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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

sabato 5 ottobre 2013

Caso Moro, l'ombra degli Stati Uniti

di Massimo Del Pepe
lettera 43

Fantasmi che ritornano, senza mai essere andati via. Per niente candidi fantasmi che aleggiano da 35 anni, dalla prigionia di Aldo Moro destinato a morte forse all'ultimo momento, forse fin da prima di essere rapito in via Fani.
LA VERSIONE DI PIECZENIK. La procura di Roma ha incaricato la Digos di acquisire la cassetta dell'intervista, trasmessa il 30 settembre da Radio24, a Steve Pieczenik, esperto di terrorismo, consulente del dipartimento di Stato Usa nel 1978, che avrebbe condizionato le autorità italiane nella fase finale della gestione di Moro, culminata nella tragedia dell'esecuzione, «al fine di stabilizzare la situazione dell'Italia».
PALAMARA PUNTA I PIEDI. Il pm procedente Luca Palamara vuole convocare, via rogatoria, proprio Pieczenik, anche sulla scia di un esposto, depositato lo scorso giugno, dall'ex giudice istruttore Ferdinando Imposimato che, una volta in pensione, ha fatto luce su alcune circostanze del caso.
LA TEORIA DEL «DOPPIO OSTAGGIO». Imposimato è da sempre convinto che l'ex presidente della Democrazia cristiana potesse essere salvato. Ma il blitz programmato per liberarlo dal covo di via Montalcini sarebbe saltato all'ultimo momento, per un cambio di decisione presa dai vertici del partito. È questa la tesi del «doppio ostaggio» (Moro contro carte compromettenti per la Dc e per lo Stato), sostenuta anche dal maggiore storico del caso, l'ex senatore comunista e scrittore Sergio Flamigni.
Nel 2006, il consulente del Viminale Steve Pieczenik, uomo della Cia, rivendicò clamorosamente il pieno merito dell'esecuzione di Moro, avvenuta per mano di brigatisti sapientemente manipolati, nel libro Abbiamo ucciso Aldo Moro, di Emmanuel Amara, pubblicato in Italia circa due anni dopo. Assunti confermati lunedì 30 settembre e subito acquisiti dalla procura romana.

Il naufragio dei canali di trattativa

 Il cadavere di Aldo Moro trovato in una Ranault 4 parcheggiata in via Caetani a Roma il 9 maggio 1978.
Lo stratega americano Steve Pieczenik, arruolato dall'allora ministro dell'Interno Francesco Cossiga nei giorni del sequestro del presidente Dc (mossa che molti all'epoca non capirono), annotò: «Perché ucciderlo [Moro]? Avrebbero dovuto dire: se lo liberiamo il mondo ce ne sarà riconoscente, la sua famiglia anche, la Democrazia cristiana ci lascerà in pace e concluderà un accordo con noi, i comunisti ci riconosceranno e gli elementi reazionari verranno neutralizzati».
Ma l'America voleva davvero tutto questo? Di certo non lo gradiva l'intransigente Mario Moretti, capo supremo delle Br in questa fase, il quale, anche contro il gruppo dirigente brigatista, s'incaricò personalmente dell'esecuzione.
IL GIALLO DEI MEMORIALI. Ulteriori ombre emersero, postume, dalle due versioni dei memoriali dello stesso Moro recuperati a distanza di 12 anni, mai in originale e nella loro completezza, nel covo brigatista di via Monte Nevoso a Milano, la prima il primo ottobre del 1978, la seconda 12 anni più tardi.
Moro, in due diverse lettere, passava dal sollievo per l'imminente liberazione, della quale «desidera dare atto alle Br», allo sconforto definitivo per una svolta inopinata e definitiva, maturata in extremis, che lo condannava.
Ma Moro si poteva salvare? Di certo trattative si aprirono, e per più canali: quello riservato dei singoli uomini delle istituzioni, l'altro, esplicito, di alcuni partiti (il Psi di Craxi). Un terzo, sotterraneo, col Vaticano.
LA PROFEZIA DEL 1968. Ma l'epilogo fu quello che per Moro, in situazioni diverse e a volte paradossali, venne profetizzato fin dal 1968, e che trovò una macabra conferma nel 1974, quando lo statista democristiano, in visita ufficiale negli Stati Uniti, venne esplicitamente avvertito dal segretario di Stato Henry Kissinger delle possibili conseguenze della politica morotea di equilibrio in Medio Oriente, giudicata troppo filopalestinese, nonché sull'apertura manifestata da Moro verso le forze di sinistra.
Il presidente Dc ne restò così turbato da anticipare il rientro in Italia, dandosi malato per alcune settimane.

L'ex Ss Hass, padre Morlion e lo zampino della Cia

A proposito di interferenze americane, però, quella di Pieckzenik non è l'unica presenza inquietante. L'ex gerarca Ss Carl Hass, responsabile dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, nell'immediato Dopoguerra si trovava a Fermo nei panni di un insegnante di inglese e matematica del Collegio del Sacro Cuore: qui fu agganciato da emissari di padre Felix Morlion, uomo della Cia in Europa, legato ai democristiani De Gasperi, Scelba e Andreotti. Quest'ultimo era addirittura segretario particolare del religioso appartenente ai Servizi americani.
Hass ammise, nell'interrogatorio reso il 4 luglio 1996 al capitano Massimo Giraudo e al maresciallo Cosimo Pano del Ros, il suo ruolo in una rete di agenti sotto la responsabilità di padre Morlion, con compiti di spionaggio raccolti negli ambienti della destra italiana.
GLI ARCHIVI URUGUAYANI DI GELLI. Quanto a Morlion, era entrato in Italia nel 1944 tramite l'Oss americana, per la quale già nel 1932 aveva fondato i Cip, centri informazione Pro Deo.
Il primo a parlare dell'ambiguo prelato-spione fu il solito Mino Pecorelli, che nel 1968 descrisse la ProDeo come una copertura del Servizio di sicurezza del ministero dell'Interno. Indiscrezioni che trovarono conferme anni dopo, quando dagli archivi uruguayani di Licio Gelli, il Venerabile della P2, spuntò un fascicolo intestato a Morlion.
VIA CAETANI: I DUBBI SULL'ORARIO. Il pm Palamara scava pure nell'orario del ritrovamento del cadavere di Moro nella Renault 4 la mattina del 9 maggio 1978 in via Caetani.
Secondo diverse testimonianze, tra cui quelle di due artificieri antisabotaggio, esponenti dello Stato erano sul posto già alle 11, consapevoli del macabro contenuto della R4, mentre la telefonata delle Br che annunciava la presenza del cadavere arrivò solo dopo le 12 e 30.
Lo stesso Cossiga, secondo indiscrezioni di pochi mesi fa, fu informato dell'esecuzione di Moro praticamente in tempo reale.
Ma questa è un'altra storia, anzi un altro mistero.

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