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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

domenica 20 novembre 2011

DC: RICCARDI, PRESERVARNE L'ANIMA E IL PATRIMONIO IDEALE

La storia della Dc e' la storia di molti ''volti'' della societa' italiana del '900. Una storia legata nel suo evolversi alla chiesa e al mondo cattolico che indubbiamente ha segnato, nel bene e nel male, la crescita dell'Italia, sconomicamente, politicamente e socialmente, ma che nella sua forma e struttura e' storia passata, legata appunto al secolo scorso. Ma tutto e' passato? Tutto e' alle nostre spalle? Ormai inattuale? Sono questi gli interrogativi di fondo della relazione ''La Dc, la Chiesa e il mondo cattolico'' svolta stamane alla mostra ''Democrazia cristiana per l'Italia unita'' allestita al Tempio di Adriano (Piazza di Pietra a Roma) dal neoministro Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunita' di Sant'Egidio.

E la risposta di Riccardi che ovviamente storicizza l'esperienza democristiana, e' che non tutto e' relegabile al secolo trascorso: Quello che e' importante e' preservare l'anima, il patrimonio ideale della Democrazia Cristiana. Per questo io apprezzo tutti e dico a tutti: stiamo vicini''.

Riccardi, che ha tratteggiato i momenti salienti della storia della Dc, e del suo legame essenziale e irrinnciabile col mondo cattolico, ha focalizzato l'attenzione sull'opera di elevazione culturale e politica dei cattolici italiani da parte della Dc e in particolare grazie all'impostazione di laicita' e di autonomia (dalla gerarchia ecclesiastica) voluta da Alcide De Gasperi.

''Un grande problema -spiega Riccardi- si parava innanzi al fondatore della DC: il sentire politico dei cattolici. Non che mancassero del senso di una societa' complessa, che veniva da lontano. Ma gli antifascisti erano non tanti.

Parecchi erano divenuti afascisti. Cresciuti fuori da una logica democratica, poco sensibili al pluralismo (che avrebbe messo sullo stesso piano verita' e errori nella vita pubblica), preoccupati del comunismo, i cattolici erano incerti. Il comunismo era la preoccupazione centrale di Pio XII, l'ultimo del Vaticano a tenere negoziati (falliti) con i sovietici (a Berlino nel 1928 con Cicerin). Dopo la vittoria, i regimi dell'Est mostravano un atteggiamento persecutorio verso la Chiesa.

Il comunismo era per Pio XII un nuovo islam conquistatore e sradicatore della religione. La scomunica dei comunisti, comminata nel 1949 dal Sant'Uffizio, esprime la realta' di uno scontro epocale e irriducibile. Le elezioni democratiche non avrebbero portato il PCI al potere? Se si sfoglia ''La Civilta' Cattolica'', organo ufficioso del Vaticano, di orientamento per i dirigenti cattolici, si vedono molte riserve: Stato forte e democratico vuol dire anche mettere ai margini o fuori legge le forze che potrebbero minacciare la democrazia. Le masse cattoliche, plasmate dal sistema educativo e propagandistico del regime, preoccupate dal comunismo, non avevano una cultura politica. E' un aspetto dimenticato''.

''Per De Gasperi -spiega Riccardi- la DC e' decisivo e pacificante per l'Italia l'ingresso nella democrazia di una parte importante del paese: le masse cattoliche, la Chiesa e le sue organizzazioni.

A questo livello opera il Sostituto Montini, non solo formatore di leve cattoliche, ma decisivo per accreditare in Vaticano e presso Pio XII la DC degasperiana come unico partito dei cattolici, che puo' opporsi validamente al PCI.

Guadagna il consenso di papa Pacelli, sensibile all'unita' cattolica''.

In sostanza, col passare degli anni, secondo Riccardi, si conferma per i cattolici l'esistenza di una classe dirigente politica che si affianca alla gerarchia ecclesiastica che fino a quel tempo era la sola a confrontarsi con lo Stato in nome del mondo cattolico.

''Partito italiano, figlio della Chiesa, forza unitiva, la DC -dice Riccardi- crea una classe dirigente politica, che si affianca a quella ecclesiastica. Allora l'Italia ha due classi dirigenti cattoliche: i vescovi e, contigui, i democristiani che rivendicano autonomia nella gestione della cosa pubblica. Questo non sara' piu' dopo il 1994, quando il cattolicesimo italiano, non piu' politico, avra' una guida solo ecclesiastica. La stessa cultura democristiana conoscera' una damnatio memoriae, come la sua esperienza politica''.

''I democristiani -afferma Riccardi nella sua relazione- difendono la laicita' della politica di fronte alle autorita' ecclesiastiche, anche se sono portatori di sentire analogo.

Se i vescovi talvolta criticano la DC, non hanno alternative e la sua unita' e' per loro irrinunciabile. Si puo' parlare di laicita' democristiana? Jemolo, cattolico liberale, afferma che l'Italia ha un profilo confessionale. L'ossequio alla Chiesa e' generale. La figura del papa ha una presa particolare. Lo notava maliziosamente il generale De Gaulle, dopo un'udienza con Pio XII in cui aveva perorato la causa della monarchia italiana: restare l'unico sovrano nella penisola non spiaceva al papa. L'esistenza di un grande partito cattolico che permea lo Stato e' infatti una grande garanzia per la Santa Sede, ben piu' dei Patti lateranensi.

C'e' una confessionalita' della Repubblica che riconosce come il cattolicesimo sia una realta' particolare italiana. Ma c'e' anche una laicita' democristiana che rivendica la responsabilita' politica rispetto al mondo ecclesiastico. I democristiani garantiscono la Chiesa, questa li vota per una politica che loro autonomamente decidono, in un'Italia laica e repubblicana che e' anche nazione cattolica.

La DC degli 'anni dell'onnipotenza' -prosegue Riccardi citando Mario Rossi- e' parte del mondo cattolico. Un grande blocco, mai monolitico, perche' segnato da storie e spiritualita' differenti, da interessi e ambienti diversi.

Tuttavia blocco unitario: nella Chiesa, ma anche nella DC. De Gasperi non vuole un partito pesante, ma uno scambio vitale con il mondo cattolico. Il popolo cattolico, a livello locale, ha intimita' di vita e interessi con i democristiani. Partito di cattolici differenti: popolari come Scelba o Piccioni, riformatori come Dossetti e Lazzati, utopisti come La Pira, antifascisti come Taviani, realizzatori come Fanfani, visionari come Moro, un ''cardinale esterno'' come Andreotti, uomo del Vaticano... e tanti altri. Davvero un partito italiano, quindi cattolico e complesso''.

Nella sua esposizione Riccardi, dopo De Gasperi (e Montini) si sofferma su un altro cardine della storia dc, Aldo Moro portatore di una evoluzione politica stroncata con la sua uccisione. Un Moro che aveva avvertito il mutare della storia e la perdita di passo (culturale e politico) del partito a cui meditava di porre rimedio con un'evoluzione coraggiosa in termini istituzionali e di collaborazione politica con quelli che erano fino ad allora stati definiti piu' nemici che avversari.

''Moro -spiega Riccardi- sente arrivare una delegittimazione per un partito pur forte del potere: la DC e' logorata -dice- anche da una stampa ''unanime nel denigrare e dichiarar(la) decaduta dal trono''. Unita' non e' parola di moda come testimonianza e autenticita'. Tramonta la cultura cattolica politica di sintesi emersa nel dopoguerra.

Almeno per parte dei cattolici. La ''rivoluzione cattolica'' ha delegittimato la DC? Sarebbe semplicistico, ma dice qualcosa di vero. Peraltro la DC, per il voto degli elettori, resta decisiva nell'Italia politica degli anni Ottanta. Ma il mondo cattolico cerca per altre strade, vicine e lontane, con una sua un'iniziativa diretta nella societa'. Oltre la DC.

Qualche volta contro''.

''Eppure l'intimita' con il mondo cattolico per la DC, in quegli anni forte e potente, e' importante, perche' il partito non e' solo potere, ma cultura e ideali. Malgrado limiti e errori, questa politica democristiana ha bisogno di cultura e anima. Laicita' non e' autosufficienza. Aldo Moro -sostiene Riccardi- e' figura centrale nella sua paziente strategia di attenzione alla complessita' esuberante del cattolicesimo. E' presente in varie occasioni cattoliche, anche informali, curioso del nuovo. Aveva difeso l'autonomia laica della politica, ma non si rassegna a una freddezza cattolica. Lui, che per i comunicati delle BR era ''il maggiore responsabile... della controrivoluzione armata scatenata dalla DC'', e' un fucino, un maturo politico che negli anni Settanta frequenta le realta' giovanili cattoliche, quella di suo figlio Febbraio '74, CL (al Palalido nel 1973) o si affaccia a Sant'Egidio.

I non lunghi anni della solidarieta' nazionale, segnati dal terrorismo, mostrano come le forze che per trent'anni si erano combattute possono collaborare insieme a livello di governo. Non sono coabitazioni forzate, ma passaggi in cui prevale la responsabilita' nazionale sulla creativita' di parte. Cosi' la sente Moro, appoggiato da Paolo VI, facendo prevalere una cultura di sintesi e collaborazione: ''gli strumenti adoperati per risolvere le crisi che spesso ci lasciavano tanti margini, non servono piu''' -dice nel 1978''.

''Dopo Moro, viene la morte di Paolo VI e l'elezione di un papa non italiano. Giovanni Paolo II non aveva intimita' con la mediazione democristiana, voleva una ripresa di presenza evangelizzante e sociale. Insisteva pero' sul fatto che la fede si deve fare anche cultura. Il mondo cattolico -dice Riccardi- procede con percorsi ecclesiali e sociali, senza piu' identificazione con il partito. Tante storie, sogni, realizzazioni. Dossetti, negli anni Novanta, scrive che la DC e' ormai un irripetibile: 'una volta in tutto l'orizzonte sidereo si e' presentata un'occasione che non si presentera' mai piu''''.

''Aveva ragione: mai le occasioni si ripetono. Ma le storie non si annullano. Oggi -conclude Riccardi- lo capiamo meglio fuori dal clima di damnatio memoriae degli anni Novanta, tipico di un'Italia che crede che le svolte debbano essere palingenetiche e traumatiche. Troppa cultura politica e' stata bruciata in questi anni, magari per paura delle ideologie. Troppo la politica e' stata solo emozioni, emotivita', contrapposizione personale. Le emozioni sembrano coinvolgere, ma poi lasciano sola la gente nel quotidiano.

Senza storia siamo perduti in questo mondo globale. Ritornare sulla storia democristiana non e' l'ora della nostalgia, bensi' la riaffermazione del valore di una cultura politica pensata, vissuta, confrontata con le altre. Ben ha scritto Giovagnoli: la cultura democristiana e' un mondo di pensieri e esperienze tra Chiesa cattolica e identita' italiana. Di questo patrimonio, Moro, nel suo ultimo discorso, dice come in un testamento: ''Quello che e' importante e' preservare l'anima, la fisionomia, il patrimonio ideale della democrazia cristiana... Per questo io apprezzo tutti e dico a tutti: stiamo vicini''.

da www.asca.it

giovedì 17 novembre 2011

Moro, ascesa e fine della Prima Repubblica

Sono passati molti anni dall' assassinio di Aldo Moro. Ma di autentici studi e ricerche sulla sua opera se ne sono scritti pochi. Ecco un motivo in più per segnalare l' impegnativa raccolta di saggi Aldo Moro nella storia dell' Italia contemporanea , appena uscita a cura della rivista «Mondo contemporaneo» (Franco Angeli, pp. 221, 26). È un tentativo a più voci di ripercorrere le fasi principali della presenza di Moro sulla scena politica fin dall' immediato dopoguerra, quando - rispetto a chi insiste a porre in luce il suo giovanile «dossettismo» - altri, come qui Piero Craveri, spiegano perché la posizione di Moro dev' essere intesa «più omogenea a quella degasperiana». Non solo: rispetto a quanti sostengono che - almeno fino agli anni Sessanta - Moro aderì al «centrismo», Craveri spiega che la sua proposta poggiava piuttosto «su un' idea della "circolarità" del sistema politico», dove si fondevano «universalismo cristiano, realismo politico e storicità della società». Il che avrebbe permesso a Moro di essere «forse l' unico uomo politico italiano» che seppe compiere «una riflessione profonda sul ' 68». Si capiscono ancora meglio, aggiunge Giovanni Maria Ceci, le sue analisi preoccupate, già dall' estate del 1970, circa le possibili «involuzioni autoritarie», o addirittura le «svolte a destra» della Dc. Ma emerge altresì la lucidità di Moro nei confronti degli «opposti estremismi», compresa la minaccia del terrorismo «di sinistra». Solo così si può tentare di capire anche il conseguente approdo di Moro all' esperienza della «unità nazionale», che cambiò «i connotati dei rapporti tra le forze politiche e la natura stessa del sistema». Non solo: altri studiosi - da Michele Marchi a Francesco Malgeri a Paolo Acanfora - intervengono per affrontare aspetti della leadership «in azione» di Moro o per chiarire qualcuno dei molteplici problemi storiografici ancora irrisolti. Comunque, mi pare meritevole di segnalazione il giudizio con cui, a proposito delle esequie di Moro (compreso l' intervento di Paolo VI, così visibilmente sofferente, moralmente e fisicamente provato), Craveri non esita a concludere che «è lì, in quella basilica episcopale di Roma, che finisce simbolicamente la Prima Repubblica».

Colombo Arturo
www.corriere.it