento regionale) non hanno quella incisività ipotizzata. La riforma ospedaliera, la legge sulle pensioni, gli aiuti all’agricoltura e altri provvedimenti non riescono a far superare la delusione che il centrosinistra non avesse corrisposto alle attese. Lo scandalo Sifar e la mancata riforma universitaria, bloccata essenzialmente dalla contestazione giovanile, influiscono anche sull’esito elettorale del maggio 1968. Appare equilibrata l’analisi di Scoppola: «processo di svuotamento dei contenuti programmatici e di sopravvivenza di un’alleanza fine a se stessa»[41]. Su Moro, Presidente del Consiglio, viene riversata la responsabilità delle mancate riforme, della poca incisività, facendo emergere la considerazione generale del centro-sinistra come grande opportunità politica mancata.

I giochi interni di corrente (quella dorotea) pongono Moro fuori dal governo, in una posizione defilata. Si è parlato anche di sbandamento di Moro dopo il ’68. Egli, dopo il silenzio dei mesi estivi, al Consiglio nazionale del partito del 21 novembre 1968 riprende a tessere le fila della politica italiana con una riflessione come al solito intelligente e profonda, con una notevole attenzione ai mutamenti in atto nella società. Parla dei «tempi nuovi [che] si annunciano ed avanzano in fretta come non mai»: esplicita che la DC debba fare una sintesi tra il nuovo che emerge e i valori che debbono essere salvaguardati. Nell’ambito di una «politica intensamente umana», Moro sollecita il partito a sintonizzarsi con convinzione sul quadro nuovo della società, «in una visione dell’uomo e della società, della libertà, della dignità, della giustizia e della pace, che si ricollega ad idealità cristiane, senza la pretesa di interpretarle in modo esauriente ed esclusivo»[42]. Nella medesima sede, cogliendo di sorpresa tutti, comunica di aver deciso di «assumere una posizione autonoma nella organizzazione interna della DC», cioè di passare all’opposizione, con la costituzione di un proprio gruppo, una corrente: la sua separazione dalla vecchia maggioranza dorotea, come precisava due mesi dopo, era un’operazione «dolorosa ma feconda», «scomporre per ricomporre, abbandonare a poco a poco il vecchio, per permettere al nuovo di nascere»[43], ma sempre attorno ai valori dell’ispirazione cristiana, della scelta popolare e democratico-personalista[44].

Quanto Moro sia convinto della capacità riformistica del centro-sinistra, emerge quando manifesta la sua contrarietà ai governi di centro, presieduti da Andreotti tra 1972 e 1973; e, non appena si presenta l’occasione, diventa il regista della ricostituzione del centro-sinistra al congresso DC di Roma del giugno 1973, che riporta Rumor alla Presidenza del governo e Fanfani alla segreteria del partito.

Intanto, dopo il ’68, la crescita di consenso del PCI induce Moro ad aprire quella che definisce «fase di una strategia dell’attenzione» verso la presenza del PCI nella realtà politica e sociale italiana. Con puntiglio precisa che si tratta non di avviare con i comunisti una comune gestione del potere, ma di dar corpo ad un serio e corretto rapporto dialettico, «il vero modo di essere della democrazia»: per quanto riguarda il rapporto con il PCI, Moro ha ben chiaro che quelle di DC e PCI sono esperienze storiche con «molte divergenze e limitate convergenze», ciascuna con «propria intuizione del mondo e propria visione dell’uomo»[45]. Entro queste coordinate Moro si mantiene anche quando il PCI di Enrico Berlinguer avanza nell’ottobre 1973, dopo i noti fatti del Cile, la proposta di compromesso storico. Dopo il referendum del maggio 1974 sul divorzio e dopo la crisi del governo di centro-sinistra di Rumor, tocca di nuovo a Moro trovare la via d’uscita dall’impasse, con un governo DC-PRI (23 novembre 1974), sostenuto anche da PSI e PSDI. Questo governo Moro (il quarto), che nasce nell’ambito delle forze politiche che sempre hanno sostenuto il centro-sinistra, risente dello scontroso travaglio dopo la crisi petrolifera e dopo l’esito del referendum, ma respinge il compromesso storico e si dichiara aperto ad un rapporto dialettico col PCI.

Quando il PSI a fine dicembre 1975 opta per la politica degli equilibri più avanzati e per il conseguente ritiro della fiducia al governo, dopo un ampio e tortuoso dibattito tocca ancora a Moro presiedere il governo (il quinto governo Moro, 12 febbraio 1976), che riceveva l’appoggio di DC e PSDI, mentre si astengono PSI, PRI e PLI e votano contro i comunisti e i missini. Moro è estremamente consapevole della fragilità del quadro politico dopo tale scelta del PSI, che si muoveva in un’ottica di alternativa alla DC. Al congresso democristiano di marzo, Moro riconosce che la politica di centro-sinistra era considerata esaurita dal congresso del PSI; che non può essere riproposta meccanicamente, ma si tratta di salvarne “il nucleo vitale”, cioè «la collaborazione di due forze popolari certamente diverse, caratterizzate da peculiari tradizioni e intuizioni, ma capaci di confluire in un disegno rinnovatore e di giustizia della società italiana». Passando a parlare del PCI, rileva che la sua evoluzione non può indurre a «considerare risolta la questione comunista»: nel respingere ancora il compromesso storico, lancia l’idea che «un serio, rigoroso e rispettoso confronto con il PCI è lo strumento necessario e anche sufficiente per garantire la dialettica democratica»[46].

Dopo le elezioni politiche del giugno 1976, che premiano DC e PCI, non ritenendo che esistano le condizioni per associare il PCI al governo, Moro favorisce la formazione di un governo monocolore democristiano, guidato da Andreotti, che si regge sulla “non sfiducia”, cioè sulle astensioni, degli altri partiti dell’arco costituzionale (6 agosto 1976).

Intanto in Parlamento si concretizza con il PCI un confronto sempre più aperto su vari punti programmatici, tanto che si arriva a formalizzare in un documento, approvato con mozione alla Camera il 15 luglio 1977, in cui i sei partiti si impegnano su tale accordo di programma a sostenere il governo: la situazione politica di fatto cambia con il passaggio dalle astensioni all’appoggio su un accordo di programma. In un bell’articolo, scritto ad aprile, Moro inquadra la situazione in una visione molto più ampia e di alto significato: «anche se talvolta profondamente divisi, anche ponendoci, se necessario, come avversari, sappiamo di avere in comune, ciascuno per la propria strada, la possibilità e il dovere di andare più lontano e più in alto. La diversità che c’è tra noi non ci impedisce di sentirci partecipi di una grande conquista umana. Non è importante che pensiamo le stesse cose, che immaginiamo e speriamo lo stesso identico destino; è invece straordinariamente importante che, ferma la fede di ciascuno nel proprio originale contributo per la salvezza dell’uomo e del mondo, tutti abbiano il proprio libero respiro, tutti il proprio spazio intangibile nel quale vivere la propria esperienza di rinnovamento e di verità, tutti collegati l’uno all’altro nella comune accettazione di essenziali ragioni di libertà, di rispetto e di dialogo. La pace civile corrisponde puntualmente a questa grande vicenda del libero progresso umano, nel quale rispetto e riconoscimento emergono spontanei, mentre si lavora, ciascuno a proprio modo, ad escludere cose mediocri, per fare posto a cose grandi»[47].

Quando sul finire del 1977 il governo Andreotti entra in crisi, poiché il PCI reclama partecipazione diretta a un governo d’emergenza ritenuto necessario dall’aggravarsi della situazione, tocca ancora a Moro tessere le fila di quel progetto che avrebbe condotto alla costituzione del governo di solidarietà nazionale (16 marzo 1978), presieduto ancora da Andreotti, in cui il PCI entra nella maggioranza ma non ha rappresentanti nel gabinetto ministeriale. É una situazione difficile, senza alternative, data l’impraticabilità di qualsiasi ipotesi di centro-sinistra. Moro, con prudenza e intelligenza, ben a conoscenza delle pressioni internazionali sia americane che sovietiche, operò per convincere i gruppi parlamentari democristiani a dare il proprio assenso all’entrata del PCI nella maggioranza ma non nel governo; per convincere il PCI che non c’erano le condizioni per una alleanza politica (il compromesso storico). L’interpretazione più plausibile è che Moro, in quella situazione di emergenza, con tutte le cautele possibili stesse operando per assicurare al paese un processo di “democrazia compiuta”, accettando il coinvolgimento graduale e temporaneo del PCI nella maggioranza, fatto che poteva costituire la premessa della legittimazione di questo partito a governare nell’ambito del gioco dell’alternanza e nel rispetto dei principi costituzionali della democrazia parlamentare.


Giancarlo Pellegrini

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NOTE

[1] R. MORO, La formazione giovanile di Aldo Moro, in “Storia contemporanea”, n. 4/5, 1983, pp. 804 e 819-820.
[2] Così scriveva don Costa nel maggio 1939 (ivi, p. 952).
[3] A. MORO, Per una iniziativa politica della Democrazia cristiana, Agenzia Progetto, Roma 1973, p.75.
[4] G.B. SCAGLIA, Introduzione. Aldo Moro dall’Azione cattolica all’azione politica, in A. MORO, Al di là della politica e altri scritti. “Studium” 1942-1952, a cura di G. Campanini, Studium, Roma 1982, p. 11.
[5] A. MORO, La funzione di “Studium”, in ID., Al di là della politica e altri scritti. “Studium” 1942-1952, cit., pp. 267-268: l’articolo fu pubblicato nel n.12 (dicembre) del 1945 a p. 369.
[6] A. MORO, Liberazione, in “Studium”, n. 1-2, 1945, pp. 1-2, ora in ID., Al di là della politica e altri scritti. “Studium” 1942-1952, cit., pp. 69-71.
[7] A. MORO, Di fronte alla Costituente, in “Studium”, n. 3, 1946, p. 65 (ora ivi, p. 95). Sull’argomento ecco qualche altra riga di commento dopo l’elezione della Costituente: «Gli avvenimenti che si sono svolti e si vanno svolgendo in Italia con ritmo incalzante esigono una compiuta e viva presenza di tutti i cittadini nella nuova storia del nostro paese. […] Partecipazione che è diritto e dovere ad un tempo; che esprime la conquistata sovranità democratica come piena affermazione di libertà ed indica ad un tempo le vie faticose e difficili, per rendere significante e feconda l’attribuzione di poteri che la travolgente evoluzione della recente storia d’Italia ha compiuto” (A. MORO, Una nuova storia, in “Studium”, n. 6-7, 1946, p. 161, ora ivi, p. 99).
[8] A. MORO, Una nuova storia, cit., (ora ivi, p. 102).
[9] A. MORO, Tra il contingente e l’eterno, in “Studium”, n. 7-8, 1945, p. 193 (ora ivi, p. 248).
[10] A. MORO, Dignità della politica, in “Studium”, n. 3, 1947, p. 101 (ora ivi, p. 291).
[11] Cfr. A. MORO, Speranza, in “Studium”, n. 12, 1947, p. 417 (ora ivi, p. 140): «visione molto vasta, molto pura, molto forte. Lavoriamo e soffriamo probabilmente non per noi, ma per chi verrà dopo di noi, per la verità che è più grande di noi, perché sia affermata e trionfi».
[12] A. MORO, Dignità delle politica, cit., (ivi, p. 291).
[13] A. MORO, Per una iniziativa politica della Democrazia Cristiana, cit., p. 73.
[14] A. MORO, Al di là della politica, in “Studium”, n. 7-8, 1945, p. 181 (ora in Al di là della politica e altri scritti. “Studium” 1942-1952, cit., pp. 81-82).
[15] Ivi, pp. 82-83.
[16] A. MORO, Annunciare la dignità di ogni uomo, in “Studium”, n. 7-8, 1945, p. 203 (ora ivi, p. 251).
[17] A. MORO, Una nuova storia, in “Studium”, n. 6-7, 1946, p. 162 (ora ivi, p. 101).
[18] A. MORO, Speranza, in “Studium”, n. 12, 1947, p. 417 (ora ivi, p. 140). All’incirca a metà di questo editoriale Moro, dopo aver precisato con il plurale maiestatis il senso del proprio impegno («Lavoriamo e soffriamo probabilmente non per noi, ma per chi verrà dopo di noi, per la verità che è più grande di noi, perché sia affermata e trionfi»), ha un’espressione, che può considerarsi profetica riguardo alla propria esistenza: «Mettiamo in conto anzi la nostra personale sconfitta, perché essa è nulla confrontata con gli ideali che il nostro sacrificio deve salvaguardare».
[19] A. MORO, Vera e falsa democrazia, in “Studium”, n. 3-4, 1945, p. 80 (ora ivi, pp. 239-240).
[20] A. MORO, Democrazia integrale, in “Studium”, n. 4, 1947, pp. 113-114 (ora ivi, pp. 124-127).
[21] A. MORO, Concezione cristiana del lavoro, in “Studium”, n. 1-2, 1945, p. 3 (ora ivi, p. 169).
[22] Cfr. ivi, p. 170.
[23] Ivi, p. 175.
[24] Ivi, p. 176.
[25] Precisando: «Ché cristiana è la rivendicazione dell’intimità dell’uomo, cristiano il principio della responsabilità morale, cristiana l’idea di un nesso sociale infrangibile, cristiana […] l’idea della giustizia» (ivi, p. 181).
[26] Precisando: «Ché il lavoro è la concretezza vibrante della vita, atto operoso, certissimo di amore» (ibidem).
[27] A. MORO, Decisioni, in “Studium”, n. 5, 1945, p. 114 (ora ivi, p. 75). Testo preciso: «la decisione che si attende da noi oggi è di essere schierati con le forze del lavoro».
[28] Ibidem.
[29] A. MORO, Presenza spirituale, in “Studium”, n. 10, 1946, pp. 265-266 (ora ivi, pp. 107-109).
[30] A. MORO, Il senso dell’interclassismo, in “Studium”, n. 10, 1946, p. 289 (ora ivi, pp. 277-278).
[31] In una bella recensione al dramma di Silone, Ed egli si nascose (in “Studium”, n. 6, 1945, pp. 166-167, ora ivi, pp. 190-196), Moro, approfondendo il vissuto dei personaggi descritti da Silone, accenna al problema dei rapporti tra cristianesimo e socialismo, indicando – in questa occasione come in altri interventi nella rivista – la convergenza di taluni indirizzi ideali.
[32] A. MORO, Contro l’“Uomo qualunque”, in “Studium”, n. 9, 1945, p. 266 (ora ivi, pp. 255-256).
[33] A. MORO, La certezza del diritto, in “Studium”, n. 5, 1947, p. 158 (ora ivi, p. 295).
[34] A. MORO, Di fronte alla Costituente, in “Studium”, n. 3, 1946, pp. 65-66 (ora ivi, p. 95).
[35] A. MORO, Spunti sulla Costituzione, in “Studium”, n. 2, 1947, pp. 33-34 (ora ivi, p. 116).
[36] Per l’esame dell’attività di Moro alla Costituente cfr. U. DE SIERVO, Il contributo alla Costituente, in Cultura e politica nell’esperienza di Aldo Moro, a cura di P. Scaramozzino, Giuffrè, Milano 1982, pp. 79-122.
[37] A. MORO, Sull’art. 1 della Costituzione, in “Studium”, n. 4, 1947, p. 128 (ora ivi, p. 294).
[38] A. MORO, Inizio, in “Studium”, n. 1, 1948, pp. 1-2 (ora ivi, pp. 142-143).
[39] S. FONTANA, Moro e il sistema politico italiano, in Cultura e politica nell’esperienza di Aldo Moro, cit., p. 182.
[40] A. MORO, Una politica per i tempi nuovi, Agenzia Progetto, Roma 1969, p. 152.
[41] P. SCOPPOLA, La repubblica dei partiti, Il Mulino, Bologna 1991, p. 352.
[42] A. MORO, Una politica per i tempi nuovi, cit., pp. 5-33.
[43] Intervento al Consiglio nazionale del 18 gennaio 1969 (ivi, p. 45).
[44] Cfr. R. RUFFILLI, L’ultimo Moro: dalla crisi del centro-sinistra all’avvio della Terza fase, in Storia della Democrazia Cristiana. IV. Dal centro sinistra agli “anni di piombo”, Cinque Lune, Roma 1989, p. 324.
[45] A. MORO, Una politica per i tempi nuovi, cit., p. 54.
[46] G. GALLONI, 30 anni con Moro, Editori riuniti, Roma 2008, pp. 197-198.
[47] “Il Giorno”, 10 aprile 1977.