Si è verificato un errore nel gadget
Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

domenica 14 settembre 2014

Conservava i segreti di Moro ma fu ucciso dai "pesciaroli"

Franco Giuseppucci, il "Fornaretto" diventato "Negro". Con la sua morte iniziò una lunga stagione di sangue



RAPIMENTO ALDO MORO DA PARTE DELLE BRIGATE ROSSE
Negli anni Settanta, all'Alberone, si riunivano varie "batterie" di rapinatori, provenienti anche dal Testaccio. Costoro affidavano le armi a Franco Giuseppucci, che le custodiva all'interno di una roulotte, parcheggiata al Gianicolo, che venne, però, scoperta e sequestrata dalle forze di polizia; arrestato per questo, "er Fornaretto", che quando avrà arricchito il suo curriculum criminale diventerà "er Negro", se l'era cavata con qualche mese di detenzione: la roulotte aveva un vetro rotto, difficile, dunque, stabilire chi fosse stato a nascondervi dentro le armi. Quelle sequestrate non erano le sole che Giuseppucci custodiva: scarcerato, patì il furto di un maggiolone Volkswagen, con dentro un altro "borsone" di armi, affidategli da Enrico "Renatino" De Pedis, che il ladro cedette a Emilio Castelletti, socium sceleris di Maurizio "Crispino" Abbatino. E a quest'ultimo si rivolse er Negro, per reclamarne la restituzione. Fu quella, per i due, l'occasione di conoscersi e di dar vita, con Renatino, a una propria "batteria", destinata a trasformarsi in "banda", quando decisero di sequestrare, nel 1977, il duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere. Da allora, la consorteria, che un ignoto cronista chiamò "Banda della Magliana", divenne sempre più forte, sino a sbaragliare ogni altra formazione criminale della Capitale. Ma trovò un punto di svolta quando er Negro, il 13 settembre 1980, fu ucciso a Piazza San Cosimato, a Trastevere, con un colpo di pistola, a opera di esponenti del clan rivale dei Proietti. Costoro, originari del quartiere romano di Monteverde, titolari di numerosi banchi del pesce e detti dunque i "pesciaroli", oltre che di alcune case da gioco, dediti all'usura e alle sommesse clandestine, vicini, soprattutto, a Franco Nicolini detto "Franchino er Criminale", a seguito dell'avvento della nuova potentissima organizzazione, avevano perso i privilegi che derivavano loro dal controllo del territorio, sicché si vendicarono su Giuseppucci. Provocazione micidiale cui seguì una vendetta sanguinosa: nei due anni successivi caddero sotto il piombo della Banda Enrico "er Cane" Proietti, Orazio Benedetti, Maurizio detto "er Pescetto" Proietti e suo fratello Mario detto "Palle d'oro".
 
Tutto chiaro? Non proprio. Il killer del clan Proietti eliminò sì un elemento di primissimo piano della banda della Magliana, ma anche uno dei testimoni più importanti dei rapporti, in occasione del sequestro di Aldo Moro, tra delinquenza organizzata, apparati dello Stato e potere politico. La prematura morte del Negro può collocarsi dunque all'interno di un'inquietante sequenza di morti, violente o comunque sospette, apertasi nel maggio 1978, legate tutte dal medesimo filo rosso. Lo suggerisce il contenuto del borsello abbandonato su un taxi, a Roma, il 14 aprile 1979, e, in particolare, la scheda intestata "Mino Pecorelli (da eliminare)", in cui sono indicati gli indirizzi del giornalista e l'annotazione che avrebbe dovuto essere colpito "preferibilmente dopo le 19", nei pressi della redazione di OP; nonché l'altra importante annotazione: "Martedì 6 marzo 1979 causa intrattenimento prolungato presso alto ufficiale dei carabinieri, zona piazza delle Cinque lune, l'operazione è stata rinviata", contenente, tuttavia, un'indicazione incompleta: all'incontro fra Pecorelli e l'"alto ufficiale", cioè il colonnello dei carabinieri Antonio Varisco, si dice fosse presente anche l'avvocato milanese Giorgio Ambrosoli, curatore fallimentare della Banca Privata Italiana, di Michele Sindona, avvelenato con caffè al cianuro, il 20/3/86, nel carcere di Voghera.
Ebbene. Il 9 maggio 1978 viene ucciso Aldo Moro. Il 20 marzo 1979, viene eliminato, a Roma, il giornalista Carmine "Mino" Pecorelli. Nella notte fra il 12 e il 13 luglio 1979, viene ucciso, a Milano, Giorgio Ambrosoli. Tre mesi dopo, Joseph Aricò, il suo presunto killer, tenterà di evadere da un carcere americano, scavalcando una finestra, al nono piano. La mattina del 13 luglio 1979, sul Lungotevere, il colonnello dei carabinieri Antonio Varisco viene freddato con modalità singolari, rispetto a quelle solite dalle Brigate Rosse, che pure rivendicano l'attentato. Nel settembre 1980, è la volta, come si è visto, di Franco Giuseppucci e, nel febbraio 1981, di Nicolino Selis, ucciso dai suoi stessi sodali: i due avevano concorso all'individuazione del covo prigione dell'onorevole Moro. A Palermo, il 25 aprile 1981, viene ucciso Stefano Bontade, il quale si era contrapposto a Totò Riina e a Michele Greco, dichiarandosi favorevole all'intervento di Cosa Nostra a favore del presidente della Democrazia Cristiana. Il 12 maggio 1981, tocca a Salvatore Inzerillo, che del "principe di Villagrazia" aveva condiviso la posizione. Il 21 ottobre 1981, viene ucciso, a Roma, il capitano Antonio Straullu: oltre a occuparsi di destra eversiva, aveva firmato i rapporti investigativi sul borsello fatto trovare il 14 aprile 1979. Nel luglio 1982, a Milano, viene ucciso e bruciato all'interno del portabagagli di una macchina, Antonio Varone, fratello di Francesco Varone, che da lui autorizzato aveva collaborato con gli apparati dello Stato alla ricerca del covo prigione dell'onorevole Moro, sentendosi dire, a casa di Frank "tre dita" Coppola: "quell'uomo deve morire". Sempre nell'estate del 1982, nel carcere di Nuoro, Pasquale Barra, Vincenzo Andraus e altri cosiddetti "killer delle carceri", trucidano Francis Turatello: aveva cercato di utilizzare a fini ricattatori quanto fatto per l'individuazione del covo prigione dell'onorevole Moro. Il 3 settembre 1982, a Palermo, viene eliminato il generale dei carabinieri, all'epoca prefetto della città, Carlo Alberto Dalla Chiesa e con lui la moglie, Emanuela Setti Carraro, e l'autista, Domenico Russo. Il 29 gennaio 1983, mediante l'esplosione di un'autobomba piazzata nelle vicinanze di Forte Braschi, sede del Sismi, viene ucciso il camorrista cutoliano Vincenzo "'o Nirone" Casillo: a nome dei politici nazionali con cui manteneva i contatti, aveva indotto Raffaele Cutolo a desistere dalla ricerca del covo-prigione di Aldo Moro. Il 28 settembre 1984, viene ucciso a Roma Antonio Giuseppe Chichiarelli, autore materiale del falso comunicato del Lago della Duchessa del 18 aprile 1978, e di altri interventi depistanti sugli omicidi Pecorelli e Varisco, come quello del borsello abbandonato in taxi. Sempre nel 1984, si registra il suicidio, a Londra, di Ugo Niutta, grand commis di Stato, già collaboratore di Enrico Mattei e amico dell'onorevole Antonio Bisaglia, deceduto alcuni mesi prima, cadendo da una barca. Una morte misteriosa quella del parlamentare veneto: chiamato pesantemente in causa dal parlamentare missino Giorgio Pisanò per i fondi elargiti a Carmine Pecorelli, proprio mentre il direttore di O.P. stava rivelando la grande truffa dei petroli, "13 milioni di barili di benzina spariti, mentre gli italiani vanno a piedi e le industrie sono in piena crisi energetica", e brutalmente scaricato dal proprio Partito, prometteva clamorose rivelazioni; alcuni anni dopo, il fratello sacerdote, molto impegnato, tra l'altro, a far luce sulla sua morte, sarà rinvenuto cadavere in un laghetto alpino del Bellunese, con le tasche piene di sassi; last but not least, il colonnello Antonio Varisco, subito dopo la morte di Carmine Pecorelli si era dimesso dall'Arma e, nel momento in cui venne ucciso, stava per andare a lavorare a Farmitalia, proprio con Ugo Niutta.

Otello Lupacchini 
www.iltempo.it