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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

martedì 16 ottobre 2012

ALESSIO CASIMIRRI E IL CASO MORO

In Italia le cose non sono mai come sembrano.

Ad esempio, il brigatista Alessio Casimirri, condannato in contumacia dalla magistratura italiana nel 1989 per aver preso parte al sequestro e all'omicidio di Aldo Moro, noto come un irriducibile super-protetto, per eccellenza primula rossa delle Brigate Rosse, stava per fare rivelazioni importanti sui cinquantacinque giorni che cambiarono il corso dell’Italia.

Diverse fonti qualificate ci confermano che nel dicembre del 1993, alcuni agenti del Sisde con i quali aveva avviato un dialogo, sarebbero dovuti tornare in Nicaragua, dove tutt’oggi risiede, per raccogliere alcune importanti rivelazioni, “molto più importanti della questione di via Montalcini”, mandò a dire.

Componente del gruppo di fuoco del commando che rapì il presidente della Dc, Casimirri riesce subito a farla franca: scappa in Francia, viene arrestato ma può comodamente fuggire grazie ad un passaporto falso che gli dà l’identità di Guido Di Giambattista. Difficile non pensare che fosse protetto o vicino agli ambienti dell’intelligence. Si è sempre parlato, inoltre, delle coperture che gli sarebbero state garantite da ambienti vaticani e che avrebbero assicurato la sua intangibilità: non è un mistero, dunque, la sua sorte.

L’Italia ha inutilmente chiesto la sua estradizione alle autorità del Nicaragua, il piccolo paese sudamericano dove vive e lavora dagli inizi degli anni ‘80, dove si è spostato, ha figli e due ristoranti, e del quale è un regolare cittadino. Nel 2004 la corte Suprema di Giustizia del Nicaragua ha respinto la richiesta.

Classe 1957, nome di battaglia Camillo, l’ex brigatista Alessio Casimirri rimane l'unico latitante del gruppo delle Br che partecipò all'agguato di Via Fani e che rapì Aldo Moro. In questi anni abbiamo saputo ben poco di lui ma sono arrivati i suoi messaggi: avvertimenti più o meno velati che hanno contribuito a creare la sua immagine di assoluto intoccabile, custode protetto di molti segreti inconfessabili. Presentò anche una denuncia al ministro dell'Interno del suo nuovo paese e al direttore dell'ufficio per l'immigrazione nella quale spiegava di temere "azioni criminali" nei suoi confronti: “Non dimentico - aveva detto al quotidiano El Nuevo Diario - quello che ho passato negli ultimi undici anni: molti tentativi da parte della autorità italiane e diplomatici di questo paese, alcuni dei quali corrotti, di mettere in atto azioni contro la legge. Come il tentativo di sequestrarmi, narcotizzarmi mettermi in una cesta e portarmi con un pulmino alla frontiera. Ho i nomi di coloro che organizzarono questo nel 1996”. Cosa altro, se non un avvertimento?

Casimirri i suoi segreti li ha tenuti ben stretti ma il punto è che intorno al 1993 stava per cedere. Qualche lettore ricorderà che in quel periodo una missione di tre uomini del Sisde riuscì a stabilire dei contatti con lui: i tre agenti partirono alla volta di Managua ed ebbero lunghe conversazioni con uno degli uomini più ricercati d’Italia. L’operazione resta tutt’oggi avvolta dall’ombra: non si può parlare di fallimento quando di inabissamento di quel viaggio.

All’epoca, il contatto con il compagno Camillo fu relativamente facile: esperto sommozzatore, svolgeva in Nicaragua attività di pesca e ricerche subacquee. Pare che non avesse chiesto alcun aiuto economico, se non facilitazioni all’ingresso in altri paesi per poter far girare bene i suoi affari poco floridi.

L’aspetto inedito di quegli incontri è che Casimirri ammise di fronte ai suoi interlocutori di aver preso atto che qualcuno delle Br aveva ’tradito’, alludendo alla poca trasparenza dell’organizzazione brigatista e alle interferenze esterne che avevano accompagnato quella esperienza. Disse che la conferma dei suoi dubbi fu la scoperta che i vertici brigatisti avevano scelto di non dare pubblicità agli scritti di Moro, una parte dei quali fu ritrovata in un pannello del covo di via Montenevoso a Milano (ottobre 1990).

Ma i primi sospetti, secondo le nostre fonti, Casimirri li ebbe subito dopo l’assassinio di Moro. Allora fu mandato in Sardegna ad organizzare le attività nell’isola e lì, grazie al contributo degli attivisti locali, aveva messo a punto il progetto di assalto all’Asinara. Dovevano entrare in azione nell’agosto del 1979, era tutto pronto. Dopo i cinquantacinque giorni, sarebbe stata un’azione importante delle Br, un ritorno in grande stile. Casimirri era molto deciso ma arrivò l’ispezione da Roma: il capo, Mario Moretti, valutò la situazione e stabilì che non se ne faceva niente. Disse che non c’era il volume di fuoco sufficiente. Casimirri, incredulo e deluso, obbedì, spedito a continuare la sua attività illegale a Napoli, dove si portò dietro i dubbi sulla inattesa decisione e sull’uomo che l’aveva presa.

Sebbene Casimirri non sa cosa sia accaduto nelle prigioni in cui era stato tenuto il leader Dc – è stato estromesso dall’operazione subito dopo l’agguato di via Fani perché aveva subito una perquisizione - all’epoca del suo incontro con gli uomini del Sisde, uscirono sulla stampa molte indiscrezioni in base alle quali era stato proprio lui, Casimirri, ad indicare in quella circostanza il vero nome dell’ingegner Altobelli, noto nella letteratura del caso Moro come il quarto carceriere. Si disse che lo aveva identificato in Germano Maccari, sul cui ruolo, nonostante una tardiva confessione, c’è sempre stata una montagna di dubbi: arrestato nell’ottobre del 1993, una perizia calligrafica sulla firma apposta in un contratto di fornitura elettrica fu realizzata solo nel giugno del 1996. Maccari alla fine fece delle ammissioni e chiuse una vicenda avvolta da scurissime nubi.

In realtà, Casimirri non conosceva l’identità di quell’uomo: poteva solo descrivere, come effettivamente fece, l’uomo che gli fu presentato come il compagno che si sarebbe dovuto occupare degli aspetti logistici di una importante operazione – lo riconobbe nella foto di Giovanni Morbioli. Quella persona, raccontò Casimirri, doveva partire per il servizio di leva, circostanza che si sarebbe dovuta assolutamente impedire: perciò Prospero Gallinari, dopo averglielo presentato, chiese a Casimirri di interessarsi affinchè alcune sue conoscenze presso il ministero della Difesa potessero aiutarlo ad ottenere l’esonero dagli obblighi di leva - ma nulla si sa circa la conclusione di questa tentata ‘raccomandazione’.

Nella relazione ufficiale scritta dai tre agenti al ritorno del loro viaggio sulla base delle confidenze di Casimirri si legge questo: “il misterioso individuo [Altobelli] era il braccio destro di Morucci allorquando era in piedi l’organizzazione sovversiva clandestina denominata Formazioni Comuniste Armate (F.C.A.) che ebbe il suo massimo punto nell’attentato a Theodoli in via Giulia a Roma, nel 1976. All’epoca Altobelli aveva il nome di battaglia di Germano, alto circa 1,80 mt, forse più, corporatura snella, con baffetti radi (…) era particolarmente stimato per le sue ‘qualità militari’ [secondo tutti i testimoni non possedute da Germano Maccari, il quale difficilmente avrebbe scelto come nome di battaglia quello che aveva nella realtà]: Savasta [Antonio, brigatista poi pentito] in particolare ne subiva il fascino (…). Altobelli ad un certo punto va a vivere nell’appartamento di via Montalcini insieme alla Braghetti”: ma i due si innamorarono e questo fece nascere delle tensioni con Gallinari, compagno della donna, e questa sarebbe stata una delle cause che portarono alla decisione comune di far lasciare la casa ad Altobelli. “Dagli accertamenti esperiti – prosegue la relazione – l’Altobelli dovrebbe identificarsi in Giovanni Morbioli, romano….”, circostanza che trovò una conferma, come abbiamo detto, da parte di Casimirri ma che non fu mai indagata. Ancora nel 1995, il procuratore Franco Ionta ammise di non sapere se “il nome di Morbioli viene fatto da Casimirri o se vi è per così dire una sollecitazione fatta dai funzionari del Sisde ad indicare in Morbioli in quarto uomo. Questo per dire che l’attività svolta dal Sisde sul quarto uomo non avrebbe in realtà portato all’indicazione su Maccari ma su persona diversa”. Dunque quella pista non venne esplorata: c’era già in nome di Maccari in ballo, forse non si volevano interferenze?

Le circostanze rivelate da Casimirri circa il ruolo e la presunta identità dell’ingegner Altobelli, uomo legato a Morucci, devono poi essere legate ad un altro episodio riferito dall’ex brigatista rifugiato in Nicaragua: un giorno Valerio Morucci gli fece visita nel negozio che Casimirri gestiva a Roma, nei pressi della zona di Monteverde. All’interno di quel locale c’era un pannello scorrevole che nascondeva la parte retrostante. In quell’occasione Morucci disse che l’idea era molto interessante e, in effetti, bisogna ricordare che nel primo processo Moro, anche sulla base delle testimonianze dei pentiti Patrizio Peci e Antonio Savasta, si parlò molto della possibilità che Moro potesse essere stato nascosto per un tempo non definibile nel retrobottega di un negozio. Peci dice che si trattava di un negozio di caccia e pesca, Savasta specifica che si trovava nella zona di Piazza S. Giovanni di Dio – vicino Monteverde, appunto. Morucci, secondo questa ricostruzione, potrebbe aver chiesto ad Altobelli di realizzare quell’idea nel covo-prigione. Ma ciò che interessa di più è che Casimirri, come abbiamo visto, descrisse l’uomo, fornendo alcuni particolari che indussero successivamente gli investigatori a identificare la persona in Giovanni Morbioli, un terrorista che nessuno si prese però la briga di andare ad interrogare. Casimirri, vista la foto di Morbioli che gli fu inviata, mandò a dire agli uomini del Sisde che al 100% si trattava del quarto uomo: Casimirri scrisse la sua opinione su un foglietto che fu poi mostrato durante il processo Moro quinques.

Oltre al capitolo “Altobelli”, l’operazione Nicaragua portò ad individuare in Algeria, e dunque già dall’agosto del 1993, i latitanti Rita Algranati e Maurizio Falessi, ma non si hanno notizie di uno sviluppo delle indagini: i due, in effetti, furono arrestati in Egitto solo molto tempo dopo, nel gennaio del 2004, dopo un’operazione condotta dal Sisde guidato da Mario Mori.

Detto tutto questo, il punto più scottante riguarda l’evoluzione che la collaborazione avviata sembrava destinata ad avere. Casimirri, secondo le nostre fonti, era disponibile a raccontare particolari molto importanti del caso Moro, tanto che era stato già fissato un nuovo incontro in Nicaragua per il dicembre successivo: solo che l’appuntamento saltò, l’operazione Nicaragua fu bruciata.

Casimirri non prese molto bene uno scoop del quotidiano L’Unità del 16 ottobre 1993 che, all’indomani dell’arresto di Germano Maccari, lo accreditava come una delle possibili fonti del Sisde nell’operazione sul “quarto uomo”. Quattro giorni dopo, il 20 ottobre 1993, un servizio del telegiornale serale del secondo canale della Rai riferì che il latitante aveva fatto sapere ad un giornalista collaboratore della testata che non era più disposto a rilasciare dichiarazioni per rogatoria ai giudici italiani e che intendeva scomparire dalla circolazione.

Naturalmente, la notizia sulla missione svolta in Nicaragua era stata diffusa da ambienti dei servizi: solo ed esclusivamente lì era noto che gli agenti impiegati nell’operazione erano stati tre, come correttamente si raccontava nell’articolo. Neanche i magistrati che sapevano del viaggio conoscevano quel particolare.

Non sappiamo cosa avrebbe rivelato Casimirri. Tutto fa pensare che la sua uscita di scena abbia garantito la riservatezza di fatti indicibili e per questo si può azzardare un paragone: le interminabili indagini sulla strage di Piazza Fontana registrano, tra depistaggi, omissioni e fughe ‘controllate’ dei suoi protagonisti anche il “licenziamento” di un informatore del Sid di Padova, noto come “la fonte Tritone”. Si è poi saputo che si trattava di Gianni Casalini e che sapeva molte cose importanti sulla strage ma il generale Maletti chiese la rapida “chiusura della fonte”: parlava troppo e dava notizie attendibili. Casalini fu poi ascoltato in anni recenti dal giudice Guido Salvini che raccolse importanti elementi investigativi.

Ecco, Alessio Casimirri, la primula rossa delle Br, potrebbe essere stato il “Casalini del caso Moro”: non si sa chi sia stato il ‘Maletti’ della situazione ma c’è sempre una fonte a cui tappare la bocca.

Stefania Limiti
ottobre 2012

Caso Moro, parla l'artificiere che per primo vide il corpo di Moro

«Eravamo in guerra». Così racconta gli anni di piombo Vitantonio Raso, autore del libro «La bomba Umana», in cui ripercorre la tragica scoperta del corpo dell'onorevole Aldo Moro, stipato nel bagagliaio della Renault 4 color amaranto. «Oggi paragonerei i 55 giorni del rapimento Moro al crollo delle Torri Gemelle dell'11 settembre: un attacco al cuore dello stato». Lo Stato e l'antistato, le Brigate rosse, il terrorismo di destra e di sinistra, il contrasto tra la legalità e la sovversione, il panico. Il vissuto personale di Vitantonio, originario di Serre (Salerno), si intreccia con la storia sociale collettiva, fino a diventarne involontariamente protagonista indiscusso. Oggi ha 58 anni, è cavaliere al merito della Repubblica Italiana e funzionario in pensione della presidenza del Consiglio dei Ministri. All'epoca non aveva ancora 24 anni, ed era già specializzato come artificiere-antisabotatore. «Quella mattina fui uno dei primi ad arrivare in via Fani. All'epoca non si poteva dare inizio alle operazioni prima dell'arrivo dell'artificiere antisabotatore. C'erano brutti segnali. C'era stato il furto di grosse quantità di esplosivo. C'erano tutti i presupposti per un attentato».

Cosa provò?
«La sensazione fu orribile. Conoscevo quasi tutta la scorta: erano ragazzi della mia età. Sangue e bossoli dappertutto. Centinaia di colpi sparati. Il sangue ancora scorreva. Uno scenario inquietante. Ho cercato di trovare una ragione e un senso a quegli anni, ma non riesco a dimenticare. Fu disposto dal procuratore della Repubblica di Roma, Achille Gallucci, che fossi solo e soltanto io a seguire il caso, non perché fossi più bravo, ma per un fatto tecnico, perché in via Fani avevo lasciato le mie impronte. La tensione era alta, non bisognava sottovalutare nulla».

Che atmosfera si respirava?
«In quei 55 giorni Roma era una bomba a ciel sereno, tutte le strade erano bloccate, non si muoveva nulla, neanche la criminalità organizzata. Per la prima volta fu usato l'esercito come appoggio alle forze di polizia. Telefonate anonime, valigie sospette, anche per depistare: ho dormito pochissimo, sempre in allerta».

Parliamo del giorno del ritrovamento della Renault 4 col corpo di Moro.
«Erano le 11 di mattina. La volante 23 della polizia venne a prendermi in ufficio. Proseguimmo a velocità sostenuta. Furono molto vaghi: mi dissero che stavamo andando al centro di Roma, che c'era questa macchina e null'altro. Nessuno mi parlò di Moro. Arrivai alle 11.30. Fui lasciato solo. Una solitudine estrema. Era il mio compito: ero un servitore dello stato, che stava sacrificando se stesso. La Renault era completamente chiusa, anche il bagagliaio. La mia attenzione fu catturata da quella coperta di tipo militare. Sopra era appoggiato un portaoggetti di colore nero: dentro c'era una catenina d'oro, un orologio e un assegno del Banco di Santo Spirito intestato ad Aldo Moro. Lì capii. Il mio pensiero fu: oggi mi fanno la pelle, salto io e tutta la macchina. Il significato era chiaro, era stato colpito l'uomo dello stato al cuore dello Stato. Provai uno sdegno totale. Mi sono sentito come un servitore dello stato che muore. Noi credevamo in quei valori, lavoravamo 24 ore su 24. Quella di via Caetani era una disfatta».

Come ha vissuto dopo quell'evento?
«Passati quei giorni, non ho avuto più stimoli e nessuno mi ha cercato. È inevitabile portarsi dentro una simile vicenda. Nel ‘86 fui posto in congedo: accaddero strane cose e molti amici furono ammazzati».

Le sono rimasti dei dubbi?
«Ancora oggi mi aspetto delle risposte. È un caso ancora aperto e da discutere, con tasselli mancanti. Perché tutto questo arco di tempo tra la telefonata mattutina e il nostro intervento alle 11.30? Perché il diniego a raccontarmi il contenuto di questa telefonata? Perché non sono mai stati chiamato a testimoniare?».

Perché ha scelto il titolo «La bomba umana?»
«Io non sapevo nulla. La bomba simboleggia il silenzio di quella mattina: tutti sapevano, tranne me. Questa bomba umana potrebbe essere ancora dentro di me, esplosa o inesplosa. Ancora oggi è presente e potrebbe esplodere. Lo stato ha la responsabilità enorme di non averlo salvato, attraverso la linea della fermezza e decidendo per la non-trattativa. Ho avvertito che eravamo tutti pilotati, noi servitori dello Stato e anche i terroristi. C'erano tante classi politiche che non volevano il compromesso storico».

Barbara Landi
http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2012/15-ottobre-2012/caso-moro-parla-artificiere-che-primo-vide-corpo-moro-2112257615662.shtml

giovedì 17 maggio 2012

Erri de Luca, i comunisti e la P2 Il rapimento Moro secondo i servizi segreti

Gli 007 italiani, dieci giorni dopo la strage di via Fani, avevano nel mirino Erri De Luca, il responsabile del servizo d'ordine di Lotta Continua. Lo consideravano un "elemento irregolare delle Brigate Rosse". Tirano fuori anche un elenco di esponenti del Pci, "schedati" dal Sismi perché sarebbero andati alla scuola-Kgb di Mosca. Su Moro fu scritto di tutto. Nulla sulla sua liberazione, solo un unico cenno alla loggia P2

I servizi segreti citano la loggia segreta P2 di Licio Gelli  -  nonostante le sue oscure trame golpiste ed eversive fossero ben conosciute molto prima del sequestro Moro - solo sei giorni dopo l'uccisione dello statista. Non come oggetto di una loro indagine, s'intende, o come l'imbeccata di una loro "fonte". Bensì riportando, in un appunto del 15 maggio, i malumori dei vertici del partito comunista, in particolare di Emanuele Macaluso, a proposito della conduzione delle indagini. "Secondo i responabili del Pci  -  annotavano gli 007 - dietro il rapimento Moro si nasconde una trama ordita, fra l'altro, dai massoni della P2".

I servizi segreti, 10 giorni dopo la strage di via Fani, avevano nel mirino Erri De Luca, il responsabile del servizo d'ordine di Lotta Continua che loro consideravano "elemento irregolare delle Brigate Rosse": in una velina, si legge che "una fonte aveva riferito di avere visto subito dopo l'eccidio, in via Mario Fani, un suo sosia".

I servizi segreti riferivano poi che le bierre volevano costruire una sala operatoria in via Gradoli: durante la perquisizione del 18 aprile 1978, in quel covo brigatista furono sequestrati i progetti per la realizzazione della struttura di emergenza sanitaria. I servizi segreti, durante il sequestro Moro, avevano tirato fuori dai loro cassetti un vecchio elenco di 507 politici (quasi tutti esponenti del Pci) che, a detta loro, avrebbero partecipato dal 48 al 73 a corsi organizzati a Mosca dal Kgb. Oppure in Cecoslovacchia dai servizi cechi. Oppure a Cuba o in Albania.

Fra chi avrebbe frequentato la scuola-Kgb di Mosca, (stando al Sismi), anche Claudio Petruccioli, Pio La Torre e Luigi Longo, segretario del Pci dalla morte di Togliatti nel 1964 al 1972, quando sarà sostituito da Berlinguer. Ma perché durante il sequestro Moro riesumare quel vecchio brogliaccio, peraltro poco realistico?

Roma, Archivio centrale dello Stato, primo piano, sala consultazioni. Dopo due mesi di attesa per ottenere dal ministero dell'Interno la necessaria e indispensabile autorizzazione, finalmente le carte dei servizi segreti relative al sequestro Moro, rese pubbliche per volontà dell'ex capo del Dis Gianni De Gennaro, dell'ex sottosegretario di Stato Gianni Letta, e del presidente del Copasir Massimo D'Alema, sono finalmente accessibili a un ristretto pubblico di studiosi.

Finora i permessi accordati sono 5. Uno di questi, al cronista di Repubblica, un altro al giornalista inglese Philip Willam autore di un libro sulla morte di Calvi. Decine di faldoni di documenti, migliaia di pagine, sono contenuti in un Dvd consultabile solo su un solo computer dell'Archivio appositamente dotato di un programma in grado di decriptarne il codice di lettura riservato.
La consultazione appare subito complicata e laboriosa. Un esempio. Dopo aver digitato il nome in codice e una password segreta, si clicca "esplora dvd", e si apre l'indice dal codice numerico 73-2-50-6-180. Si ri-clicca, e si presentano dunque due cartelle. In quella di destra c'è il materiale dei 55 giorni del sequestro. A questo punto si decide di studiare il fascicolo 16 che contiene al suo interno un centinaio di documenti pdf. Li si apre uno ad uno, e, dopo qualche ora di ricerca, si fissa l'attenzione sui numeri 1017, 1018, 1019 e 1020. Si pigia il tasto stampa e poi si torna indietro e si ricomincia da capo. Ore e ore, giorni e giorni di paziente e certosino lavoro.
Ma se uno avesse il retropensiero di trovare là documenti che rispondano finalmente, a 34 anni dal sequestro, ai numerosi interrogativi rimasti tuttora senza risposta, ben presto si rende conto che in quella mole di carte l'unica cosa che si scopre con certezza, è la confusione che regnava sovrana nei giorni del sequestro all'interno della nostra intelligence. Confusione voluta o meno, non è dato sapere. Ma confusione.

Se uno si aspettava di trovare la carta a dimostrazione del sospetto che le bierre fossero eterodirette dai servizi segreti deviati nostrani, o sovietici o financo filopiduisti argentini. Oppure la prova regina per dimostrare la presenza di infiltrati della Cia o del Mossad. Insommna, se uno si aspettava di trovare lo zampino, la manina o la manona di qualche Gladio, o la prova di una fronda fratricida democristiana, sarebbe ben presto rimasto deluso.

Gli 007, in pieno sequestro rispolverano un documento datato cinque anni prima coi nomi di politici della sinistra che avrebbero partecipato a corsi "con denominazioni ufficiali dei copertura" organizzati nei Paesi dell'Est dal Kgb. "Scopo" di quei corsi, "specializzazione politica" e "istruzioni di carattere militare". Erano quasi tutti esponenti del Pci quelli "schedati" dal Sismi che risultavano essersi in effetti recati in Unione Sovietica, ma non certo per seguire lezioni dai potenti servizi segreti sovietici. Ma che c'entravano Pio La Torre o Luigi Longo o Petruccioli coi sequestratori di Moro? Va detto che in una parte dell'intelligence era in voga una corrente di pensiero (ben tratteggiata in un articolo di Pecorelli su OP del 17 ottobre del 1978) secondo la quale le bierre avevano "un'unica matrice, il Pci".

Le bierre, in sostanza, sarebbero "nate del cuore di questo partito, nel cuore dei suoi rapporti con i Paesi del Patto di Varsavia. "116 brigatisti - svelava Pecorelli su OP - iniziarono la loro milizia nei Gap di Feltrinelli" addestrandosi in campi militari in Cecoslovacchia. Si spiega forse così il motivo per cui il Sismi decide, a rapimento in corso, di rimestare quelle carte ingiallite: per accreditare quell'equazione tanto cara ad alcuni ambienti dell'intelligence anticomunista: Br=Pci=Urss=Feltrinelli=Gap=Cecoslovacchia. Evidentemente agli 007 faceva comodo in quel momento tirare in ballo, in qualche, i sovietici.

Fra quei 507 nomi, c'erano Pio La Torre, segretario regionale del Pci in Sicilia, protagonista delle lotte contro l'aeroporto militare di Comiso. Lauro Casadio, ex partigiano, segretario del Comitato regionale della Cgil e consigliere regionale in Lombardia. Claudio Petruccioli, ex presidente del consiglio d'amministrazione Rai, e ex segretario nazionale della Fgci. Lia Cigarini, destinata a diventare una delle protagoniste intellettuali del movimento delle donne. Lanfranco Turci, presidente della regione Emilia Romagna, uno dei comunisti dell'ala estrema della corrente migliorista-riformista, poi presidente della Lega delle cooperative. Paolo Ciofi Degli Atti, deputato esponente del Pci di Roma e suo fratello Claudio, fisico. Dina Mascetti, (probabilmente Nascetti), attuale presidentessa di una organizzazione di cittadini benemeriti per la tutela del centro storico "Vivere Trastevere". Filippo Maone, giornalista de "il manifesto". Carla Pasquinelli, femminista e antropologa. Lovrano Bisso, presidente del Consiglio regionale Liguria e deputato. Antonio Rubbi, responsabile Esteri del Pci con Alessandro Natta. Giovanni Cervetti, migliorista milanese membro della segreteria con Berlinguer e responsabile organizzazione del Pci. Rocco Curcio, deputato della Basilicata. Olivio Mancini, senatore del Pci romano. Fosco Dinucci, uno dei fondatori del pcd'i, il Partito comunista d'Italia filocinese (e, dunque curiosamente, antisovietico).

Fra chi, sempre secondo i nostri servizi segreti, avrebbe "partecipato in Cecoslovacchia a corsi di attivismo politico o di addestramento al terrorismo", Rodolfo Mechini, a lungo alla sezione Esteri del Pci (segretario Berlinguer) proprio ai tempi dalla presa di distanza dai russi. E Renato Pollini, tesoriere Pci dall'82 al 90, sindacao di Grosseto dal 51 al 70, senatore due volte, arrestato maggio 93 per Tangentopoli, inquisito 8 volte, ma sempre assolto.

Dopo aver rievocato gli "allievi" del Kgb e dei servizi cecoslovacchi, la nosrta intelligence passa al setaccio la vita di Erri De Luca, considerato oltranzista e rivoluzionario, analizzando i suoi dissidi all'interno di Lc con la linea moderata del leader Adriano Sofri. Poi passano dalle considerazioni sui deliri di un radiomatore austriaco che millantava di avere intercettato con le sue antenne notizie sul sequestro. Al ruolo di mediatore con la sinistra extraparlamentare svolto da padre Davide Turoldo, dell'ordine dei servi di Maria, esponente del clero cattolico di sinistra. Quindi si dilungano su una fonte che li avvisa che Moro sarebbe stato tenuto prigioniero in una cella frigorifera in un capannone alla periferia di Roma. Catalogano gli articoli di Mino Pecorelli che su Op lancia messaggi cifrati, e monitorano pure il settimanale satirico il Male, che aveva pubblicato un oroscopo di Moro forse ritenuto sospetto. Registrano minacce bierre alla Svp di Bolzano e ascoltano radio Rosa Giovanna. Quindi tengono d'occhio i commenti sul sequestro della stampa sovietica. Annotano che a un posto di blocco viene fermata una vettura intestata a Marco Donat Cattin e fotocopiano la lettera che Franca Rame scrive al noto brigatista Paroli Tonino, in carcere. Si procurano la lettera di solidarietà che Gheddafi scrive alla moglie di Moro e stilano un elenco di latitanti brigatisti. Quindi lanciano l'allarme su un possibile atto terroristico che potrebbe essere reaizzato di lì a poco da Marina Petrella. Prendono in considerazione le dritte di un medium e quelle di una veggente parapsicologa olandese, e si arrovellano per decifrare frasi misteriose intercettate come "Moro rapito, rivediamo i piani". Oppure "il mandarino è marcio", il che sarebbe, secondo la sezione Crypto dei servizi segreti, l'annuncio della sua imminente morte, essendo l'anagramma de "il cane morirà domani". Riferiscono infine delle iniziative del nunzio apostolico di Beirut e spiano discretamente il via vai di persone che frequentano la famiglia dell'esponente Dc.
Insomma, di tutto e di più su tutto e il contrario di tutto. Ma nulla che porti alla liberazione del rapito.

Da sottolineare l'assordante silenzio sulla P2: nonostante fosse notissima prima del sequestro la sua matrice eversiva in chiave anticomunista, i servizi segreti (diretti, manco a farlo apposta, da piduisti) finsero di ignorarla. Limitandosi a citarla quasi di straforo in un appunto che, all'indomani della scoperta del cadavere di Moro, riferiva gli "errori" che, secondo il Pci, sarebbero stati compiuti durante le indagini. "Queste forze oscure come la P2  -  era la tesi dei comunisti ripresa e riferita dagli 007 - possono anche non avere creato il terrorismo. Ma certamente in questo momento se ne servono per i loro obiettivi, che sono anti-Pci".
di ALBERTO CUSTODERO
www.repubblica.it
 

martedì 8 maggio 2012

Il caso Moro a trentaquattro anni dall'assassinio

Trentaquatttro anni fa veniva assassinato, dalle B.R., dopo cinquantacinque giorni di sequestro, di “prigionia nel carcere del popolo”, Aldo Moro.
    Trentaquattro anni non sono bastati a dissipare lati oscuri di questa tragica vicenda, a spazzar via la tendenza, subito manifestatasi, a farne oggetto di elucubrazioni dietrologiche, trascurando, magari, riflessioni e deduzioni semplici e lineari da dati certi ed incontestati.
    Soprattutto appare oggi sconcertante che siano rimaste intatte certe frettolose interpretazioni manifestamente strumentali, fabbricate sin dai primi giorni dopo la clamorosa operazione di cattura da parte delle B.R. Moro che “è un’altra persona” dopo che si trova nelle mani dei terroristi; e l’impossibilità, subito data per certa, di trovare concreti spiragli per una trattativa per la salvezza del rapito, ed ancora altre proposizioni. Esse non hanno subìto autentica revisione critica.

    Poco o nulla si è scandagliato il terreno assai complesso delle diverse posizioni emerse all’interno dell’organizzazione terroristica sullo sbocco da dare all’”operazione” ed, in particolare, sull’esistenza di una consistente frazione che avesse sostenuto il rilascio di Moro, una conclusione diversa dall’assassinio.
    Si è invece divagato sulle dietrologie. In particolare si è fatto oggetto di discussioni ipotesi di interferenze o, addirittura, di regie straniere, dando ad esse credito, fino a fare pressoché un articolo di fede, per certi settori della Sinistra, alla meno probabile tra le ipotesi di questi interventi di servizi stranieri. Quella della “vendetta” della C.I.A. per avere Moro strenuamente sostenuto il “compromesso storico”, l’alleanza tra D.C. e P.C.I.
    Ma, soprattutto, si è omesso di cercare la risposta a certi interrogativi nelle logiche cui obbedì il comportamento dei brigatisti, per correre dietro a fumose e contraddittorie ricostruzioni ideologico-giudiziarie.
    Gli anni che sono trascorsi da quegli avvenimenti hanno visto l’evolversi della storia del nostro Paese in termini tali che, in effetti, elementi di riflessione e di raffronto di entità e valore determinanti si sono venuti ad aggiungere a quelli di chi poté disporre, ad esempio, Leonardo Sciascia, che ha fornito le riflessioni e le interpetrazioni, tutto sommato, più penetranti ed originali sul “Caso Moro”.
    In particolare “Mani Pulite”, la fine della “Prima Repubblica”, il franamento della Democrazia Cristiana e del sistema di potere da essa instaurato con il meccanismo delle alleanze, hanno consentito di individuare elementi di fragilità di quel sistema politico che la durata trentennale di essa, maturata allorché il Presidente della D.C. divenne bersaglio dei terroristi, non aveva lasciato percepire, benché quasi tutto consenta di ritenere che già allora esso non fosse inimmaginabile né che dovessero ancora maturare le cause del colasso.
    Un franamento del sistema politico D.C. senza un cataclisma che, al contempo, spazzasse via il “mondo occidentale”, il Patto Atlantico, i “regimi liberi”, non era allora nei piani e nelle previsioni di nessuno o almeno, non aveva consistenza tale da rappresentare una reale alternativa politica.
    Ciò comportava che anche l’obiettivo dell’operazione terroristica del sequestro Moro non era facilmente e chiaramente configurabile come quello che potesse provocare una sorta di “effetto domino” sul regime italiano, democristiano che, un effetto poco più di dieci anni dopo eventi assai meno eclatanti avrebbero determinato.
    Il Muro di Berlino sembrava destinato a dividere il mondo in due parti opposte ancora per almeno un secolo, salvaguardando anche l’esistenza dei sistemi politici conseguenti e “compatibili” con l’una e l’altra parte.
    Così il “processo” che le Brigate Rosse intentarono ad Aldo Moro, fu, sostanzialmente quello fondato sulla contestazione di essere un uomo politico occidentale. Magari di un Occidente un po’ ambiguo, contraddittorio ed equivoco, quale quello della D.C., del Vaticano, del “compromesso storico”, con le relative “zone d’ombra” che certi equivoci hanno determinato (e determinano)  con la concretezza e con i miti delle “stragi di Stato” che contribuirono a produrre e sciaguratamente “coprire” o lasciar intendere che fossero “coperti”.
    C’è da dire che anche in fatto di “stragi di Stato”, espressione allora assai di moda in certi ambienti della Sinistra, il “processo” intentato a Moro dalle B.R. non ottenne un qualsiasi risultato apprezzabile.
    La conclusione (Comunicato n. 6 delle B.R.) della “colpevolezza” di Moro quale esponente dello “Stato imperialista delle multinazionali” e delle nefandezze ad esso ascrivibili etc. etc, era, dunque, quella di un nulla di fatto, un buco nell’acqua, posto che si trattava di attribuzioni “naturali” ad uno Stato “borghese” secondo il trito linguaggio da manuale di marxismo-leninismo per aspiranti guerriglieri.
    Oggi si stenta a credere che, avendo tra le mani un esponente “nemico” del calibro di Moro, come Moro determinato a non lasciare intentata alcuna via che lo portasse a salvarsi la vita, i carcerieri non abbiano saputo cavarne che quella grottesca “ammissione” sul carattere “antioperaio” del regime, su “Gladio”, secondo gli schemi della loro approssimativa cultura pseudomarxista, tralasciando i tanti “misteri”, le tante vere o presunte pagine del gran libro della corruzione, del quale il Paese conosceva o intuiva l’esistenza e rispetto alle quali la reattività della gente era assai più sensibile ed, anzi, pronta a quelle generalizzazioni che poi sono diventati i più rilevanti e radicati convincimenti del “credo” popolare.
    Ma, allora, ammettere ciò avrebbe rappresentato per gli uomini della B.R. e delle altre organizzazioni terroristiche qualcosa di più di una dichiarazione di fallimento. Essi avrebbero dovuto ammettere che lo stesso presupposto della loro avventura eversiva era totalmente sbagliato, che anche in quello che si ostinavano a credere fosse il proletariato in attesa di prendere le armi per la rivoluzione, prevalevano sensibilità e “miti” piccolo-borghesi, e che anziché lo squillo della rivolta di classe, la gente attendesse  materia per le sue intemerate moralistiche.
    Né si può dire che il problema della corruzione non fosse ancora rilevante e largamente avvertito. C’era stato il caso Lockheed per il quale proprio Moro aveva in Parlamento pronunziato un discorso durissimo, che giustamente Leonardo Sciascia riportò nel suo libro sull’Affaire Moro, come il discorso sull’”innocenza della D.C.”.
    Ed è singolare che, invece, Moro si attendesse che il  “processo” che i terroristi si accingevano ad intentargli avrebbe fornito con avere per oggetto storie di potere e di corruzione.
    Che a cosa alludeva Moro (lettera a Zaccagnini) quando scriveva… “sono sottoposto ad un difficile processo politico del quale sono prevedibili sviluppi e conseguenze” e quel che lasciava intendere nella lettera (la prima) a Cossiga, lettera il cui contenuto che Sciascia così sintetizza: … “il processo è per ora politico… diventerà più stringente quando si passerà a quei fatti specifici che investono specifiche e personali responsabilità… in cui mi si può indurre a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa”?
    Questo pensava Moro, ed, in fondo lo sperava. Sperava che fosse evidente ai suoi amici della D.C. (che presto sarebbero diventati suoi nemici) che avrebbe potuto essere indotto a rivelare cose “sgradevoli e pericolose”. Sul loro conto. Cose che la ragione di stato, quella in nome della quale, in buona sostanza, aveva imbastito il suo discorso in difesa di Gui, a quella che ora veniva sbandierata dal “partito della fermezza”, oltre che il tornaconto personale, avrebbero consigliato non si giungesse mai al punto che fossero pronunziate e proclamate.
    Anche semplicemente proclamate, perché con un minimo di abilità sulla base di una semplice discreta informazione su eventi di corruzione che già avevano incrinato la tranquillità della vita del regime, le B.R. avrebbero potuto attribuire a Moro quello che avesse voluto, ammesso che, per salvarsi la vita, non fosse indotto a collaborare così attivamente con i suoi carcerieri.
    Si andava consumando così in quei giorni la rappresentazione, al contempo sperata, temuta, ignorata, del dramma del “pentitismo” di cui di lì a poco si sarebbero avute le prime avvisaglie con le inchieste per i crimini del terrorismo, per dilagare poi in modo dirompente negli anni ’90 nei processi per mafia. Nei quali pure non sono mancate, da parte dei media, le attribuzioni ai pentiti di dichiarazioni più specifiche e maliziose di quelle che pure erano disposti a fare. La differenza era però nell’atteggiamento di chi quelle dichiarazioni avrebbe dovuto riceverle. Le B.R. non sapevano che farsene e non volevano doverne fare qualcosa di dichiarazioni “capaci di far scandalo”. I pentiti attaccano inesorabilmente l’asino dove vuole il padrone, non subiscono una autentica pressione.
    Figuriamoci quando il padrone può farne tranquillamente e volentieri a meno delle loro dichiarazioni.
    Molti, poi, riconobbero che grande era stato il pericolo che allora corse la nostra Repubblica. Lo dissero quanti avevano condiviso le responsabilità del “partito della fermezza”, pericolo, essi lasciano intendere, di farsi coinvolgere e travolgere negli sviluppi di una trattativa che pure avrebbe conferito alle B.R. l’unica cosa che esse cercavano: il ruolo di parte combattente, di interlocutore armato dello Stato.
    In realtà il pericolo più grave e incombente fu quello che in realtà le stesse B.R. non vollero e non seppero far correre al sistema politico della D.C., approfittando del “processo” a Moro per rappresentarne al Paese il marciume, la corruzione, le doppiezze che Moro avrebbe potuto “confessare” o che avrebbero potuto essere attribuite come contenuto delle sue dichiarazioni.
    Immaginare una sorta di “Mani Pulite” anticipate di una dozzina d’anni, provocate da un simile “processo” è, come tutte le ipotesi di un diverso corso della storia, in gran  parte vana esercitazione di fantasia.
    Certo è però che allora affiorarono crepe del sistema, rappresentate dalle stesse paure di molti uomini politici, dalla fretta in cui la manifestarono, proclamando Moro “inattendibile”, malgrado la stessa “delusione”, largamente avvertita, anche fuori degli ambienti ai terroristi più vicini, dell’inconcepibile inconcludenza del “processo” a Moro.
    E fu una sorta di beffa della sorte e della storia che quella tragica anticipazione di un pericolo destinato ad essere poi riconosciuto simile a ciò che fu poi “Mani Pulite” dovesse consumarsi sulla vita di una persona che nel dibattito Parlamentare sulla messa in stato d’accusa di Gui aveva pronunziato quel discorso di sdegnata ripulsa dell’accusa, consistente in quel sillogismo, degno del grande “sofista di Stato” che Moro,  che uomo di Stato non fu, deve essere considerato. La D.C., Egli aveva detto in sostanza, è dal voto popolare e dalla storia costituita detentrice del potere. La D.C. è dunque innocente. Gui è democristiano ed è quindi innocente. E’ significativo che Leonardo Sciascia, che non arrivò a vedere “Mani Pulite”, ma che aveva colto tutte le logiche che le resero possibile quell’evento ed al contempo così a lungo lo ritardarono, premettesse quel discorso di Moro al bellissimo e terribile libretto che dedicò alla sua drammatica fine.
    Del resto, se è vero che le B.R. non seppero e non vollero gestire il processo a Moro nell’unico modo in cui avrebbe potuto avere effetti e ricadute dirompenti, non capirono neppure che anche il solo fatto del rilascio di Moro avrebbe assai probabilmente anticipato la percezione del fallimento del vagheggiato avvio all’insurrezione armata del proletariato, ma avrebbe costituito per sé stesso una mina vagante nel complicato e fragile sistema di equivoci e di equilibri cui già era ridotto il regime, indebolendolo d anticipandone la fine.
    Non capirono neanche questo.
    Forse lo capirono alcuni elementi dei Servizi stranieri che ebbero qualche possibilità di influire sulla vicenda ed il suo esito. Può darsi che qualche tendenza a risparmiare la vita di Moro, di cui pure si ha notizia, si ricollegasse effettivamente a meno rozze menti operanti in tali servizi, che dell’”operazione” incominciata il 16 marzo avrebbero voluto fosse prodotto il massimo effetto destabilizzante possibile. Qualche legame tra i brigatisti forse più disponibili a lasciare in vita Moro ed il K.G.B. non è soltanto ipotizzabile.
    La Prima Repubblica, dunque in quelle contingenze che segnarono il momento del suo più grave pericolo, dovette la sua salvezza, più ancora che al cinismo con il quale abbandonò alla sua sorte il suo più tipico e valido “sofista di Stato”, alla incapacità dei terroristi di comprendere e sfruttare le sue debolezze, sfruttando, di conseguenza l’iniziale clamoroso successo della loro operazione.
    La loro ottusità fu la salvezza del regime.

 di Mauro Mellini
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lunedì 16 gennaio 2012

Identità europea, la visione pluralista di Aldo Moro

La riscoperta dell’identità nazionale (uno degli esiti almeno in parte inattesi delle celebrazioni del 150° dell’Unità) si è accompagnata con una rivisitazione critica del concetto stesso di identità non solo in Europa ma a livello globale. La crisi mondiale ha svolto un ruolo di acceleratore, ma la radice va ricercata altrove, all’interno delle nostre società.
L’Europa ha assistito impotente alla messa in discussione dei due modelli di integrazione che – da prospettive opposte – erano sembrati rappresentare per lungo tempo la risposta all’esigenza di dare all’identità collettiva connotati che ne riflettessero in maniera aperta e tollerante tutte le componenti.
Lo schema “francese”, basato su una forte spinta centralizzatrice e sulla proposizione di un modello socio-culturale egemone, ha conosciuto la stessa crisi di quello “anglosassone” in cui la rinuncia a proporre un modello di riferimento univoco postula l’autonomia delle diverse componenti della società, in condizioni di sostanziale separatezza. Massima concentrazione in un caso – l’identità passa attraverso l’accettazione di valori “nazionali” univocamente definiti – e massima separazione dall’altro – ciascuna componente persegue autonomamente il proprio canone, con l’unico vincolo dell’ “omaggio al sovrano” e della legge dello Stato – ma l’uno e l’altro hanno cessato di fornire la risposta che da essi si era cercata. Né altre l’Europa è stata in grado di darsene.
Per quella piccola parte dell’umanità che ha esercitato per un paio di secoli un peso sproporzionato, e che coincide con larga parte dell’Europa continentale e con parti del continente americano e dell’Asia, sono venuti al pettine nodi che toccano l’essenza del suo modo di essere. L’applicazione generalizzata di benefici mai prima di allora goduti, dall’istruzione gratuita, all’assistenza sanitaria generalizzata, al sistema di garanzie fornito dall’economia sociale di mercato, era considerata la naturale espressione di democrazie fondate sul primato dell’individuo.
La crisi ha prefigurato un futuro in cui democrazia rappresentativa e diritti di libertà, non vorranno più dire automaticamente accesso a reti di sicurezza socio-economiche in grado di garantire una qualità crescente della vita. E così, alla crisi delle garanzie è seguita una messa in discussione strisciante dei valori di riferimento.
La globalizzazione dei fenomeni politici, e non solo economici, ha fatto sì che quelli che l’Occidente riteneva valori universali – pur essendo essi in qualche modo espressione della weltanschaung dei costruttori dell’assetto seguito alla seconda guerra mondiale – siano stati considerati altrove come manifestazioni di modelli la cui attrattiva è, in parte almeno, mediata dalla convinzione che portano con sé forme di prevaricazione culturale, in qualche modo pre-politiche.
Incertezza e paura sono diventati fenomeni trasversali del malessere delle nostre società: i fratelli mussulmani nella “primavera araba” come talune suggestioni localistico-intolleranti in realtà a noi più vicine? Il paragone è provocatorio, ma il tema merita attenzione.
Davanti a questa crisi di modelli di società ritenuti a lungo insostituibili – ed alla scomparsa insieme con il crollo del Muro di alternative prima ritenute possibili – torna alla mente la lezione di Aldo Moro. Egli vedeva nell’identità nazionale il punto di incontro dinamico di realtà diverse, che intanto possono stare insieme in quanto gli venga riconosciuta pari dignità. Moro non avrebbe insistito per imporre il parametro delle radici culturali cristiane dell’Europa come fondamento costituzionale ineliminabile: egli aveva piena coscienza in forza del suo percorso politico e della sua formazione, del valore di una tradizione al cui interno convivevano l’influenza greca, quella romana, quella laico-illuminista e anche quella, non meno importante, dell’Islam.
La rivisitazione della vicenda risorgimentale si è svolta al di fuori tanto dai residui della sovrastruttura retorica del periodo successivo l’indipendenza – quando la necessità di dare corpo all’idea fondante di nazione prese a volte il sopravvento sull’analisi storica – quanto dalle distorsioni strumentali del periodo fascista, mentre la rinnovata presa di coscienza dell’eredità della Resistenza come secondo mito fondante dell’identità, si è accompagnata ad una lettura sempre più condivisa di una fase comunque drammatica della nostra esistenza.
È un paradosso che, al tempo stesso, abbiano potuto prendere corpo letture della storia del nostro paese, che solo nella paura – aldilà dell’interesse tattico contingente – trovano spiegazione.
Non paura fisica, beninteso, bensì disagio nel fare i conti con una realtà i cui confini si fanno vieppiù angusti e cresce la tentazione di abbandonarsi al valore consolatorio di una dimensione diversa e illusoriamente salvifica. La storia non c’entra: i legami che uniscono Venezia a Bari - per fare un esempio – sono assai più profondi di quelli che la uniscono a Torino. Nel primo caso, c’è una vicenda plurisecolare di contatti; nel secondo una totale alterità, cui si vorrebbe sostituire una nuova matrice comune fondata sulla convenienza economica.
La crisi dell’identità nazionale si è accompagnata – in quella che fu l’Europa dell’Atto Finale di Helsinki – ad un processo difficile e violento in molti modi paragonabile alla decolonizzazione della seconda metà del XX secolo. La fine dell’Unione Sovietica ha posto fine al cemento ideologico che teneva uniti, sotto un vincolo autoritario, popoli e paesi la cui storia era spesso lontana da quella della potenza egemone.
Con il risveglio al loro interno, dopo un letargo quarantennale, di idee a volte intolleranti ed esasperate di nazione, si è innescato un processo violento di affrancamento da una dipendenza non più giustificata dalla storia. Si è trattato di fenomeni ben diversi dalle spinte autonomistiche a noi più vicine: quello della Cecenia o della Moldova – per citare due esempi – è stato un movimento di liberazione da una vera soggezione coloniale. Quella della Padania è una costruzione astratta, riferita ad una realtà di cui essa è parte costituente, ancorché non esclusiva, e rispetto alla quale non esistono davvero dipendenze o imposizioni coloniali. Il rischio di derive dettate dall’incultura politica non va tuttavia sottovalutato.
Il rapporto fra identità e autonomia è centrale tanto nel contesto dell’identità nazionale, come in quello più ampio dell’identità europea e vi è, fra i due, un nesso di causalità evidente. Dal riconoscimento che il tessuto connettivo europeo costituisce il riferimento insostituibile di valori propri di quella “piccola parte del mondo” di cui prima si parlava, discende la possibilità di articolarli al suo interno in modi che contribuiscano a determinarne la ricchezza.
A condizione, naturalmente, che il tessuto connettivo europeo sia davvero condiviso: è per tale ragione che lascia perplessa la tendenza, alimentata in primo luogo da quanti rivendicano maggiori libertà in nome dell’autonomia, a considerare l’Europa come una struttura autoritaria ed eterodiretta, imposta da un “alto” indefinito ad una “base” in cui solo risiederebbe la vera legittimazione democratica. Il supposto “deficit democratico” delle istituzioni europee è in larga misura nominalistico, poiché nessuna di esse è imposta da autocrati distanti, ma è espressione della volontà democraticamente espressa dei paesi membri.
La correlazione positiva fra identità nazionale e dimensione europea, in cui l’una si integra e completa l’altra senza porsi reciprocamente in discussione, è il modo in cui meglio potranno svilupparsi le autonomie.
Nell’ “Europa delle regioni” le realtà sub-nazionali potranno svilupparsi pienamente, arricchendo la costruzione d’insieme. Ben diverso ed assai più asfittico sarebbe un disegno in cui la disgregazione degli stati nazionali dovesse accompagnarsi all’affermazione di una pluralità di realtà sub-nazionali, prive di respiro e a volte di storia, tendenzialmente conflittuali e tali da indebolire fortemente un tessuto connettivo, che proprio da questa costruenda dimensione di unità nella diversità, potrebbe trarre motivo di forza e di credibilità internazionale.
Moro aveva ben presente l’importanza del disegno europeo, non solo come stimolo e baluardo rispetto alla complessità e fragilità del quadro politico italiano, ma come luogo in cui costruire un quadro di reciproca comprensione fra i popoli del continente. Egli era certamente lontano dalla visione spinelliana di una “nazione europea”, come attore forte sulla scena mondiale, ma aveva fortissimo il convincimento che, quello dell’integrazione europea, fosse un processo fondamentale per creare una koiné di valori condivisi e por fine - come disse - «(al)le differenze e le rivalità…che furono all’origine di due guerre mondiali». Il processo nella sua visione sarebbe dovuto partire dal basso, dai popoli prima ancora che dai governi, in una Europa in cui avrebbe potuto trovare posto anche la Turchia. Non per ragioni di convenienza economica o di interesse geo-politico, ma perché dell’identità europea allargata essa aveva più che solide ragioni di entrare a far parte.


di Antonio Armellini

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