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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

martedì 26 luglio 2011

Imposimato: la verità è vicina, riaprire le indagini. Gladio sapeva

Sull’ADNKRONOS troviamo una dichiarazione di Ferdinando Imposimato, dal 1978 al 1984 giudice istruttore del processo Moro:’”Un ‘commando’ era pronto a liberare Moro. Ma all’ultimo minuto è arrivato l’ordine di abbandonare l’operazione”. Tra l’8 e il 9 maggio 1978 era stato preparato un blitz militare per liberare Aldo Moro, tutto era preparato, infatti era stato ispezionato persino l’appartamento sopra a quello in qui il noto statista era sotto sequestro ma all’ultimo istante è giunto un contro ordine e l’operazione bloccata, sembra addirittura che il blocco sia giunto mentre gli uomini fossero quasi pronti ad agire in via Montalcini, 8. La pista sembra legare a doppio filo il caso Moro con Gladio.

Teoria già più volte analizzata infatti è oramai storia che l o stabile in cui si trovava Moro fosse stato perquisito il 18 marzo, pochi giorni dopo il rapimento, su segnalazione di una vicina di casa che aveva sentito dei rumori anomali, simili al codice Morse,(atti commissione di inchiesta parlamentare) ma essendo allora l’appartamento vuoto, gli agenti non potevano controllare. Cosi come è oramai storia che nella relazione di minoranza della commissione di inchiesta sulla Loggia P2, viene fatto notare che il vice capo della Squadra Mobile romana, il dott. Elio Cioppa, colui che aveva effettuato questa prima perquisizione, poco tempo dopo l’uccisione di Moro venne promosso a vicedirettore del SISDE, guidato allora dal generale Giulio Grassini, risultato tra gli iscritti alla P2, e pochi mesi dopo anche Cioppa sarebbe entrato a far parte della loggia massonica.(atti commissione parlamentare) Senza poi dimenticare la testimonianza di Lucia Mokbel, ufficialmente studentessa universitaria di origine egiziana che conviveva con il suo compagno Gianni Diana, viene indicata in diverse inchieste giornalistiche come rivelatasi poi essere impiegata come informatrice dal SISDE o dalla polizia( fatto descritto nei testi di Sergio Flamigni) . Le dichiarazioni di Imposimato ora sembrano ripercorrere quelle piste già battute. Attualmente Ferdinando Imposimato, è il legale di Maria Fida Moro, parte offesa nel processo sulla strage di via Fani e il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, e, strenuamente si oppone alla richiesta di archiviazione, chiedendo la prosecuzione delle indagini. E’ Imposimato che ha spiegato allADNKRONOS : “‘La verità sul caso Moro è più vicina e vogliamo conoscerla, anche per onorare la memoria dei martiri di via Fani. Senza paura e con fiducia nella giustizia. Ma non c’è giustizia senza verità. La vicenda Moro si riapre perché esiste una denuncia fatta da un brigadiere della Guardia di Finanza, G.L., che appare persona attendibile. E’ stato militare dei bersaglieri presso il Battaglione Valbella, di stanza ad Avellino, insieme ad altri 40 commilitoni. Una parte di questi fu portato a Roma, con lo scopo di liberare un ‘importante uomo politico’. Tutti i fatti dice il legale, accadevano durante il sequestro Moro, dopo il 20 aprile 1978, data in cui i militari del ‘commando’ sarebbero arrivati a Roma.Continua Imposimato ”Quando ho letto la denuncia che mi fu consegnata dallo stesso brigadiere il 7 ottobre 2008 in presenza di altri due sottufficiali inviati da un colonnello della Finanza di Novara, sono rimasto perplesso, data la gravità delle affermazioni del brigadiere, e ho detto che senza avere dei riscontri al suo racconto, quella storia non poteva essere credibile. Spiegai loro che non ero in grado di fare una verifica, anche perché -mi fu riferito dal sottufficiale- nel frattempo il Valbella era ‘scomparso’, smantellato. Penso che questo Battaglione Valbella poteva essere una struttura di Gladio. Ritengo ci sono tutti gli elementi per fare ulteriori indagini, oltre quelle svolte puntualmente dalla procura della Repubblica di Roma e dalla procura di Novara”.

Imposimato po, ”sottolineai anche che bisognava identificare i commilitoni che secondo il brigadiere avevano partecipato alla missione nella capitale. Ho quindi consegnato la denuncia al procuratore aggiunto della Repubblica di Roma, Pietro Saviotti, il 20 novembre 2008, per chiedere una verifica delle circostanze riferite dall’uomo. Ho chiesto che il brigadiere G.L. fosse sentito e di essere informato in caso di una eventuale archiviazione. Allo stesso tempo ho cercato, tra altri atti di cui ero venuto in possesso regolarmente, riguardanti un’altra richiesta di archiviazione disposta dal gip, eventuali conferme o smentite al racconto del sottufficiale della Guardia di Finanza. E ho letto anche gli atti della commissione stragi riguardanti l’inchiesta su Gladio”. L’ex giudice continua la dichiarazione sottolineando ”Ho poi esaminato gli atti regolarmente da me acquisiti su autorizzazione del gip di Roma, che riguardavano sia la vicenda di Pierluigi Ravasio, ex carabiniere paracadutista, che prima aveva parlato, per poi ritrattare, di un mancato intervento per impedire il sequestro Moro, e del colonnello Camillo Guglielmi, presente in via Fani la mattina del 16 marzo ’78. Ho analizzato anche i documenti che riguardavano Nino Arconte, che aveva compiuto una speciale missione per andare in Libano e prendere contatti con un agente speciale, in vista della liberazione di Moro. Arconte ha prodotto un documento che è stato ritenuto falso dagli investigatori, ma che io invece reputo fondamentale sottoporre a una perizia tecnico-grafica per stabilirne l’autenticità o meno”. ”Altro elemento che ho acquisito -rimarca il legale di Maria Fida Moro- riguarda la presenza a Roma della Sas, Special Air Force inglese, durante il sequestro dello statista della Democrazia cristiana. Secondo Francesco Cossiga, allora ministro dell’Interno, doveva essere impiegato per la liberazione di Moro. Un riscontro alle dichiarazioni del brigadiere della Guardia di Finanza, che non può aver tratto questa ricostruzione dal mio libro ‘Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro. Il racconto di un giudice’, né può aver preso dagli atti dei processi che non fanno in alcun modo riferimento alla presenza di agenti inglesi nella vicenda Moro”. ”Il brigadiere G.L. -spiega Imposimato- viene a sapere che la sua presenza a Roma, insieme ad altri militari, anche stranieri, era finalizzata alla liberazione di questo ‘importante uomo politico’. A Roma questa presenza si protrae per 15-20 giorni. Era stato loro detto che l’operazione doveva essere fatta l’8 o il 9 maggio 1978, e avevano capito che lì c’era Moro. Anzi, uomini di questo ‘commando’ erano stati anche portati in via Montalcini, in un altro edificio vicino a quello in cui era stata individuata la prigione del politico Dc”. Il sottufficiale, sottolinea l’ex giudice, ”sostiene di aver visto anche la famiglia che abitava nell’appartamento sovrastante quello in cui era prigioniero Moro. Ma l’8 maggio arriva un ‘ordine superiore’: il blitz viene annullato e tutti gli agenti e i militari devono tornare nelle strutture di origine”. La cosa non è indolore: ”Nel momento in cui i militari vengono a sapere che l’operazione era stata annullata -spiega Imposimato- hanno una reazione perché avrebbero voluto liberare l’ostaggio. Fu detto loro di dimenticare quello che era successo. E calò il silenzio su tutto”. Ma ”non è finita”, incalza l’ex giudice. ”A mio avviso -spiega- bisogna eliminare qualunque tipo di segreto di Stato sulla vicenda. Un segreto che, invece, è stato posto dall’autorità militare all’elenco dei commilitoni del brigadiere. Occorre poi interrogare gli altri uomini del ‘commando’, nel contraddittorio delle parti, come previsto dall’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dall’art. 111 della Costituzione. E bisogna sentire anche tutti i vertici di Gladio per conoscere la sua reale struttura, e se sia possibile che di essa abbiano fatto parte soldati dell’esercito o di altre forze armate, oltre agli agenti del Sismi”.”L’obiettivo -rimarca Imposimato- è capire se era possibile salvare Moro durante la sua prigionia, con un blitz analogo a quello che scattò per liberare il generale Dozier, senza cedere al ricatto delle Brigate Rosse”. ”Ero e sono d’accordo -precisa l’ex giudice- con la linea della fermezza e con quello che ha detto il Presidente Cossiga, ma prova di maggior fermezza sarebbe stato intervenire ‘manu militari’ per liberare Moro”. ”E’ questa -rimarca il legale di Maria Fida Moro- la pagina che manca e che la famiglia dello statista e direi tutta l’Italia, attende di conoscere per sgomberare il campo da ogni dubbio su quella che, per dirla con il Presidente Ciampi, è stata la più grande tragedia che ha colpito il Paese dalla nascita della Repubblica”. E a chi gli chiede perché Moro doveva morire, Imposimato replica: ”Perché il suo progetto politico era in contrasto con la strategia dell’America e dell’Unione Sovietica. Gli americani non potevano accettare un governo con i comunisti né i sovietici consentire il dialogo comunisti-cattolici, perché questo avrebbe scardinato il ‘modello’ dell’Est”. A distanza di 33 anni dall’omicidio Moro, conclude Imposimato, ”bisogna avere il coraggio di accettare degli aspetti che non erano conosciuti dagli inquirenti al tempo delle indagini. Ma ora la verità è più vicina”.


Fonte

http://mediterranews.org/?p=2206

sabato 23 luglio 2011

Aldo Moro con Padre Pio

Posto questa bellissima foto di Moro con Padre Pio.

mercoledì 6 luglio 2011

Omicidio Aldo Moro, la pista dei Servizi portò sul Titano

Posto questo articolo di Saverio Mercadante pubblicato dal sito www.sanmarinofixing.com.

San Marino nell’ambito delle indagini dopo il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro finì sotto il mirino dei servizi segreti italiani sulle tracce di Dario Fo, Franca Rame, l’avvocato Tina Lagostena Bassi e suo marito, considerati in qualche modo vicini “all’indotto” del terrorismo italiano. Il 16 marzo 1978 un commando delle Brigate Rosse in via Fani a Roma rapisce Aldo Moro e con geometrica potenza di fuoco uccide i 5 agenti della scorta. Per l’intelligence italiana furono mesi di grandissima confusione e di enorme attività che portarono le spie italiane sulle piste più diverse. Quella del terrorismo giapponese, addirittura, come quelle del terrorismo palestinese e tedesco. Si sospettava di tutti e di tutto. Anche di Sereno Freato, il segretario particolare di Aldo Moro: i Servizi supponevano che fosse il postino delle famose lettere di Aldo Moro fatte arrivare alla stampa dal carcere del popolo delle Brigate Rosse. Di quei giorni terribili che rischiarono di schiantare lo Stato italiano e causarono divisioni terribili nei partiti e nella società italiana, e che lasciarono strascichi personali e politici che ancora si fanno sentire, arrivano ora testimonianze dirette dalle migliaia di rapporti degli 007 italiani che la Presidenza del Consiglio con encomiabile trasparenza ha consegnato all’Archivio centrale dello Stato. Nei documenti declassificati prodotti dai servizi segreti italiani durante il sequestro e dopo la morte di Aldo Moro, pubblicati la scorsa settimana in parte su La Repubblica, quello che più salta agli occhi è l’assoluta mancanza di certezze da parte degli investigatori italiani. Ipotizzarono, per esempio, che Renato Curcio non poteva essere la mente del sequestro, ma sospettarono fortemente del leader dell’Autonomia Operaia Toni Negri, a tal punto che Francesco Mazzola, sottosegretario alla Difesa con delega ai Servizi, invita il Generale Santovito ad acquisire gli elenchi di tutti gli studenti che hanno frequentato le lezioni del professore padovano. Mazzola ipotizzava il fatto che alcuni di questi fossero passati in clandestinità, specialmente, “se mancano le loro foto in segreteria”. Le indagini, a più di un anno dal ritrovamento del corpo del presidente della Democrazia Cristiana nella Renault 4 rossa in via Caetani a Roma, tra la sede della DC e quella del PCI, continuarono senza sosta e coinvolsero anche San Marino.

Il Titano in una velina dei servizi segreti

In una velina dei Servizi dell’8 maggio 1979 resa pubblica dalla Presidenza del Consiglio proprio in questi giorni si legge: “Diverse emittenti libere radio e tv della sinistra rivoluzionaria di varie città, costituite come società a San Marino, godono di finanziamenti ingenti provenienti da canali sconosciuti, che consentono loro di sopravvivere data la assoluta mancanza di altri introiti palesi. Sovrintenderebbero al giro, senza apparire Dario Fo e Franca Rame, l’avvocato Tina Lagostena Bassi e il marito esperto di tecnica bancaria. I coniugi Lagostena vengono seguiti nei loro spostamenti. Hanno un ingente conto in banca a San Marino. Hanno compiuto un viaggio a Cracovia da dove si sarebbero spostati in Cecoslovacchia, grazie a un visto concesso dalle autorità consolari cecoslovacche in Polonia”. L’avvocato Tina Lagostena Bassi era stata l’avvocato nel processo del massacro del Circeo ad opera di tre neofascisti. Dario Fo e Franca Rame erano vicini a Soccorso Rosso, struttura organizzativa italiana che negli anni di piombo forniva assistenza legale e monitoraggio delle condizioni carcerarie dei militanti della sinistra extraparlamentare in carcere o latitanti. In una precedente velina del Sisde del 20 gennaio del 1979 si affermava che “due sospetti brigatisti, Alessio Floris e Rosolino Paglia, avrebbero avuto contatti con Franca Rame per organizzare spettacoli a fini di finanziamento delle Brigate Rosse”.

Il ricordo di Gabriele Gatti

“In quel maggio del 1978 (Moro venne ritrovato il 9 maggio, ndr) ci furono le elezioni a San Marino e io mi candidavo per la prima volta”. Gabriele Gatti, storico leader della Democrazia Cristiana sammarinese ricorda quei mesi tragici di più di trent’anni fa: “I dirigenti delle Dc di allora erano Federico Bigi, Clara Boscaglia, Gian Luigi Berti. Era caduto un governo DC-PSI. E le sinistre vinsero quelle elezioni che si tennero un paio di settimane dopo la morte di Moro. Nel mezzo della campagna elettorale ci fu questo fatto gravissimo. Organizzammo subito una grande manifestazione, oceanica. La situazione era drammatica sembrava che ci fosse un vero pericolo per lo stato democratico italiano. Le Br erano al loro apice nella lotta contro lo Stato. Allora c’erano rapporti molto stretti specialmente con Forlani e Andreotti. Io non conobbi mai Aldo Moro personalmente. Lo aveva incontrato Giancarlo Ghiroldi; era il segretario di Stato uscente per gli affari esteri”. “Che io sappia – prosegue Gatti - non ci sono mai stati rapporti tra le polizie dei due Stati in relazione al rapimento Moro. E devo dire che non ho mai saputo nulla di questo intervento dei Servizi segreti a San Marino. Forse influì il fatto che c’era un governo delle sinistre. Vi erano molte polemiche su un presunto rapporto con l’Unione Sovietica”. Francesco Cossiga era a suo tempo il ministro degli interni: uscì traumatizzato e incanutito precocemente da quella tragedia. “Da presidente della Repubblica ebbe rapporti frequenti con San Marino. Ma lui grande conversatore che parlava volentieri delle Br e degli anni di piombo, quando si parlava di Moro cambiava radicalmente umore. Si vedeva che era una vicenda che lo aveva segnato, ferito. Non si dava pace per non averlo salvato”. “C’era un ferreo segreto bancario allora - conclude Gatti - e non credo che ci fu un qualche tipo di collaborazione. A mio avviso, mi sembra plausibile, che ci fu una iniziativa diretta dei Servizi italiani”.