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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

giovedì 17 maggio 2012

Erri de Luca, i comunisti e la P2 Il rapimento Moro secondo i servizi segreti

Gli 007 italiani, dieci giorni dopo la strage di via Fani, avevano nel mirino Erri De Luca, il responsabile del servizo d'ordine di Lotta Continua. Lo consideravano un "elemento irregolare delle Brigate Rosse". Tirano fuori anche un elenco di esponenti del Pci, "schedati" dal Sismi perché sarebbero andati alla scuola-Kgb di Mosca. Su Moro fu scritto di tutto. Nulla sulla sua liberazione, solo un unico cenno alla loggia P2

I servizi segreti citano la loggia segreta P2 di Licio Gelli  -  nonostante le sue oscure trame golpiste ed eversive fossero ben conosciute molto prima del sequestro Moro - solo sei giorni dopo l'uccisione dello statista. Non come oggetto di una loro indagine, s'intende, o come l'imbeccata di una loro "fonte". Bensì riportando, in un appunto del 15 maggio, i malumori dei vertici del partito comunista, in particolare di Emanuele Macaluso, a proposito della conduzione delle indagini. "Secondo i responabili del Pci  -  annotavano gli 007 - dietro il rapimento Moro si nasconde una trama ordita, fra l'altro, dai massoni della P2".

I servizi segreti, 10 giorni dopo la strage di via Fani, avevano nel mirino Erri De Luca, il responsabile del servizo d'ordine di Lotta Continua che loro consideravano "elemento irregolare delle Brigate Rosse": in una velina, si legge che "una fonte aveva riferito di avere visto subito dopo l'eccidio, in via Mario Fani, un suo sosia".

I servizi segreti riferivano poi che le bierre volevano costruire una sala operatoria in via Gradoli: durante la perquisizione del 18 aprile 1978, in quel covo brigatista furono sequestrati i progetti per la realizzazione della struttura di emergenza sanitaria. I servizi segreti, durante il sequestro Moro, avevano tirato fuori dai loro cassetti un vecchio elenco di 507 politici (quasi tutti esponenti del Pci) che, a detta loro, avrebbero partecipato dal 48 al 73 a corsi organizzati a Mosca dal Kgb. Oppure in Cecoslovacchia dai servizi cechi. Oppure a Cuba o in Albania.

Fra chi avrebbe frequentato la scuola-Kgb di Mosca, (stando al Sismi), anche Claudio Petruccioli, Pio La Torre e Luigi Longo, segretario del Pci dalla morte di Togliatti nel 1964 al 1972, quando sarà sostituito da Berlinguer. Ma perché durante il sequestro Moro riesumare quel vecchio brogliaccio, peraltro poco realistico?

Roma, Archivio centrale dello Stato, primo piano, sala consultazioni. Dopo due mesi di attesa per ottenere dal ministero dell'Interno la necessaria e indispensabile autorizzazione, finalmente le carte dei servizi segreti relative al sequestro Moro, rese pubbliche per volontà dell'ex capo del Dis Gianni De Gennaro, dell'ex sottosegretario di Stato Gianni Letta, e del presidente del Copasir Massimo D'Alema, sono finalmente accessibili a un ristretto pubblico di studiosi.

Finora i permessi accordati sono 5. Uno di questi, al cronista di Repubblica, un altro al giornalista inglese Philip Willam autore di un libro sulla morte di Calvi. Decine di faldoni di documenti, migliaia di pagine, sono contenuti in un Dvd consultabile solo su un solo computer dell'Archivio appositamente dotato di un programma in grado di decriptarne il codice di lettura riservato.
La consultazione appare subito complicata e laboriosa. Un esempio. Dopo aver digitato il nome in codice e una password segreta, si clicca "esplora dvd", e si apre l'indice dal codice numerico 73-2-50-6-180. Si ri-clicca, e si presentano dunque due cartelle. In quella di destra c'è il materiale dei 55 giorni del sequestro. A questo punto si decide di studiare il fascicolo 16 che contiene al suo interno un centinaio di documenti pdf. Li si apre uno ad uno, e, dopo qualche ora di ricerca, si fissa l'attenzione sui numeri 1017, 1018, 1019 e 1020. Si pigia il tasto stampa e poi si torna indietro e si ricomincia da capo. Ore e ore, giorni e giorni di paziente e certosino lavoro.
Ma se uno avesse il retropensiero di trovare là documenti che rispondano finalmente, a 34 anni dal sequestro, ai numerosi interrogativi rimasti tuttora senza risposta, ben presto si rende conto che in quella mole di carte l'unica cosa che si scopre con certezza, è la confusione che regnava sovrana nei giorni del sequestro all'interno della nostra intelligence. Confusione voluta o meno, non è dato sapere. Ma confusione.

Se uno si aspettava di trovare la carta a dimostrazione del sospetto che le bierre fossero eterodirette dai servizi segreti deviati nostrani, o sovietici o financo filopiduisti argentini. Oppure la prova regina per dimostrare la presenza di infiltrati della Cia o del Mossad. Insommna, se uno si aspettava di trovare lo zampino, la manina o la manona di qualche Gladio, o la prova di una fronda fratricida democristiana, sarebbe ben presto rimasto deluso.

Gli 007, in pieno sequestro rispolverano un documento datato cinque anni prima coi nomi di politici della sinistra che avrebbero partecipato a corsi "con denominazioni ufficiali dei copertura" organizzati nei Paesi dell'Est dal Kgb. "Scopo" di quei corsi, "specializzazione politica" e "istruzioni di carattere militare". Erano quasi tutti esponenti del Pci quelli "schedati" dal Sismi che risultavano essersi in effetti recati in Unione Sovietica, ma non certo per seguire lezioni dai potenti servizi segreti sovietici. Ma che c'entravano Pio La Torre o Luigi Longo o Petruccioli coi sequestratori di Moro? Va detto che in una parte dell'intelligence era in voga una corrente di pensiero (ben tratteggiata in un articolo di Pecorelli su OP del 17 ottobre del 1978) secondo la quale le bierre avevano "un'unica matrice, il Pci".

Le bierre, in sostanza, sarebbero "nate del cuore di questo partito, nel cuore dei suoi rapporti con i Paesi del Patto di Varsavia. "116 brigatisti - svelava Pecorelli su OP - iniziarono la loro milizia nei Gap di Feltrinelli" addestrandosi in campi militari in Cecoslovacchia. Si spiega forse così il motivo per cui il Sismi decide, a rapimento in corso, di rimestare quelle carte ingiallite: per accreditare quell'equazione tanto cara ad alcuni ambienti dell'intelligence anticomunista: Br=Pci=Urss=Feltrinelli=Gap=Cecoslovacchia. Evidentemente agli 007 faceva comodo in quel momento tirare in ballo, in qualche, i sovietici.

Fra quei 507 nomi, c'erano Pio La Torre, segretario regionale del Pci in Sicilia, protagonista delle lotte contro l'aeroporto militare di Comiso. Lauro Casadio, ex partigiano, segretario del Comitato regionale della Cgil e consigliere regionale in Lombardia. Claudio Petruccioli, ex presidente del consiglio d'amministrazione Rai, e ex segretario nazionale della Fgci. Lia Cigarini, destinata a diventare una delle protagoniste intellettuali del movimento delle donne. Lanfranco Turci, presidente della regione Emilia Romagna, uno dei comunisti dell'ala estrema della corrente migliorista-riformista, poi presidente della Lega delle cooperative. Paolo Ciofi Degli Atti, deputato esponente del Pci di Roma e suo fratello Claudio, fisico. Dina Mascetti, (probabilmente Nascetti), attuale presidentessa di una organizzazione di cittadini benemeriti per la tutela del centro storico "Vivere Trastevere". Filippo Maone, giornalista de "il manifesto". Carla Pasquinelli, femminista e antropologa. Lovrano Bisso, presidente del Consiglio regionale Liguria e deputato. Antonio Rubbi, responsabile Esteri del Pci con Alessandro Natta. Giovanni Cervetti, migliorista milanese membro della segreteria con Berlinguer e responsabile organizzazione del Pci. Rocco Curcio, deputato della Basilicata. Olivio Mancini, senatore del Pci romano. Fosco Dinucci, uno dei fondatori del pcd'i, il Partito comunista d'Italia filocinese (e, dunque curiosamente, antisovietico).

Fra chi, sempre secondo i nostri servizi segreti, avrebbe "partecipato in Cecoslovacchia a corsi di attivismo politico o di addestramento al terrorismo", Rodolfo Mechini, a lungo alla sezione Esteri del Pci (segretario Berlinguer) proprio ai tempi dalla presa di distanza dai russi. E Renato Pollini, tesoriere Pci dall'82 al 90, sindacao di Grosseto dal 51 al 70, senatore due volte, arrestato maggio 93 per Tangentopoli, inquisito 8 volte, ma sempre assolto.

Dopo aver rievocato gli "allievi" del Kgb e dei servizi cecoslovacchi, la nosrta intelligence passa al setaccio la vita di Erri De Luca, considerato oltranzista e rivoluzionario, analizzando i suoi dissidi all'interno di Lc con la linea moderata del leader Adriano Sofri. Poi passano dalle considerazioni sui deliri di un radiomatore austriaco che millantava di avere intercettato con le sue antenne notizie sul sequestro. Al ruolo di mediatore con la sinistra extraparlamentare svolto da padre Davide Turoldo, dell'ordine dei servi di Maria, esponente del clero cattolico di sinistra. Quindi si dilungano su una fonte che li avvisa che Moro sarebbe stato tenuto prigioniero in una cella frigorifera in un capannone alla periferia di Roma. Catalogano gli articoli di Mino Pecorelli che su Op lancia messaggi cifrati, e monitorano pure il settimanale satirico il Male, che aveva pubblicato un oroscopo di Moro forse ritenuto sospetto. Registrano minacce bierre alla Svp di Bolzano e ascoltano radio Rosa Giovanna. Quindi tengono d'occhio i commenti sul sequestro della stampa sovietica. Annotano che a un posto di blocco viene fermata una vettura intestata a Marco Donat Cattin e fotocopiano la lettera che Franca Rame scrive al noto brigatista Paroli Tonino, in carcere. Si procurano la lettera di solidarietà che Gheddafi scrive alla moglie di Moro e stilano un elenco di latitanti brigatisti. Quindi lanciano l'allarme su un possibile atto terroristico che potrebbe essere reaizzato di lì a poco da Marina Petrella. Prendono in considerazione le dritte di un medium e quelle di una veggente parapsicologa olandese, e si arrovellano per decifrare frasi misteriose intercettate come "Moro rapito, rivediamo i piani". Oppure "il mandarino è marcio", il che sarebbe, secondo la sezione Crypto dei servizi segreti, l'annuncio della sua imminente morte, essendo l'anagramma de "il cane morirà domani". Riferiscono infine delle iniziative del nunzio apostolico di Beirut e spiano discretamente il via vai di persone che frequentano la famiglia dell'esponente Dc.
Insomma, di tutto e di più su tutto e il contrario di tutto. Ma nulla che porti alla liberazione del rapito.

Da sottolineare l'assordante silenzio sulla P2: nonostante fosse notissima prima del sequestro la sua matrice eversiva in chiave anticomunista, i servizi segreti (diretti, manco a farlo apposta, da piduisti) finsero di ignorarla. Limitandosi a citarla quasi di straforo in un appunto che, all'indomani della scoperta del cadavere di Moro, riferiva gli "errori" che, secondo il Pci, sarebbero stati compiuti durante le indagini. "Queste forze oscure come la P2  -  era la tesi dei comunisti ripresa e riferita dagli 007 - possono anche non avere creato il terrorismo. Ma certamente in questo momento se ne servono per i loro obiettivi, che sono anti-Pci".
di ALBERTO CUSTODERO
www.repubblica.it
 

martedì 8 maggio 2012

Il caso Moro a trentaquattro anni dall'assassinio

Trentaquatttro anni fa veniva assassinato, dalle B.R., dopo cinquantacinque giorni di sequestro, di “prigionia nel carcere del popolo”, Aldo Moro.
    Trentaquattro anni non sono bastati a dissipare lati oscuri di questa tragica vicenda, a spazzar via la tendenza, subito manifestatasi, a farne oggetto di elucubrazioni dietrologiche, trascurando, magari, riflessioni e deduzioni semplici e lineari da dati certi ed incontestati.
    Soprattutto appare oggi sconcertante che siano rimaste intatte certe frettolose interpretazioni manifestamente strumentali, fabbricate sin dai primi giorni dopo la clamorosa operazione di cattura da parte delle B.R. Moro che “è un’altra persona” dopo che si trova nelle mani dei terroristi; e l’impossibilità, subito data per certa, di trovare concreti spiragli per una trattativa per la salvezza del rapito, ed ancora altre proposizioni. Esse non hanno subìto autentica revisione critica.

    Poco o nulla si è scandagliato il terreno assai complesso delle diverse posizioni emerse all’interno dell’organizzazione terroristica sullo sbocco da dare all’”operazione” ed, in particolare, sull’esistenza di una consistente frazione che avesse sostenuto il rilascio di Moro, una conclusione diversa dall’assassinio.
    Si è invece divagato sulle dietrologie. In particolare si è fatto oggetto di discussioni ipotesi di interferenze o, addirittura, di regie straniere, dando ad esse credito, fino a fare pressoché un articolo di fede, per certi settori della Sinistra, alla meno probabile tra le ipotesi di questi interventi di servizi stranieri. Quella della “vendetta” della C.I.A. per avere Moro strenuamente sostenuto il “compromesso storico”, l’alleanza tra D.C. e P.C.I.
    Ma, soprattutto, si è omesso di cercare la risposta a certi interrogativi nelle logiche cui obbedì il comportamento dei brigatisti, per correre dietro a fumose e contraddittorie ricostruzioni ideologico-giudiziarie.
    Gli anni che sono trascorsi da quegli avvenimenti hanno visto l’evolversi della storia del nostro Paese in termini tali che, in effetti, elementi di riflessione e di raffronto di entità e valore determinanti si sono venuti ad aggiungere a quelli di chi poté disporre, ad esempio, Leonardo Sciascia, che ha fornito le riflessioni e le interpetrazioni, tutto sommato, più penetranti ed originali sul “Caso Moro”.
    In particolare “Mani Pulite”, la fine della “Prima Repubblica”, il franamento della Democrazia Cristiana e del sistema di potere da essa instaurato con il meccanismo delle alleanze, hanno consentito di individuare elementi di fragilità di quel sistema politico che la durata trentennale di essa, maturata allorché il Presidente della D.C. divenne bersaglio dei terroristi, non aveva lasciato percepire, benché quasi tutto consenta di ritenere che già allora esso non fosse inimmaginabile né che dovessero ancora maturare le cause del colasso.
    Un franamento del sistema politico D.C. senza un cataclisma che, al contempo, spazzasse via il “mondo occidentale”, il Patto Atlantico, i “regimi liberi”, non era allora nei piani e nelle previsioni di nessuno o almeno, non aveva consistenza tale da rappresentare una reale alternativa politica.
    Ciò comportava che anche l’obiettivo dell’operazione terroristica del sequestro Moro non era facilmente e chiaramente configurabile come quello che potesse provocare una sorta di “effetto domino” sul regime italiano, democristiano che, un effetto poco più di dieci anni dopo eventi assai meno eclatanti avrebbero determinato.
    Il Muro di Berlino sembrava destinato a dividere il mondo in due parti opposte ancora per almeno un secolo, salvaguardando anche l’esistenza dei sistemi politici conseguenti e “compatibili” con l’una e l’altra parte.
    Così il “processo” che le Brigate Rosse intentarono ad Aldo Moro, fu, sostanzialmente quello fondato sulla contestazione di essere un uomo politico occidentale. Magari di un Occidente un po’ ambiguo, contraddittorio ed equivoco, quale quello della D.C., del Vaticano, del “compromesso storico”, con le relative “zone d’ombra” che certi equivoci hanno determinato (e determinano)  con la concretezza e con i miti delle “stragi di Stato” che contribuirono a produrre e sciaguratamente “coprire” o lasciar intendere che fossero “coperti”.
    C’è da dire che anche in fatto di “stragi di Stato”, espressione allora assai di moda in certi ambienti della Sinistra, il “processo” intentato a Moro dalle B.R. non ottenne un qualsiasi risultato apprezzabile.
    La conclusione (Comunicato n. 6 delle B.R.) della “colpevolezza” di Moro quale esponente dello “Stato imperialista delle multinazionali” e delle nefandezze ad esso ascrivibili etc. etc, era, dunque, quella di un nulla di fatto, un buco nell’acqua, posto che si trattava di attribuzioni “naturali” ad uno Stato “borghese” secondo il trito linguaggio da manuale di marxismo-leninismo per aspiranti guerriglieri.
    Oggi si stenta a credere che, avendo tra le mani un esponente “nemico” del calibro di Moro, come Moro determinato a non lasciare intentata alcuna via che lo portasse a salvarsi la vita, i carcerieri non abbiano saputo cavarne che quella grottesca “ammissione” sul carattere “antioperaio” del regime, su “Gladio”, secondo gli schemi della loro approssimativa cultura pseudomarxista, tralasciando i tanti “misteri”, le tante vere o presunte pagine del gran libro della corruzione, del quale il Paese conosceva o intuiva l’esistenza e rispetto alle quali la reattività della gente era assai più sensibile ed, anzi, pronta a quelle generalizzazioni che poi sono diventati i più rilevanti e radicati convincimenti del “credo” popolare.
    Ma, allora, ammettere ciò avrebbe rappresentato per gli uomini della B.R. e delle altre organizzazioni terroristiche qualcosa di più di una dichiarazione di fallimento. Essi avrebbero dovuto ammettere che lo stesso presupposto della loro avventura eversiva era totalmente sbagliato, che anche in quello che si ostinavano a credere fosse il proletariato in attesa di prendere le armi per la rivoluzione, prevalevano sensibilità e “miti” piccolo-borghesi, e che anziché lo squillo della rivolta di classe, la gente attendesse  materia per le sue intemerate moralistiche.
    Né si può dire che il problema della corruzione non fosse ancora rilevante e largamente avvertito. C’era stato il caso Lockheed per il quale proprio Moro aveva in Parlamento pronunziato un discorso durissimo, che giustamente Leonardo Sciascia riportò nel suo libro sull’Affaire Moro, come il discorso sull’”innocenza della D.C.”.
    Ed è singolare che, invece, Moro si attendesse che il  “processo” che i terroristi si accingevano ad intentargli avrebbe fornito con avere per oggetto storie di potere e di corruzione.
    Che a cosa alludeva Moro (lettera a Zaccagnini) quando scriveva… “sono sottoposto ad un difficile processo politico del quale sono prevedibili sviluppi e conseguenze” e quel che lasciava intendere nella lettera (la prima) a Cossiga, lettera il cui contenuto che Sciascia così sintetizza: … “il processo è per ora politico… diventerà più stringente quando si passerà a quei fatti specifici che investono specifiche e personali responsabilità… in cui mi si può indurre a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa”?
    Questo pensava Moro, ed, in fondo lo sperava. Sperava che fosse evidente ai suoi amici della D.C. (che presto sarebbero diventati suoi nemici) che avrebbe potuto essere indotto a rivelare cose “sgradevoli e pericolose”. Sul loro conto. Cose che la ragione di stato, quella in nome della quale, in buona sostanza, aveva imbastito il suo discorso in difesa di Gui, a quella che ora veniva sbandierata dal “partito della fermezza”, oltre che il tornaconto personale, avrebbero consigliato non si giungesse mai al punto che fossero pronunziate e proclamate.
    Anche semplicemente proclamate, perché con un minimo di abilità sulla base di una semplice discreta informazione su eventi di corruzione che già avevano incrinato la tranquillità della vita del regime, le B.R. avrebbero potuto attribuire a Moro quello che avesse voluto, ammesso che, per salvarsi la vita, non fosse indotto a collaborare così attivamente con i suoi carcerieri.
    Si andava consumando così in quei giorni la rappresentazione, al contempo sperata, temuta, ignorata, del dramma del “pentitismo” di cui di lì a poco si sarebbero avute le prime avvisaglie con le inchieste per i crimini del terrorismo, per dilagare poi in modo dirompente negli anni ’90 nei processi per mafia. Nei quali pure non sono mancate, da parte dei media, le attribuzioni ai pentiti di dichiarazioni più specifiche e maliziose di quelle che pure erano disposti a fare. La differenza era però nell’atteggiamento di chi quelle dichiarazioni avrebbe dovuto riceverle. Le B.R. non sapevano che farsene e non volevano doverne fare qualcosa di dichiarazioni “capaci di far scandalo”. I pentiti attaccano inesorabilmente l’asino dove vuole il padrone, non subiscono una autentica pressione.
    Figuriamoci quando il padrone può farne tranquillamente e volentieri a meno delle loro dichiarazioni.
    Molti, poi, riconobbero che grande era stato il pericolo che allora corse la nostra Repubblica. Lo dissero quanti avevano condiviso le responsabilità del “partito della fermezza”, pericolo, essi lasciano intendere, di farsi coinvolgere e travolgere negli sviluppi di una trattativa che pure avrebbe conferito alle B.R. l’unica cosa che esse cercavano: il ruolo di parte combattente, di interlocutore armato dello Stato.
    In realtà il pericolo più grave e incombente fu quello che in realtà le stesse B.R. non vollero e non seppero far correre al sistema politico della D.C., approfittando del “processo” a Moro per rappresentarne al Paese il marciume, la corruzione, le doppiezze che Moro avrebbe potuto “confessare” o che avrebbero potuto essere attribuite come contenuto delle sue dichiarazioni.
    Immaginare una sorta di “Mani Pulite” anticipate di una dozzina d’anni, provocate da un simile “processo” è, come tutte le ipotesi di un diverso corso della storia, in gran  parte vana esercitazione di fantasia.
    Certo è però che allora affiorarono crepe del sistema, rappresentate dalle stesse paure di molti uomini politici, dalla fretta in cui la manifestarono, proclamando Moro “inattendibile”, malgrado la stessa “delusione”, largamente avvertita, anche fuori degli ambienti ai terroristi più vicini, dell’inconcepibile inconcludenza del “processo” a Moro.
    E fu una sorta di beffa della sorte e della storia che quella tragica anticipazione di un pericolo destinato ad essere poi riconosciuto simile a ciò che fu poi “Mani Pulite” dovesse consumarsi sulla vita di una persona che nel dibattito Parlamentare sulla messa in stato d’accusa di Gui aveva pronunziato quel discorso di sdegnata ripulsa dell’accusa, consistente in quel sillogismo, degno del grande “sofista di Stato” che Moro,  che uomo di Stato non fu, deve essere considerato. La D.C., Egli aveva detto in sostanza, è dal voto popolare e dalla storia costituita detentrice del potere. La D.C. è dunque innocente. Gui è democristiano ed è quindi innocente. E’ significativo che Leonardo Sciascia, che non arrivò a vedere “Mani Pulite”, ma che aveva colto tutte le logiche che le resero possibile quell’evento ed al contempo così a lungo lo ritardarono, premettesse quel discorso di Moro al bellissimo e terribile libretto che dedicò alla sua drammatica fine.
    Del resto, se è vero che le B.R. non seppero e non vollero gestire il processo a Moro nell’unico modo in cui avrebbe potuto avere effetti e ricadute dirompenti, non capirono neppure che anche il solo fatto del rilascio di Moro avrebbe assai probabilmente anticipato la percezione del fallimento del vagheggiato avvio all’insurrezione armata del proletariato, ma avrebbe costituito per sé stesso una mina vagante nel complicato e fragile sistema di equivoci e di equilibri cui già era ridotto il regime, indebolendolo d anticipandone la fine.
    Non capirono neanche questo.
    Forse lo capirono alcuni elementi dei Servizi stranieri che ebbero qualche possibilità di influire sulla vicenda ed il suo esito. Può darsi che qualche tendenza a risparmiare la vita di Moro, di cui pure si ha notizia, si ricollegasse effettivamente a meno rozze menti operanti in tali servizi, che dell’”operazione” incominciata il 16 marzo avrebbero voluto fosse prodotto il massimo effetto destabilizzante possibile. Qualche legame tra i brigatisti forse più disponibili a lasciare in vita Moro ed il K.G.B. non è soltanto ipotizzabile.
    La Prima Repubblica, dunque in quelle contingenze che segnarono il momento del suo più grave pericolo, dovette la sua salvezza, più ancora che al cinismo con il quale abbandonò alla sua sorte il suo più tipico e valido “sofista di Stato”, alla incapacità dei terroristi di comprendere e sfruttare le sue debolezze, sfruttando, di conseguenza l’iniziale clamoroso successo della loro operazione.
    La loro ottusità fu la salvezza del regime.

 di Mauro Mellini
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