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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

giovedì 10 febbraio 2011

Un'opera lirica sulla prigionia di Aldo Moro

Aldo Moro canta la sua tragedia con voce di baritono. Succede a Parigi giovedì, per la «prima» assoluta di Moro, opera da camera di Andrea Mannucci su libretto di Marco Ongaro. Nulla di strano: l’opera lirica ha finalmente smesso di fare finta che il mondo sia finito nel 1920. Qualche esempio? Nixon in China di John Adams, sulla storica visita di stato di Nixon a Mao, è ormai un classico del teatro musicale e anzi è appena approdata al Metropolitan di New York. Il 17 debutterà al Covent Garden di Londra Anna Nicole di Mark-Anthony Turnage, su vita e morte di Anna Nicole Smith, la playmate che sposò un vecchio miliardario ma non visse abbastanza per godersi la vedovanza. Mettere in scena una delle troppe tragedie italiane recenti non appare quindi così eccentrico; semmai, bizzarro è che un’opera su una vicenda tanto «nostra» debutti, e in italiano, a Parigi. Già Filippo Del Corno, nel 2008, aveva portato in scena un Moro lirico, titolo: Non guardate al domani. «Ma il mio approccio - spiega Mannucci - è diversissimo. Non solo dal punto di vista musicale ma anche da quello drammaturgico».

Mannucci & Ongaro sono ormai una coppia collaudata. Moro è il loro terzo titolo lirico, dopo Il cuoco fellone e Kiki de Montparnasse, un’opera buffa e una biografia. Non bisogna pensare a un resoconto in presa diretta del rapimento, della prigionia, del «processo» e infine dell’assassinio di Moro: «A me - dice Ongaro - interessava ritrovare, al di là del melodramma, la tragedia. E poche vicende contemporanee lo sono come quella di Moro, un potente privato del potere e alla fine della vita. Non volevamo e forse nemmeno potevamo far cantare Paolo VI o i brigatisti, ma raccontare l’agonia di un uomo». Quindi Moro è visto nella solitudine angosciosa del covo delle Br, mentre duetta con un soprano-Cassandra e un tenore-Angelo che rappresentano rispettivamente la cultura laica e quella religiosa: «Tutto stilizzato come in una tragedia classica - aggiunge Ongaro -. Diciamo che abbiamo fatto il contrario di quel che va di moda oggi a teatro, dove si danno ambientazioni contemporanee a vicende classiche, tipo l’Eracle-agente di borsa che ho appena visto alla Comédie-Française. Noi invece prendiamo un fatto storico e ne facciamo una tragedia classica. Come, del resto, ha fatto Bellocchio nel suo film». L’elenco delle fonti di Ongaro è impegnativo: «Le lettere dello statista, il libro di Miguel Gotor sulla sua vicenda e la Nascita della tragedia di Nietzsche». Prima le parole e poi la musica: «L’inizio è violento - così Mannucci racconta la sua partitura -. Ma man mano che Moro accetta la sua sorte la musica sembra piegarsi su se stessa». Soggetti contemporanei per l’opera contemporanea: moda o necessità? Mannucci non ha dubbi: «Necessità, anche di recuperare un ruolo "sociale" che noi compositori di oggi abbiamo perduto. E di dare dei contenuti alla musica che scriviamo».

Appuntamento nella chiesa (calvinista) di Batignolles per una produzione di una compagnia che si chiama Opéra de Poche, «opera tascabile»: tre cantanti, orchestra da camera, regista Luigi Cerri, direttore l’emergente Andrea Battistoni, patrocinio dell’Istituto italiano di Cultura di Parigi e della Dante Alighieri. Ma perché Moro a Parigi? «Me lo chiedo anch’io - sospira Ongaro -. Avevo proposto l’opera in Italia e in particolare a Verona, che è la mia città e dove c’è un ente lirico, già tre anni fa, per il trentennale della tragedia. In Italia non abbiamo avuto risposte; in Francia sì. E’ un’opera "piccola", lunga un’ora e con un organico da camera, adatta a questi tempi di crisi e ristrettezze. Però a Verona debutteremo il 12 marzo, grazie al vescovo che è venuto a sapere dell’opera, ha voluto leggere il mio libretto e ha deciso di rappresentarla in Cattedrale per aprire la Quaresima. In Francia il nostro Moro va in scena in un tempio protestante, in Italia in una cattedrale cattolica: mi sembra significativo. E molto bello».

di Alberto Mattioli
www.lastampa.it

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